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Prima di muovere dal silenzio, per avvicinarci alla musica, dobbiamo attraversare uno spazio complementare, laterale ma nondimeno essenziale nella esperienza uditiva: il rumore. La funzione del rumore è abbastanza palese nella costruzione di oggetti musicali, ne rende in qualche modo più deliziosa la dolcezza, arricchendo e completando l’esperienza. Io immagino lo spazio ideale per l’ascolto della musica come esposto ad un’alea discreta, inaspettata, rumorosa appunto.

Ben più complesso è immaginare, ed anche intendere, trovare, la giusta dimensione del rumore. Credo che possiamo progettare anche questo, senza esclusione e preconcezioni, in un modo in cui possa entrare un confortevole azzardo.

Esiste un modello ambientale che può aprire porte percettive al territorio descritto dalla scuola di scienziati della Complessità come l’orlo del caos. All’orlo del caos ordine e disordine oscillano bilanciandosi. L’idea del mondo instabile fra il divenire e la sua impossibilità è applicabile all’arte, alla musica ed alla tecnologia tanto quanto suggerisce profonde implicazioni per lo studio delle organizzazioni sociali, per la gestione dell’ambiente, l’economia o la meteorologia.

La misteriosa cuspide fra l’ordine ed il caos, dove tutta la vita sembra realizzarsi, è il centro focale del nostro progetto: forse dobbiamo immaginare giardini giapponesi intangibili.

La caratteristica organica degli spazi che immaginiamo comunque implica naturalmente un qualche fenomeno di crescita e di decadimento, che sono indicatori sempre molto auspicabili della “eticità” di una azione artistica (ma anche economica, politica, organizzativa).

Come e perché dobbiamo ascoltare meglio

Insieme possiamo progettare il mezzo che chiamiamo la definizione di contesto: un progetto che riguarda la teoria del campo, della forma e della percezione, il cui scopo è la costruzione di un ambiente possibile ma non necessariamente ad imitazione di uno esistente. Ci occupiamo qui in modo del tutto virtuale di codesta definizione, ma ciò non toglie che nella nostra architettura immaginaria risiedano germi importanti.

Potremmo insieme immaginare di muoverci verso la conquista di un ambiente sonoro più equilibrato, più adatto alla rieducazione sonora che desideriamo. La costruzione di un ambiente di riferimento, per così dire di decostruzione delle abitudini percettive, specie delle più usuali, per ottenere una specie di ecologia dell’orecchio, della voce, del corpo, e che richiede la presenza di un elemento essenziale, raro, prezioso: il silenzio.

La nostra relazione con il suono, naturalmente, non consiste soltanto di musica, non in senso convenzionale almeno, ma dei suoni umani, animali, e di rumore, degli elementi o industriale. La struttura del corpo umano è organizzata intorno ad un sistema percettivo nel quale scindere gli elementi è impossibile: ascoltiamo con le orecchie, con le mani, con le piante dei piedi e con ogni singolo organo del sistema endocrino. Si tratterà di portane una consapevolezza nuova a questo sistema, che percepirà finalmente sè stesso.

La nostra relazione con la musica si è sviluppata, ed è stata profondamente modificata, con l’enorme espansione delle tecnologie della riproduzione del suono. Davvero una minima parte della nostra esperienza musicale è consistita dell’esposizione diretta ai musicisti e la musica è entrata nelle nostre case, ha riempito i nostri spazi privati, chiedendo la nostra attenzione o limitandosi a “profumare” l’ambiente come la luce e l’aria.

the sound of a radio, in a forgotten basement

La costruzione di un contesto acustico deve corrispondere a qualità che sono nel loro insieme semplicemente musicali, perciò non può essere arbitraria. Le caratteristiche tecniche di un ambiente risonante determinano timbro e ampiezza dell’evento, sono in qualche modo intonate e corrispondono a norme acustiche, quello che ci interessa è in quale modo determinino la qualità dell’esecuzione prima e dell’ascolto poi.

Non è solo la progettazione della sala professionale però quello che ci interessa, ancora di più è lo speciale, peculiare carattere di uno spazio architettonico ad attirare il nostro interesse: le sue qualità complesse, a volte “sbagliate”, possono essere molto attraenti. Normalmente l’intera esperienza sonora è determinata dal contesto ed è molto interessante che le caratteristiche impreviste diano luogo a sonorità difficilmente ripetibili.

