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La relazione del musicista con il proprio strumento, sia egli esecutore che compositore, non determina soltanto la forma e la struttura della musica che, sua e nostra mercé, può entrare nel mondo. Il processo di percezione, di ascolto, cui il musicista si espone, passa attraverso le sue mani e l’intero suo corpo, non soltanto attraverso una rete ideale di immagini e pensieri.

La suonabilità dello strumento, la sua praticabilità e “giocabilità” determina enormemente il suono e la sua organizzazione, il timbro, il tempo e pure l’amplitudine dell’evento musicale generato. La lunga pratica di apprendistato del nostro valoroso interprete lo autorizza a sciegliere l’ipotesi più utile, oltre che a rappresentarla nel suo speciale modo unico.

Un tentativo eccessivamente intellettuale, svincolato dal contatto, rischia di indurre nella rappresentazione una freddezza ed una inconsistenza mortali. L’esperienza di una ferma disciplina emotiva, al contrario, bilancia l’eccesso e rende il suono stabile e considerevole. Così altrettanto la solidità muscolare introduce elementi terrestri, sensuali e godibili per chi abbia una esperienza paragonabile.

Faremmo bene a chiederci cosa sta risuonando, dentro di noi, quando siamo esposti ad una esperienza musicale gradita. Anche senza considerare le componenti inconscie profonde, la “soddisfazione” che proviamo potrebbe essere solo un gioco infantile, quando la musica reale, invece, permetterebbe di introdurre nel nostro spazio una preziosissima ed attualmente nuova qualità luminosa.

L’enfasi sul come avventurarsi nel processo musicale, ancora più della definizione di quale musica si debba ascoltare, è scopo ed obbiettivo dell’ascoltatore come del musicista in buona fede. La condizione di apertura, di esenzione dal pregiudizio o almeno di una qualche spregiudicatezza che miri all’innocenza, è la condizione minima per l’esercizio musicale.

Il gusto culturale dell’appartenenza di genere, di orchestrazione ed in generale di timbro, può essere pericoloso e scorrettamente esclusivo. Questo vale sia in termini di spazio, ove si considerino gerarchiche le componenti geografiche o peggio etniche, che di tempo, ove la gerarchia sia intesa in termini di progresso o, viceversa e peggio ancora, di regresso.

La nostra musica, quella in atto nel nostro tempo, viene percepita ed espressa con i mezzi del nostro tempo, sempre più varii ed articolati di quanto non si pretenda di credere. Modi e vocabolari differenti esistono simultaneamente senza che questo significhi affatto che il musicista del nostro tempo sia in eccessiva contraddizione con sé stesso.

La possibilità, del tutto straordinaria, di avere a portata di mano i modi ed i vocabolari dell’intero pianeta produce lezioni e meditazioni imprescindibili. I valori guida e le tecniche stesse vengono a trovarsi sempre in posizione anteriore ad una scoperta continua ed esaltante di modi speciali e lessici da integrare. Dobbiamo ancora ascoltare l’intera musica del nostro tempo.

Il peso che sulla forma delle strutture musicali in atto nel nostro tempo hanno le interfacce umane pratiche, tecniche ma anche sentimentali, va considerato accuratamente. Dedicare il proprio tempo all’esercizio di una qualunque tastiera implica un lavoro di adattamento che può essere impossibile, molto duro oppure soltanto difficile.

In questo esercizio sta la disciplina dell’esecutore, ma pure quella del compositore, dell’organizzatore di processo, quindi anche quella del produttore. La praticabilità del processo determina modi manuali, sentimentali, così come intellettuali e perfino ideologici. Molto diverso il senso se i tasti sono quelli dell’oboe o di una stratocaster, se la tastiera è continua oppure alfanumerica.

Tale esercizio è molto sottovalutato dal punto di vista analitico. C’è un’aspirazione all’abolizione di una qualunque interfaccia macchinosa e faticosa, in favore di un trasparente esercizio fantastico applicato alla costruzione della musica, che è al contrario molto diffuso. Sono premiati i progettisti di strumenti semplificati, privi di un corpo di definizione delle nuances ricco e soddisfacente.

L’abrogazione dell’efficienza pratica è un tratto abbastanza continuo solo nel passato dopoguerra, prodotto dell’accento tecnologico e meccanico messo sulla economia della produzione musicale. Tale efficienza è stata considerata auspicabile soprattutto dai teorici della musica meccanica, non solo in accademia, non solo nel pop.

Tante sono le definizioni del ruolo di un produttore discografico, responsabile della particolare edizione di una o più sessioni di registrazione eventualmente presentate in forma di album, quante le disposizioni di un gruppo di musicisti che tale raccolta si appresta a registrare e pubblicare. Ciascun gruppo di persone, in un dato tempo e luogo, ha bisogno di un responsabile editoriale che loro corrisponda. Ogni responsabile editoriale ha bisogno di un vero gruppo compatto e credibile.

Delle disposizioni importanti che abbiamo incontrato inseguendo differenti fascinazioni, la prima è quella più ingenua e nature, tipica degli esordienti geniali. I produttori adatti sono capaci di disciplinare ogni condotta vaga e dispersiva che viene riportata ad una produttività che può essere ampissima: spesso un ambiente compatto e confortevole è tutto ciò di cui si ha bisogno per contenere un flusso di coscienza selvaggio ed incoerente.

