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L’enfasi sul come avventurarsi nel processo musicale, ancora più della definizione di quale musica si debba ascoltare, è scopo ed obbiettivo dell’ascoltatore come del musicista in buona fede. La condizione di apertura, di esenzione dal pregiudizio o almeno di una qualche spregiudicatezza che miri all’innocenza, è la condizione minima per l’esercizio musicale.

Il gusto culturale dell’appartenenza di genere, di orchestrazione ed in generale di timbro, può essere pericoloso e scorrettamente esclusivo. Questo vale sia in termini di spazio, ove si considerino gerarchiche le componenti geografiche o peggio etniche, che di tempo, ove la gerarchia sia intesa in termini di progresso o, viceversa e peggio ancora, di regresso.

La nostra musica, quella in atto nel nostro tempo, viene percepita ed espressa con i mezzi del nostro tempo, sempre più varii ed articolati di quanto non si pretenda di credere. Modi e vocabolari differenti esistono simultaneamente senza che questo significhi affatto che il musicista del nostro tempo sia in eccessiva contraddizione con sé stesso.

La possibilità, del tutto straordinaria, di avere a portata di mano i modi ed i vocabolari dell’intero pianeta produce lezioni e meditazioni imprescindibili. I valori guida e le tecniche stesse vengono a trovarsi sempre in posizione anteriore ad una scoperta continua ed esaltante di modi speciali e lessici da integrare. Dobbiamo ancora ascoltare l’intera musica del nostro tempo.

Scopo dell’improvvisazione è rendere visibili le cose come stanno, prima di tutto a sé stessi. Se il suono improvviso, non congegnato né premeditato, è fonte di energia, allora è luce quella che viene introdotta, nel luogo, nella mente degli ascoltatori, nel mondo. Se ciò procurasse un dolore eccessivo, perchè una mente non allenata soffre facilmente troppo, allora avremmo infine qualcosa di vero per cui soffrire. Il mondo è quello che è, non quello di cui fantastichiamo.

Gli strumenti dell’improvvisatore sono: la calistenia, il rilassamento consapevole, la divisione dell’attenzione. Un repertorio organico, uno strumento musicale di ottima qualità, la familiarità con i modi e le scale più opportuni rispetto alla propria natura, un vocabolario esteso, l’affiatamento con i propri compagni di viaggio sono secondari, per quanto possano rendere molto più facile la difficilissima vita dell’improvvisatore.

Le necessità che ci portano all’uso dell’improvvisazione sono poco note. Quando per esempio intendiamo spostarci da un luogo ad un altro, dovremmo sapere in quale luogo siamo, inoltre solo quando sappiamo dove intendiamo andare le indicazioni sono utili. L’improvvisazione è il modo di fare le cose che ci permette di slegarci dalle convenzioni inattuali, dai metodi obsoleti, dai linguaggi usuali, perchè è difficile sopravvalutare il potere dell’abitudine.

La musica per il cinema si svolge in una dimensione sognante per definizione, pure se il film sognante non è, pure se viene composta in qualche modo prima del montaggio. Lo è in modo speciale se il regista è un folle ammiratore del compositore, come è il caso di tanti film di Sergio Leone ed Ennio Morricone, Federico Fellini e Nino Rota, oppure Walter Hill e Ry Cooder.

Questo è (molto evidentemente) un caso del genere. Montare un racconto adoperando un ritmo musicale amatissimo rende le cose astratte e molto praticabili insieme, e contribuisce a rendere terrestre un film molto astratto, o viceversa. Inoltre la dimensione rarefatta del racconto visivo (così come musicale) è esempio di perfetta sincronizzazione.

La qualità principale di questa musica non è cinematica, non suggerisce azione e trama, quanto piuttosto sospensione e atmosfera. La scrittura non narrativa di cui il cinema avrebbe molto bisogno, insieme a suggestioni luministiche ed enigmi codificati, trova sostegno e conforto in codeste forme compositive, come il dry vermouth nel gin.

Maestri sono questi due marginali lontanissimi da qualunque star system, e possono godersi un lento fluire mentre si svolge nelle loro mani. Molto grato è il fortunato regista che trova inspirazione anzichè complicazioni. Questa comunanza d’intenti, che ha dato luogo a lavori cinematografici in cui gli elementi sono inscindibili, è forse la condizione necessaria per la nostra commozione.

Dobbiamo molto a Terry Riley ed ai suoi processi della memoria rigenerata. La sua profonda meditazione sul tempo ha probabilmente spostato l’asse terrestre e rimandato l’inevitabile glaciazione, senza che la grande parte del suo pubblico naturale ne abbia necessariamente consapevolezza, senza che venga eretto nessun monumento al suo merito.

Riley era discepolo del Pandit Pran Nath, a lui si era affidato nella presa di posizione ideale ma anche pratica, ne aveva assimilato modi e discipline fino a rappresentare una passabile versione utilizzabile per noialtri. All’epoca tutto questo era degno dell’opera di Teresa di Calcutta o a quella del dottor Schweitzer, stessa portata in termini di contributo alla pace del mondo.