Questa onorabilità dell’errore è implicita nel nostro progetto, alla scoperta come siamo di intenzioni nascoste. Portando l’attenzione sul corpo esteso del nostro ambiente percettivo lo alteriamo: tale ambiente percettivo, diciamo così, immaturo, è solo un pretesto che va fatto crescere e sviluppare, in una ricerca estesa che ci arricchisce enormemente.

Nostro compito primario, nell’affrontare un edificio meno che familiare, è il rilassamento del corpo. Braccia e gambe devono essere fluenti e ben irrorate di sangue, il collo morbido, la schiena diritta e decontratta. Solo allora potremo riconoscere la risonanza implicita nell’edificio stesso: la formidabile influenza che l’edificio stesso esercita su ogni evento sonoro al proprio interno.

the sound of flowing waters, upcurrent

Affrontare un nuovo modo di intendere il nostro spazio privato, di progettarlo, di abitarlo, potrebbe essere tutto nell’immaginarne la qualità acustica: per questo abbiamo bisogno di nuove orecchie, più di ogni altra cosa. Potremmo immaginare per un momento che esse siano i nostri sistemi di percezione delle vibrazioni, udibili e non udibili, sonore o soniche.

L’intero nostro corpo è coinvolto nella percezione acustica: si possono analizzare, nell’insieme, quali particolari organi interni vengano sollecitati da configurazioni armoniche precise e distinte. I fenomeni acustici di risonanza e simpatia trovano corrispondenze nelle tensioni e negli equilibri dei processi digestivi, respiratori, circolatori. Esporsi ad una struttura sonora, ma anche sonica, produce una influenza transitoria ma importante sulla nostra esistenza fisica e intellettuale oltre che emotiva.

Se aderire ad una forma sonora è un’azione etica ferma e responsabile, nondimeno è una scelta di favore nei confronti di un ambiente la quale non è affatto solo stilistica e per così dire di tendenza. La nostra esperienza estetica è letteralmente il processo di costruzione, definizione e finitura dell’intero sistema di sentimenti che ci definisce. Siamo quel che ascoltiamo, non solo consapevolmente, non solo superficialmente. La qualità del nostro ascolto, inoltre, è definita dalla nostra capacità di attenzione estesa, dallo spessore del nostro sentimento estetico, dall’esperienza etica su cui siamo fondati.

Tale e tanta è la cura che poniamo nella progettazione del nostro ambiente acustico che non possiamo affatto trascurare un qualche sistema di protezione dello stesso, allo stesso modo in cui ci proteggiamo dall’inquinamento atmosferico, o dell’acqua. Il silenzio della nostra casa, come il rilassamento della nostra mente, è uno scopo importante nella percezione di un ambiente acustico reale, ai fini di un ascolto pulito e qualificato. L’immagine nella quale vogliamo immergerci deve essere ripulita da ogni sporcizia, tanto quella visiva che quella acustica.

the sound below the grass, in the garden

Nella curiosa dimensione in cui si viene a trovare la produzione finalizzata ai clubs e negli archivi dei DJ professionali sono racchiusi tesori di rara portata. Timbri e ritmi alieni dal consumo mainstream dei pendolari assonnati emergono da questa benedetta serie edita da Virgin a suo tempo, a cura del sempre prodigo David Toop.

Il dub profondo, improponibile ai più, così come le elucubrazioni a traccia multipla, sfuggenti alle logiche di intrattenimento domestico semplice trovano in queste rare assemblee celebrazione appropriata. Così come gli epigoni del techno ethnic, del jazz ambientale, gli esperimenti orientali più marginali, in una festa della possibilità mancata che avrebbe potuto essere.

L’estinzione di molte di queste possibilità ci rende nostalgici e riflessivi, a rimembrare una ricchezza espressiva che renderebbe meno difettose le nostre quotidiane passeggiate sonore. Il gusto particolare che queste novelle contengono somiglia tanto alla panculturalità, al cosmopolitismo, e prendono ogni distanza dalle false identità ideologiche di cui si fa qualche volta vanto.

Non è solo di composizione pura e semplice che si tratta qui, naturalmente, ma di ambientazioni, climi e temperature, di modi interi di concepire il movimento ed il respiro stesso. In una ricchezza cromatica e quasi olfattiva che riesce a rendere perfettamente il senso del futuro, di una speranza al di fuori delle manovre finanziarie truccate.