La posizione opposta è una sorta, per così dire, di puntillismo, in cui l’attenzione ad ogni dettaglio di carattere porta ad una immagine ad altissima definizione, ai fini di un iper naturalismo che può essere estremamente affascinante. La continua rifinitura, il gusto per la sottigliezza estrema, può ugualmente portare ad un rilevante senso di spontaneità autentica, se ben diretto e praticato. Ogni istintività, anche la più grezza e potente, può essere ricostruita tale quale in uno studio di registrazione.

Compito del produttore fonografico è mantenere l’impulso primario, il motivo per cui i musicisti si riuniscono, fermo ed a fuoco. Viceversa le insidie della produzione industriale di musica, in cui una qualche garanzia della prestazione nel tempo deve essere data, sono tali e tante da rendere l’intero processo di ripresa e ricostruzione quantomeno improbabile, spesso veramente rovinoso.

 

 

Beauty is the reflection of the appearance of truth.
Better to seek truth than the reflection of its appearance.
But better to seek beauty than nothing.
Robert Fripp

Quella improvvisativa non è una solo attitudine formale. E’ invece (deve essere) una profonda meditazione sul tempo, sulla nostra posizione nel tempo, su quella parte di noi che non è affatto soggetta al tempo, quindi. La costruzione di una esperienza ex tempore, la definizione di una intelligenza appropriata a questa esperienza, la scoperta, infine, di una qualunque realtà astratta da un particolare spazio o tempo, sono le condizioni a cui un cercatore in buona fede aspira.

Il modo funzionale improvvisativo è fondato sul senso di una presenza piuttosto estrema. La tecnica del rilassamento fisico, intellettivo ed emotivo, correttamente praticata abbastanza a lungo, questo produce: una presenza calma ed attenta. L’apertura che consegue a questa presenza autentica è sconvolgente in effetti: la pratica necessaria avviene nel tempo soprattutto per questo, occorre adattarsi progressivamente a nuove funzioni sensitive.

La struttura fisica dell’ambiente in cui la nostra nuova presenza si realizza è mutata: diventa soggetto di una visione estesa, di una coscienza alterata, di una nuova e magnifica osservazione, spaventosa quanto liberatoria. Non siamo soli in questo nuovo ambiente: siamo a contatto con la parte del nostro essere che si trova fuori dalla storia, fuori dalla civiltà e dai modi peculiari della nostra epoca, quelli che ci distinguevano e ci separavano. Forse ora siamo un Uomo Solo insieme a tutti i presenti.

Scopo dell’improvvisazione è rendere visibili le cose come stanno, prima di tutto a sé stessi. Se il suono improvviso, non congegnato né premeditato, è fonte di energia, allora è luce quella che viene introdotta, nel luogo, nella mente degli ascoltatori, nel mondo. Se ciò procurasse un dolore eccessivo, perchè una mente non allenata soffre facilmente troppo, allora avremmo infine qualcosa di vero per cui soffrire. Il mondo è quello che è, non quello di cui fantastichiamo.

Gli strumenti dell’improvvisatore sono: la calistenia, il rilassamento consapevole, la divisione dell’attenzione. Un repertorio organico, uno strumento musicale di ottima qualità, la familiarità con i modi e le scale più opportuni rispetto alla propria natura, un vocabolario esteso, l’affiatamento con i propri compagni di viaggio sono secondari, per quanto possano rendere molto più facile la difficilissima vita dell’improvvisatore.

Le necessità che ci portano all’uso dell’improvvisazione sono poco note. Quando per esempio intendiamo spostarci da un luogo ad un altro, dovremmo sapere in quale luogo siamo, inoltre solo quando sappiamo dove intendiamo andare le indicazioni sono utili. L’improvvisazione è il modo di fare le cose che ci permette di slegarci dalle convenzioni inattuali, dai metodi obsoleti, dai linguaggi usuali, perchè è difficile sopravvalutare il potere dell’abitudine.

La Maestria, in musica, è indicativa di un certo grado di competenza che non coincide affatto con il Genio. Il Genio si impone al musicista, lo trascende e lo determina, adoperandolo come uno strumento: la Maestria è l’architettura che un musicista si deve dare per reggere l’urto di tale invasione. La Maestria può contenere il Genio che viene a possedere il malcapitato. E’ il prodotto di un mestiere esercitato con candore e disciplina, è il segno dell’innocenza.

Un Musicista è tale perchè sa improvvisare. Cosa che non significa affatto ondeggiare su di una qualche struttura arbitraria che scegliamo di assecondare. Improvvisare significa aprirsi al genius loci, adattarsi alla necessità che si presenta nel momento in una forma nuovissima ed inenarrabile se non con gli strumenti poetici, appunto, della musica. Tale forma si presenta ex nihilo, senza preparazione o presentazione. Ai Maestri il compito di rappresentarla.

Improvvisare è sentire la prossima nota nel momento in cui si è compiuta quella precedente. Significa rinunciare a modelli e convenzioni, non soltanto seguire un onda prevedibile. Improvvisare significa ascoltare e sentire il suono del luogo, dei propri compagni di palco, significa anche sentire il suono degli ascoltatori, che risuonano con il luogo e con l’azione del palco. Per improvvisare occorre ascoltare aldilà di sé stessi, delle proprie abitudini ed usi.