Di recente ho rivisto l’anziano maestro in una bella sala della mia città, l’ultima di una mezza dozzina di volte in questa vita, e ho trovato la sua performance molto migliorata: postura magnifica e impressionante colore del canto. Pure la tecnica pianistica ha ora qualcosa di essenziale che qui mancava. Il motivo per cui è questo disco il riferimento che propongo è che molti sentono che il 1972 è stato un anno migliore.

La ripetizione usata da Riley su questo palco parigino (e losangelino pure) è un semplice dispositivo tecnico che si trova ad essere un mirabile esempio della presenza del genio. Brian Eno ne fece un oggetto di culto, Robert Fripp ci ha ricavato il disegno adatto alla presentazione della musica celeste più matura e utile. Per gli studiosi: il primo ad usarla fu l’Argentino Mauricio Kagel, nel 1956.

Nell’esercizio di un pensiero analogico espresso attraverso forme archetipiche ci si avvia all’imprevedibile. Roba che non è accessibile ai teorici della causalità ed al principio di non contraddizione, tantomeno lo è a storici ed ideologi: solo i musicisti possono permettersi di affrontare l’angoscia, che fatalmente potrebbe investirli.

L’abilità nella creazione di un contesto infuocato ed inafferrabile è stata la caratteristica di questo importantissimo gruppo di mangiacrauti, capaci di intraprendere un’avventura rischiosa e davvero mitica. Il limite stretto della configurazione tipica non è qui in nessun modo tale: la giusta misura condizionale e la virtù della conoscenza di sè stessi sono abrogati in favore dell’immortalità.

Probabilmente non c’è una vera memoria dell’azione di questi navigatori mai compresi. Certo il livello di popolarità raggiunta non è mai uscito dalla voglia sperimentale degli anni settanta, la destrutturazione di qualunque linguaggio popolare ha avuto più fortuna allora, e da allora è stata trascurata: soft machine, gong e i pochi epigoni sono le sole connessioni tangibili.

Va invece ricordata la capacità di trascendere l’ovvio ed il gusto trito di prevedibilissime epiche rock. L’idea specialissima di sviluppo del tema deve molto alle contemporanee o di poco precedenti istanze Bitches Brew o Stimmung, con le quali rispettivamente Miles Davis e Karlheinz Stockhausen indicavano la strada da seguire per emanciparsi dal grigio passato

Che la tecnologia radiofonica fosse una struttura di composizione completa ed autoportante l’aveva realizzato Cage negli anni cinquanta, molto prima che qualunque questione emergesse. L’intuizione che il contesto uditivo, anche e soprattutto tecnologico, fosse determinante quanto e più della stessa struttura stilistica a monte, poteva emergere già allora, e così avvenne.

Tutto combacia nelle realizzazioni pop, tanto incoscienti ed incompetenti quanto utili e determinanti. Orb è la stessa combinazione sognante che ha retto per un po’ la cospirazione chill out dei primi novanta ultimi scorsi. Emersi dall’ambiente nobile e raffinato della EG records, hanno sempre avuto una connessione forte con le menti altolocate presenti negli stessi uffici.

Qui, sfolgorante e discreta come la tecnologia radiofonica stessa, prende corpo una composizione pulsante ed autorevole, spazio quasi ideale per lasciar andare flussi sempre meno che perentori. Chè l’alea imprescindibile che si respira in queste soffici evoluzioni ha finalmente la dignità che le spetta. Manca forse la semplificazione che il pop di massa impone, di cui godiamo l’assenza, in effetti.

 

Non ha i tratti di altre composizioni di questo radicale un po’  folle, questo impressionante disco uscito in tempi in cui eravamo molto indecisi. Pure contiene una qualità dal nostro punto di vista rilevantissima, ed una sensualità importante e godibile, inoltre.

Sun Ra non appartiene alla tradizione, neppure a quella Jazz, neppure alla sperimentazione intellettuale di stampo europeo. La sua è una follia originale, per quanto radicata chissà dove, e pure nella sua produzione c’è una maestria rilevante, imprescindibile.

Amare i radicali non è mai stato facile, qui abbiamo l’opportunità di avvicinarci ad un suono più lento e familiare, per me legato ad una immagine precisa che in quegli anni riempiva tutto il mio spazio. Quella di un equinozio invernale di salvezza e gioia.

Ma molti potranno trovare, con una certa sorpresa forse, in questi solchi una sorta di sollievo, più o meno inconscio. La musica di qualità non emerge da processi che sono solo intellettuali, solo emotivi o solo sensibili. Nel lavoro di un musicista maturo, anche aldilà delle sue personali idiosincrasie, si può respirare l’aria di un universo più ampio, più completo e bilanciato.

Qui posso sentire questa maturità, la quale comprende una gradevolezza che non è una concessione ma invece una conquista, posso sentire la presenza della musica cosmica che auspico, di cui ho bisogno per imparare. Compito di questi straordinari musicisti, che possono giungervi attraverso le vie più disparate, è metterci di fronte alla pulsazione cosmica, sufficiente in sè per indicare dove si trova ciascuno di noi.