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A parziale compensazione del periodo forse meno amato, ma certamente rilevantissimo anche in termini di controversia, del massimo creatore di contesto del XX secolo occidentale. Ascoltare attentamente il globale apprezzamento, a parte Stanley Crouch (ma chi ascolterebbe mai l’opinione di un critico, andiamo) ogni intervistato pone l’enfasi sul coraggio di Miles, ricco ed amatissimo balladeer, che abbandona la materia prima del suo successo per affrontare l’innovazione ancora una volta.

Nel rendersi conto di aver raggiunto l’apice della sua carriera compositiva con il secondo quintetto, Miles realizzò anche di aver perso l’attenzione dei giovani neri, ai quali intendeva invece rivolgersi e farsi apprezzare insieme a Sly Stone e Jimi Hendrix. Non che invitare la miglior parte dei giovani geniali fosse una novità per lui, ma da In a silent Way in avanti, questi giovani portarono un suono differente ed elettrico, radicalmente nuovo ed insopportabile quanto eccitante.

Credo, e in questo disco trovo un certo suffragio, che Miles non cercasse, in questo difficilissimo momento, un altro successo o maggiori ricchezze soltanto. Qui c’è la cronaca, nemmeno occulta, delle risoluzioni che un musicista di successo deve trovare per riprendersi i motivi necessari per fare musica in pubblico. Miles ci ha suggerito quanto il successo indiscriminato (senza cioè che alcuno si chieda con quale gente) tolga motivi, energia e la voglia di vivere stessa. Lo ha fatto a modo suo, senza cercare di essere popolare ma nemmeno cercando di non esserlo affatto. 

Nessuna parola viene pronunciata in questo film, nessuna spiegazione viene rivolta alle sinapsi del linguaggio verbale: solo immagini, suoni, musica. L’avventura del viaggio, la spinta che lo determina nel suo ripetersi, l’esplorazione del differente modo di sentire il gusto della vita sulla terra, questi sono gli oggetti trattati, documentati qui. In una dimensione mondana, tra la luce dell’alba in un villaggio del sud dell’India, la potente immagine della chiesa cattolica e la trance socievole e spettacolare di Bali, possiamo assistere al dispiegarsi della vita sul pianeta, senza poter distinguere, nè giudicare proprio nulla. 

Il rilevante impegno, anche tecnologico, che troviamo in queste immagini ha una sua spiegazione quasi metafisica, è l’illustrazione di un equipaggio che conduce la stessa barca, ciascuno al suo posto. Non credo sia facile intuire una certa qualità sacrale nelle immagini cinematografiche, ma se mai mi è successo è qui.

Nell’azione documentale ogni angolazione personale, anche molto a monte di qualunque giudizio, potrebbe essere bandita. Il nostro punto di vista, per quanto maturo e qualificato, emerge sempre nella visione che intendiamo comunicare. Forse tranne quando siamo davvero parte del paesaggio illustrato, il nostro è un punto di vista esterno, transitorio quando non troppo superficiale. Nulla di tutto questo avviene qui: Ron Fricke e Mark Magidson, forti dell’esperienza insieme a Godfrey Reggio, hanno definito superbamente ciò che ogni documentario futuro dovrà rappresentare. 

Curiosamente, la ricerca di una musica americana davvero cosmica, capace cioè di volare al di sopra delle categorie merceologiche, ha prodotto soprattutto una grande quantità di martiri. Tim Buckley  è forse dimenticato da noi, probabilmente incompreso allo stesso modo. Gram Parsons e Jimi Hendrix fra i morti, David Crosby e Robbie Robertson tra i sopravvissuti, tentando di compilare i versetti della nuova scrittura, hanno compreso a spese loro che il pubblico ama i martiri molto più dei profeti.

Lo spazio che questo prodigioso trobadour, dotato della più estensibile e colorata delle voci, ha potuto riempire senza particolari ambizioni nella LA scintillante di fine anni sessanta, era uno spazio magico. Il suono prodotto in quella parte della terra in quei momenti riempie ancora molti spazi, non solo nostalgici. Nessuna particolare sofferenza lo ha distinto nei primi anni, anche grazie ad un certo successo non solo locale, poi la maggiore comprensione, ed informazione, rovinarono tutto.

La sua non fu una cultura limitata: l’accesso al bebop degli anni cinquanta, così come ad ogni musica orchestrale romantica, alla musica elettronica induttrice di trance ebbero l’effetto di arricchire la ricerca di forme espressive le più varie e, nell’orizzonte di casa, le più complete. Il fuoco della musica diffusa sempre più globalmente, procurando l’accesso ad un universo caleidoscopico, scaldò e nutrì una intera generazione raccolta sulle spiagge del pacifico, lo stesso fuoco amministrò il sacrificio dei più incauti. 

Di fronte a King Crimson sul palco le nostre difese crollano, il cinismo dietro al quale ci nascondiamo cessa di essere una opportunità decente: King Crimson ci commuove. Il semplice quartetto qui rappresentato è l’ultima delle configurazioni incarnate a sostenere il verbo, quella responsabile della produzione di “The power to Believe”, disco che rappresenta una importante inversione rispetto al rude e confuso “The construktion of Light”.

