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Una meditazione sui diversi modi di ascoltare, a cominciare dal silenzio

Spazio e tempo sono completamente interrelati, tant’è vero che negli spazi ampi il tempo scorre molto più lentamente. Una spazio aperto muta ogni definizione: nella mia esperienza il moto è essenzialmente acustico, si svolge cioè come una vibrazione sonora. Al rallentare della frequenza, per esempio, corrisponde un espansione dell’ampiezza dinamica.

Gli ampi spazi impediscono quelle rifrazioni acustiche che caratterizzano i nostri usuali habitat, che sono i nostri modelli di misurazione di un tempo, reso attuale dall’abitudine, cui ci riferiamo. Quando lo spazio si amplia, anche semplicemente salendo ai piani superiori di un edificio, oppure su una terrazza, il nostro corpo si rilassa soprattutto perchè saltano le coordinate temporali.

Il tempo infatti è soprattutto una costrizione: siamo molto legati ad un certo andamento, qualunque variazione è fastidiosa e scomoda. Rallentare, spesso, è ancora più difficile che accelerare. Ogni ampliamento dello spazio, rispetto all’usuale, comunque, implica difficoltà sottovalutate. Al migliorare della sensazione di ariosità e libertà di movimento corrisponde di converso, per esempio, l’incapacità di star fermi.

La qualità prima di un musicista è la sua capacità di udire la musica. La musicalità consiste appunto di questo: di intuire, comprendere, realizzare il suono che la vibrazione universale, la fonte di ogni energia assume nel luogo e nel momento. Dare forma udibile a questo suono impeccabile è il mestiere del musicista ed implica la disciplina di cui sappiamo, stilizzare questo suono serve a dare riferimenti a chi non può averne altrimenti.

La seconda qualità consiste invece della capacità, acquisita con un duro lavoro pratico, di analizzare, sintetizzare, vedere il suono. Questo significa che un buon musicista sa sempre in quale punto del suo lavoro si trova, ne saprebbe parlare se fosse necessario, e se fosse possibile. Conosce i flussi interni della produzione sonora e li inscrive in strutture formali, che necessitano una scuola, una cospirazione, per essere comunicati.

L’eloquenza dei simboli, e pure la formalizzazione dialettica dei modi, è ciò che il giurista, il politico, e pure l’economista, devono conoscere. Non c’è alcun modo, nella mia esperienza, in cui si può mantenere una affermazione equilibrata, ferma e forte, senza aver ben presente l’architettura simbolica, che necessariamente è fondata sulla vibrazione energetica, resa leggibile dalla struttura ideale della musica.

La musica è l’arte ideale perchè impermanente, istantanea, completamente metastorica. Ogni parola pronunciata con verità ha la stessa caratteristica e, perchè tale, non è soggetta al documento, su cui ogni civiltà si fonda. La musica è l’arte pratica per eccellenza, perchè priva di complicazioni materiali, di durata e conservazione, ogni approccio alla musica deve essere necessariamente pratico.

“In contrasto con gli esseri umani che hanno inventato arnesi e nel farlo hanno inventato una cultura, balene e delfini potrebbero aver stabilizzato una cultura senza oggetti, consistente di sola comunicazione. Inoltre la loro struttura culturale potrebbe avere una proprietà simpatetica alla struttura della società dei nuovi media che ha cominciato a circondarci. tutto ciò potrebbe indicare l’inizio di una nuova civilizzazione totalmente differente dalla forma convenzionale. Naturalmente, una tale forma cambierebbe il significato dell’arte stessa.
Una rete informativa sta gradualmente permeando il nostro ambiente quotidiano e i nuovi media di connessione diretta stanno avanzando al prossimo livello di sviluppo. In un certo senso l’umanità, che è situata in un tale ambiente informativo, può essere comparata ai delfini ed alle balene in un nuovo tipo di mare.”
Toshiharu Ito The future form of visual art 1991

Nel nostro percorso di avvicinamento ad un ascolto più oggettivo della musica abbiamo pensato al silenzio, al rumore, ora potremmo compiere un altro passo riflettendo sui modi di comunicazione impliciti nella struttura mista di convenzioni tradizionali ed immaginazione che chiamiamo musica.
Possiamo provare ad osservare come la rete di trasmissione, la complessa e variegata fonte di musica che raggiunge la nostra casa somigli molto ad una atmosfera vera e propria. La musica sembra essere ovunque, una presenza amichevole e benevolente e anche se spesso non possediamo un vero e proprio archivio personale, accade che la musica ci raggiunga senza una precisa richiesta, quasi malgrado la nostra intenzione.

Lo scopo della musica potrebbe essere quello di rappresentare questa dimensione in forma totalmente intangibile, immateriale, perfino inesistente ma non per questo meno che reale. Quello che intendiamo realizzare nelle nostre case è un ambiente in cui alcune possibilità siano reali, proprio come cucinare e dormire, aldilà della ovvia costrizione del dominio pubblico, perché in casa possiamo immaginare una realtà differente.
La musica con cui dobbiamo, possiamo e forse vogliamo misurarci deve avere alcune fondamentali caratteristiche, se vogliamo tenere le distanze dalle trappole delle convenzioni “spettacolari”:
Essa deve essere nodale, sinattica, deve poter essere inclusiva, in una parola deve darci una possibilità. Essa inoltre deve poter essere avventurosa, inaspettata, imprevedibile, deve poter essere anche comprensibile ma questo non significa che debba essere semplicemente convenzionale.

