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Sono sempre un po’ disorientato quando scopro quanto sono trascurati i nostri, in questo caso sono un po’ supponente forse, compositori migliori. Questo splendido lavoro girato in strada, in sala, nello studio privato di Steve Reich a Manhattan sarebbe sufficiente ad incuriosire anche il più resistente degli ascoltatori casuali. Non mi voglio certo spiegare tutto con la solita scusa della mancanza di educazione musicale: quale educazione potrebbe esserci, infatti, migliore di quella resa possibile da queste pubblicazioni che qui mi ingegno ad indicare?

Le parole di un compositore, dette e sostenute con la propria faccia, non servono a giustificare la propria opera, e nemmeno a spiegarla, servono a testimoniare l’accuratezza della sua consapevolezza pubblica, del suo saper stare al mondo, del suo comprendere e amare i suoi ascoltatori, che vogliono saper tutto dell’oggetto amato.

Non manca nulla nelle composizioni di Steve Reich, la loro integrità è assoluta, luminosa, trasparente, specie se ci si prende la briga di assumere un po’ di informazioni, anche tecniche, specie se si viene esposti ad esecuzioni così accurate e certificate. Nel caso particolare del nostro autore mi sono già speso altrove per illustrare ciò che ho visto; pur essendo io ascoltatore dedicato e fedele, oltre che anziano, del suo lavoro, ancora sono sempre stupito ed impressionato da una qualità compositiva di cui nessun’altro riesce a mettersi all’altezza.

Per me ci dovrebbe essere una collana, da qualche parte, che riunisca i processi di immaginazione e realizzazione di cotante sonate: vorrei un documentario anche su Bela Bartok che raccoglie canzoni popolari tra i contadini, su Stravinskij che annota le modulazioni dei traghettatori sul Volga, vorrei entrare per un’ora a San Tommaso a Lipsia ad osservare Bach che mette insieme la Passione di San Matteo. In questa collana questo lavoro ci starebbe a pieno titolo.

Il nuovo paese industriale che era la Germania del dopoguerra, oltre a grandi ricchezze, finì per trovarsi di fronte ad una generazione in rivolta, come in altre parti d’Europa del resto, ma questa più radicale ed intransigente. Un suono inedito, che intese rappresentare un forte dissenso al diktat, prese a mescolare, per la prima volta nel vocabolario popolare, allusioni robotiche e suggestioni mistiche.

Allievi discoli di Stockhausen e Salvador Dalì, esonerati dalla certificazione e dalla seriosità accademica, raccolsero alcune istanze hippy e si abbandonarono, teutonicamente, alla furia degli elementi, raccogliendo istanze da un universo urlante. In una sorta di Sturm und Drang tecnologica attraversarono a cavallo la galassia.

Sommerso in breve da orribili copie che, prive della necessaria intelligenza ironica mancarono del tutto di affascinare, sembrò all’epoca quasi un fallimento. Nulla, in questo ecosistema onnivoro che è la musica vera, va sprecato e molte forme di vita emersero in anni anche lontani, da queste impronte genetiche.

La luminosa grazia di quest’opera in particolare va ricordata in ogni percorso di illuminazione degli archivi. Qui venne stabilizzato l’orientamento “cosmico” e onirico che Froese, Baumann e Franke avevano intentato insieme a Klaus Shultze, a prosecuzione del lavoro dei Floyd e prima del salto internazionale Virgin. La sfolgorante bellezza di queste strutture cristalline, più tardi, sarà più difficile da intravedere.

C’era una promessa, quando questo disco uscì, contenuta ma ferma, perfino illuminata dalle condizioni del tempo: che in cinquant’anni l’Europa avrebbe compreso che le proprie condizioni non erano più adatte alla vita com’era stata nei cinquant’anni precedenti. Che avremmo avuto bisogno di più Africa.

Africa è tutto quello che la musica classica, l’aritmetica, gli scacchi non riescono ad essere. I nostri mondi parcellizzati, discontinui ed esclusivi, fondati su gerarchie rigide e vecchio stile, su file e ranghi ed ogni altro livello di controllo, incastrati in una forma che è priva di capacità improvvisativa o empirica, soffrono di mancanza d’Africa.

Il miracolo avviene quando le forme vernacolari autentiche possono misurarsi con la musica africana: ciò che sottende a quel di cui qui si parla e si intende è fondamentalmente africano, in quanto suono slegato dall’orologio comune. Questa misura di indipendenza e di interdipendenza, che può fornire motivi ad una democrazia più autentica e praticabile, è tipica delle forme ritmiche del West Africa. 

L’intera rete globale potrebbe essere la somma, nel miglior scenario possibile, di computers (nerds, geeks ed altri fenomeni antropologici bianchi ed occidentali) e Africa, chè i primi, senza lo spirito implicito nella seconda, sono soltanto rappresentazioni trascurabili dei processi più square. La speranza di una logica più fuzzy, di una temperanza rilassata e gioiosa risiede in Africa. In Brasile forse.