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Forse esiste una nostalgia, o desiderio, per un mondo liquido ed un tempo non lineare, per una elevazione della percezione sensoriale e comunicazioni indefinitamente sottili, in opposizione al mondo quotidiano diviso nel tempo, in costruzioni isolate, linguaggi sequenziali ed oggettivazioni che dobbiamo negoziare con la nostra disposizione rigida, squilibrata, in piedi.

La nostra tecnologia d’ascolto è un insieme di abitudini e di pregiudizi molto adatte ad una qualche struttura emotiva che in passato abbiamo vissuto, o sperimentato, o subìto. Nella realtà pratica di ogni giorno presente e futuro però, queste strutture spesso non funzionano affatto, la nostra rigidità e tale che il nostro udito è compromesso, come la nostra capacità di goderci l’ambiente.

Ci esercitiamo in una pratica d’ascolto fluida ed ammorbidita, grazie a composizioni musicali che ci accompagnano in territori sconosciuti. A seconda dello speciale talento del compositore ci spingiamo in zone confortevoli ma poco familiari della nostra stessa mente, oppure in luoghi alieni e mutevoli senza per questo dover mettere a repentaglio la nostra salute mentale.

Siamo arrivati adesso, forse, alla percezione del suono privo di intenzione, del suono che emerge dalla terra, dall’aria stessa, il suono degli esseri umani che ricordano, attentamente, la propria storia. Riconosciamo spazi familiari persi in una memoria che, pur frammentata, rimane la nostra. Ora è possibile che la musica entri nel nostro mondo. Perché è proprio questo che essa desidera.

the sound of air, in a light tunnel

Sembrano un centinaio d’anni quelli che ci separano dal 1987 e dal primo capitolo di questa luccicante trilogia: prodigiosa è stata la carriera (meritata) che l’autore ha percorso, in cerca di una collocazione di rango ottenuta impegnandosi nella produzione di Blur, Madonna, Oleta Adams fra gli altri e organizzando malefatte sinfoniche di ogni genere.

Qui si intende dimostrare che il maggior contributo British alla storia dell’umanità non è tanto la costruzione di melodie attraenti e di impeccabile fattura, quanto piuttosto la definizione di una coolness pronta a mutare in chillness, frutto di un understatement che solo i ben informati possono sostenere.

E prodigioso maestro di cerimonie è quest’uomo, in effetti. Una sorta di Michael Caine del terzo millennio, privo di qualunque rudezza ed asperità, che ci introduce alle melliflue dolcezze della City, popolata di una umanità swingante anche quando impiegata alla Merril Lynch. Dalla sua stazione di produzione si deve ben dominare il panorama.

L’eleganza della postura, nella produzione di questi dischetti, è il frutto di una ottimamente decantata consapevolezza del giusto equilibrio del gusto. Non è un caso se l’ammirazione della comunità musicale è ben condivisa da un mercato che sempre meno siamo capaci di comprendere, indeciso com’è fra dannazione e benedizione.

La scoperta delle gioie del paesaggio sonoro, e della sua rappresentazione in studio, dovuta probabilmente più alla pubblicazione di Apollo che a quella di On Land, diede origine ad una generazione intera di sperimentatori, che evidentemente si misero all’opera in termini speleologici molto più che estensivi.

L’intera opera di Alio Die è piuttosto buia e claustrofobica anzichenò. I suoi luoghi immaginari, mercuriali e sibillini, suggeriscono una qualche ossessione per la notte, per il non dicibile e l’orrido. In questo senso una direzione ferma viene presa: la sospensione di ogni particolare sentimento, che Brian Eno ha esemplificato, lascia il posto ad un naturalismo quasi ottocentesco.

Questo autore prolifico e raffinato ha trovato modelli di composizione rilevanti ed incrementali. Senza cadere mai nel calligrafismo all’americana è stato capace di organizzare un corpus organico ed utilissimo, mai vago nè impreciso. Le formidabili connessioni con Robert Rich e Vidna Obmana sono testimonianze globali della realtà di questa musica.

In qualche modo, infatti, queste composizioni sono l’opposto dell’isolazionismo di Lull o di Lustmord. In una tempesta sonora quasi metereologica, comunque organica e connettiva, si tiene conto della rete organizzata che negli anni novanta ha preso forma e colore. Ogni paesaggio quantico consapevole ne viene coinvolto, ad affermare l’autorevolezza dell’autore.