Parte del gioco che possiamo cominciare a fare sta nell’accettare ogni suono come parte del nostro ambiente, della nostra vita, piegandolo alla nostra disposizione del momento oppure, semplicemente, lasciandolo scorrere. Lo chiamo gioco perché forse possiamo permetterci, qualche volta, di smettere di affermare le nostre abitudini personali e passare invece ad accettare il nostro ambiente come se fosse quello che è: nostro.

Possiamo immaginare la nostra casa, o forse solo una stanza, o un angolo di essa, come uno spazio di decompressione, non solo di rilassamento ma di abbandono vero e proprio: possiamo costruire un luogo immaginario ma niente affatto straniante, un luogo molto insolito ma non per questo inquietante, un ambiente artificiale che potrebbe produrre una sensazione ed un sentimento molto naturali. Un luogo silenzioso.

Questa è la prima condizione necessaria per raggiungere una nuova capacità di ascolto, per affinare i mezzi dell’attenzione, infine per avvertire la nostalgia di un luogo che conosciamo, ma che non sappiamo raggiungere da soli. La semplice permanenza in un luogo silenzioso è sufficiente perché alcune delle nostre domande cambino, perché molte delle nostre aspettative cessino. Desideriamo un posto nuovo in cui sperimentare liberamente l’utilizzo di una consapevolezza sonora nuova e progressiva.

the sound beyond the wall, unheard

Non temono mica nulla, questi giovanotti allevati nella competenza etimologica. Forti di una disposizione pionieristica inossidabile, oltre che di resistenza agli agenti atmosferici, strusciano corde antiche nella ferma convinzione del giusto. Esse, tali corde, risuonano con vigore di frontiera, al riparo da ogni catastrofe. Miracolosamente riceviamo, ed indichiamo.

Si ha un bel dire che il medio teenager occidentale moderno non ha modo di venire a contatto con un qualche Ryland Cooder, John Fahey o Garth Hudson: qui la versione è ben differente. Charlie Mingus è considerato uno zio disponibile e praticabile, il plateau familiare comprende Robert Altman, ruvidezze incluse, oltre che le melliflue steel guitars dei Primitivi.

Insomma la nostra speranza trova sempre conforto in questa incomprensibile terra di nessuno che sono le pianure canadesi, molto più che nelle pubbliche piazze di continenti troppo vecchi per essere indicati sulle mappe. Si tratta di qualità dell’acqua, certo, o forse di un disincanto che consideriamo intransigibile, di una coscienza che deriva dall’isolamento.

Se avete più di dodici anni, ma meno di sedici, potete ancora considerare questo lavoro come esempio primario, senza intattenervi più con i risorgimenti e gli amori di patria. Prima di alterare le vostre coscienze procurando danno agli organi interni, considerate questa opzione: L’ascolto accurato ed intenso di una musica equa può produrre una grande sanità mentale.

Quel gran genio di Ivo Russell-Watts per conto mio dovrebbe controllare la Universal, capace com’è di intuire le potenzialità ricreative ma anche commerciali di una formidabile canzone accidentalmente dimenticata. Potrebbe forse convincerci tutti che in queste distese di immondizia sono nascoste pietre dure di bellezza inestimabile.

Però si limita a farlo dalla sua nicchia speciale, che negli anni ottanta si chiamava This Mortal Coil, e magari 4AD, ed alla fine del millennio riappare in questa singolare forma, destinata alla consunzione per mancata attenzione. Noialtri esploratori delle illimitate scaffalature dei materiali umani scorrettamente scancellati siamo qui per sottoporvele, di nuovo.

La marinatura è stata compiuta nel miele di salvia, su qualche pietrosa isoletta battuta dal vento, sulla quale le temperature incoraggiano un prolungato soggiorno domestico, privo di connessione satellitare, fattoidi e manipolazioni squilibrate. Questa isola, sulla quale passiamo ormai la quasi totalità del nostro tempo, è alla vostra portata, valorosi navigatori.

Adoperate questo memento per curare le vostre ansie nostalgiche, che per quanto consolate da ottimo cibo e vino, non si riesce a sopire. Immergetevi in questo suono imperturbabile, alieno dalle miserie smaccatamente pseudo pop, dalle demografie che ci condannano, dalle ipotesi progressive false e vergognose. Abbandonatevi a questa gioia serena, e ricordatevi chi siete.