Sono tutto sommato poche le bande rappresentate male su disco come questa. In fondo l’ambiente ordinato delle sale di ripresa giova perlopiù, sia ai novizi che agli anziani, in termini di chiarezza espositiva e forma, anche se non certo in termini di energia e portanza. Questo dischetto serve a compensare gli sfortunati esclusi da un tour denso di meraviglia e splendore.

La ripresa sul palco di qualunque organismo rock non aggiunge nulla e toglie molto di solito, qui non abbiamo scelta: non c’è alternativa meno compromessa, non c’è documento più preciso.  Questi quattro giovanotti, armati fino ai denti e pericolosi, vanno accettati come sono: i più formidabili araldi di qualunque rock music a venire. La loro presenza scenica, estremamente seria e mai solenne, serve da punto di riferimento per orientare in una forma musicale che ha esaurito ogni spinta implicita, che necessita di una infusione vitale improbabile ma potente come questa per essere ancora percepibile. 

Non è affatto una meditazione sulla vita e l’opera di Scott Engel, l’uomo che abbandonò una inaccettabile vita da popstar per affrontare ciò che doveva essere fatto invece di ciò che gli veniva chiesto, questa. Questa è una meditazione sulla funzione, sul senso e sul motivo del fare musica innovativa in un qualunque futuro.

E si parla di uomini incomprensibili, troppo complessi e occupati, che del linguaggio melodico si sono fatti strumento, in un processo di definizione della realtà che è in atto. Lontano dalle esigenze del mercato di massa, dalle false comodità di una musica fintamente popolare, in un luogo oscuro che ha bisogno di sforzi continui per essere illuminato.

E’ un po’ buffo sentire David Bowie o Brian Eno parlare di Scott come di un esempio inarrivabile, ma il fatto è che certe scelte di opportunità non sono alla portata di tutti. La testimonianza di disagio e marginalità forzata appare stranamente lucida e promettente oltre che eroica, in una sorta di buon esempio per i disperati.

E’ molto raro poter ascoltare le icone pop che dicono la verità. La televisione è un luogo in cui la verità appare inopportuna, di cattivo gusto, ed è solo in alcuni illuminanti attimi che si può intuire quel che potrebbe essere se non fossimo tutti così drammaticamente manipolabili.

Non credo ci sia un modo facile di entrare nello spazio che un musicista occupa quando assume come modo pratico l’improvvisazione. Noialtri pubblico superficiale, e anche quelli di noi che lo sono meno, osservano da fuori, accolgono riflessi, tentano di procedere per esempio. Jarrett vive in una dimensione davvero estranea al contemporaneo modo di sentire dell’uomo di massa. Suo strumento è il suono, la composizione melodica e ritmica ed armonica che riesce a trarre dal suo strumento.

Una normale o forse superiore preparazione accademica, una normale o forse superiore disposizione alla vita, al cibo, alla esistenza domestica, non sono sufficienti per affrontare tale dimensione. In questo breve e stupendo documento, Keith Jarrett, come in una benedizione, tenta di rendere leggibile, percepibile, il suo naturale percorso. Io non ho idea di quale sia la qualità che un regista televisivo deve portare nella sua azione, non so quale livello di comunione ci debba essere fra chi pone le domande focali e un uomo di questo livello di intensità, certo, qui, questa qualità è stata perfettamente usata.

Tentate di abbandonare il modo usuale di ascolto e visione e ponete la migliore attenzione al tono usato, seguite l’azione ed il gesto di quest’uomo il quale genio feroce si trova sempre ad una spanna, a volte dentro l’inquadratura.

Nusrat is My Elvis (Jeff Buckley) 

Essere esposti alla voce di Nusrat Fateh Alì Khan poteva procurare un prepotente turbamento in alcune menti impreparate. Sfortunatamente la prematura dipartita del nostro, dieci anni fa, ha reso impossibile questo evento capitale, ci rimane, come in alcuni altri casi che prenderemo in esame, questo eccezionale documento. Girato in casa del maestro, in Pakistan, in una provvidenziale intervista condotta dal suo fedele assistente in questo caso: Michael Brook. Abbiamo qui modo di comprendere qualcosa di più riguardo all’immenso potere del suono prodotto da quest’uomo. 

La tradizione del canto melismatico incentrata su di un solista di qualità spirituale superiore sembra del tutto comprensibile da parte nostra. Nusrat infatti ebbe un successo notevolissimo in Francia, in Europa e pure negli Stati Uniti, dove ebbe modo di essere accolto da grande qual’era. Osservarlo in casa sua, in un paese che non potrebbe essere meno comprensibile ce lo rende tanto alieno quanto attraente, distante quanto familiare.

L’avventura di un documentario come questo, consiste spesso di un racconto che da troppe cose per scontate, in realtà credo che il regista sia stato sconvolto quanto noi dall’aura e dal clima creato in questi luoghi da quest’uomo. Restate calmi, ed affrontate il viaggio.