Una delle caratteristiche fondamentali dello stato attuale della nostra civilizzazione è la facilità di comprensione: andare incontro all’uditorio è però molto spesso la condizione che ne esclude molte altre, una delle quali è certamente quella in cui una musica meno che abituale possa entrare nel nostro mondo.
La cultura popolare, quella in cui si trova il nostro massimo comune denominatore, descrive una musica accessibile, compatta, una musica in cui la brevità, quasi l’urgenza, sono determinanti di forme facilmente trasmesse, essa richiede una ”comprensibilità” attuale, precisa, estremamente pratica.
La confusione emerge quando si confonde la nostra cultura comune, frutto di una percezione dello stato della nostra individualità, della nostra comunità, con la scadente, imprecisa perché indistinta, cultura di massa, falsamente inclusiva e fondata sui riflessi condizionati.
La musica che vogliamo definire popolare deriva dall’uso e dal costume, di esecuzione come di ascolto, e riguarda il luogo dell’esistenza umana in cui siamo tutti una sola persona.

La musica è suono organizzato, la sua architettura formale consiste di strutture, segni, sostantivi ed accenti, frasi e pronunce. La forma attraverso la quale percepiamo la musica che consideriamo familiare è un idioma, un dialetto, una lingua. Ma la musica non è affatto un linguaggio. Al contrario essa si procura un vocabolario, una sintassi, una grammatica solo perché desidera entrare nel nostro mondo, perché desidera prendere una forma partecipabile.

Le diverse tradizioni sono espresse in linguaggi completi, stabilizzati, a volte fissi e rigidi. Questi linguaggi sono al servizio della conservazione, della perpetuazione di sistemi e metodi che, basati su quella che è la nozione di personaggi illuminati dal punto di vista di ogni singola tradizione, rendono possibile la comunicazione dei principii.

Viceversa un linguaggio adatto a descrivere lo stato delle cose, le cose “così come sono”, è un linguaggio mobile, flessibile, fluido, capace cioè di adattarsi alla mutazione.
Lo scopo di ogni formalizzazione comunque, sia essa transitoria oppure destinata a durare, è quello di darci la possibilità di “familiarizzare”, di accogliere un suono che in questo modo sia riconoscibile e plausibile.

Prima di muovere dal silenzio, per avvicinarci alla musica, dobbiamo attraversare uno spazio complementare, laterale ma nondimeno essenziale nella esperienza uditiva: il rumore. La funzione del rumore è abbastanza palese nella costruzione di oggetti musicali, ne rende in qualche modo più deliziosa la dolcezza, arricchendo e completando l’esperienza. Io immagino lo spazio ideale per l’ascolto della musica come esposto ad un’alea discreta, inaspettata, rumorosa appunto.

Ben più complesso è immaginare, ed anche intendere, trovare, la giusta dimensione del rumore. Credo che possiamo progettare anche questo, senza esclusione e preconcezioni, in un modo in cui possa entrare un confortevole azzardo.

Se potessimo immaginare una cultura senza oggetti, molte delle nostre abitudini sulla necessità umana, sulla sua culturale aspirazione al possesso, alla conservazione, all’accumulo potrebbero, per un momento, essere messe da parte. Probabilmente una industria, una ingegneria, una tecnologia perfettamente implicite nella natura dell’uomo sono possibili.

Questo significa che il nostro concetto a riguardo potrebbe essere seriamente determinato da profonde questioni psicologiche, radici di una civiltà che, romantica o illuminista che sia, sembra avere poche possibilità di espressione che non implichino necessariamente confini e conflitti.

Lo scopo dell’arte, in una accezione che intenda appunto superare ogni schema romantico o illuminista, potrebbe essere quello di attuare, in una dimensione priva di rischi fisici, ma anche politici ed economici, l’esperienza della possibilità.

La funzione del giardino giapponese, dove la tranquillità sembra rendere accessibile uno stato di calma della mente che intona i ricettori del corpo ad un febbrile ambiente di eventi in miniatura: una farfalla che si posa sul muschio, gocce d’acqua intermittenti, ronzio di insetti, cerchi d’acqua in uno stagno.

Lo spazio è stato accuratamente progettato per rendere possibile questo stato della mente a solo qualche minuto dal frenetico ambiente urbano.

Tutto il rumoroso inquinamento del Giappone contemporaneo, il suo passato medievale ed il suo presente industriale, politico e tecnologico sono sistemati molto vicino uno all’altro. Il giardino è una costruzione meditazionale, estetica , uno strumento abilitante forse, che relega il chiasso di fondo ai margini della scena per un breve periodo e si focalizza invece su delicati modelli di luce, ombra, colori odori, suoni. E rumori.

Il nostro individuale processo di familiarizzazione con la forma della musica continua nel tempo. Possiamo permetterle di entrare, adattarsi, muoversi nel nostro spazio più autentico perchè solo così possiamo compiere il movimento necessario affinchè la musica si compia ed entri nell’esistenza: così possiamo entrare nella musica.

La musica quindi non è un linguaggio, se essa entra nella nostra sfera di percezione lo fa al di qua di qualsiasi grammatica, sintassi, vocabolario. Quello che accade è che una traduzione interviene, ed è questa che viene misurata, nominata, discussa. La musica è una esperienza, che come tale si comunica solo attraverso sé stessa. Ogni tentativo di razionalizzarla, ordinarla, amministrarla diventa accademia, riduzione, semplificazione.

Questo tocca le radici stesse della civilizzazione in cui viviamo, che spesso è fondata sulla paura dell’incomunicabile. Inoltre nel nostro sistema educativo non c’è più spazio, paradossalmente, per una esperienza che trascenda la necessità di discutere, schedare, categorizzare.

In questo metodo, una specie di pedagogia invertita, stanno i germogli di una esistenza meccanica, fredda, enucleata dalla natura. La quale natura esprime sé stessa per archetipi, segni simbolici, ologrammatici, frattalici. E genera i miti fondatori di ogni vera civiltà.