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Quando tentiamo di immaginare noi stessi immersi in una tradizione molte trappole emergono: affidarsi ad un sistema consolidato e rassicurante significa spesso privarsi dell’elemento fondamentale per la vita, l’azzardo.

Nell’opera di Michael Brook non c’è molto spazio per la nozione rinascimentale della composizione, il suo suono emerge dall’incessante fiorire di un organismo che sembra non avere avuto inizio, ma che si trova sempre sull’orlo della fine.

I modi in cui la sua forte e vibrante presenza scenica di fronte al pubblico si svolge, sono differenti da quelli che questa piccola opera di impressionante bellezza ci mostra. In questo estesissimo esordio sono stati sostituiti da una ferma dimensione ritmica e da scintillanti, precise corde.

Queste delicate strutture si sviluppano in un contesto molto più simile a quello della coltivazione in serra, in una paziente e lentissima operazione di ricostruzione dei fiori più conosciuti, che mai sono uguali a quelli passati, perché sono il frutto dell’incessante evoluzione dell’esperienza e dell’intelligenza, che produce fiori e frutti sempre uguali, sempre differenti.

Sono sempre un po’ disorientato quando scopro quanto sono trascurati i nostri, in questo caso sono un po’ supponente forse, compositori migliori. Questo splendido lavoro girato in strada, in sala, nello studio privato di Steve Reich a Manhattan sarebbe sufficiente ad incuriosire anche il più resistente degli ascoltatori casuali. Non mi voglio certo spiegare tutto con la solita scusa della mancanza di educazione musicale: quale educazione potrebbe esserci, infatti, migliore di quella resa possibile da queste pubblicazioni che qui mi ingegno ad indicare?

Le parole di un compositore, dette e sostenute con la propria faccia, non servono a giustificare la propria opera, e nemmeno a spiegarla, servono a testimoniare l’accuratezza della sua consapevolezza pubblica, del suo saper stare al mondo, del suo comprendere e amare i suoi ascoltatori, che vogliono saper tutto dell’oggetto amato.

Non manca nulla nelle composizioni di Steve Reich, la loro integrità è assoluta, luminosa, trasparente, specie se ci si prende la briga di assumere un po’ di informazioni, anche tecniche, specie se si viene esposti ad esecuzioni così accurate e certificate. Nel caso particolare del nostro autore mi sono già speso altrove per illustrare ciò che ho visto; pur essendo io ascoltatore dedicato e fedele, oltre che anziano, del suo lavoro, ancora sono sempre stupito ed impressionato da una qualità compositiva di cui nessun’altro riesce a mettersi all’altezza.

Per me ci dovrebbe essere una collana, da qualche parte, che riunisca i processi di immaginazione e realizzazione di cotante sonate: vorrei un documentario anche su Bela Bartok che raccoglie canzoni popolari tra i contadini, su Stravinskij che annota le modulazioni dei traghettatori sul Volga, vorrei entrare per un’ora a San Tommaso a Lipsia ad osservare Bach che mette insieme la Passione di San Matteo. In questa collana questo lavoro ci starebbe a pieno titolo.

Ce n’est pas tant l’horreur du meurtre qui l’épouvantait: il avait peur du cadavre.
Jean Genet Notre-Dame des Fleurs (1944)

Immergersi nell’orrore, suggeriva Jean Genet, è il modo corretto per sfuggirgli. Una idea abbastanza precisa dell’orrore è un ambiente acustico del quale molte componenti premono in maniera sgradita sulla nostra psiche, ne determinano stato ed umore, fino ad estremi insopportabili.

Per alcuni sicuramente è questo l’effetto delle ossessioni sonore di Trent Reznor, a testimonianza del semplice fatto che la sua abilità a costruire ambienti psichici efficaci ed importanti è molto elevata. Si tratta infatti di una definizione ambientale vera e propria quella di cui si è capaci qui, di un fare realtà effettivo.

E’ un errore pensare che le tecniche di immaginazione, definizione e strutturazione di un ambiente siano limitate ad uno o pochi stili e vocabolari. La realtà di un ambiente psichico, sonoro e musicale, è possibile ogni volta che esso viene popolato, adoperato, tenuto in moto. Ogni tentativo di definizione è lecito nella misura in cui la qualità stilistica è legata ad un sentimento autentico, forte o sottile che esso sia. Un ambiente sonoro ecologicamente sano mira allo sviluppo del sentimento umano, il più vario e sfumato.

La sofisticata capacità di produzione di questi sciamannati comunque è davvero impressionante e seducente. Viene proprio voglia di lasciarsi sprofondare in questa catarsi rovente e bruciante: tanto più vero quanto meno congeniale può apparire l’ambiente. Questa è la condizione ideale in cui ci troviamo quando veniamo a contatto di quello di cui abbiamo davvero bisogno. Una realizzazione esemplare questa, dalla quale non si torna indietro.