Archivi Categorie: metaphisique

Il nostro individuale processo di familiarizzazione con la forma della musica continua nel tempo. Possiamo permetterle di entrare, adattarsi, muoversi nel nostro spazio più autentico perchè solo così possiamo compiere il movimento necessario affinchè la musica si compia ed entri nell’esistenza: così possiamo entrare nella musica.

La musica quindi non è un linguaggio, se essa entra nella nostra sfera di percezione lo fa al di qua di qualsiasi grammatica, sintassi, vocabolario. Quello che accade è che una traduzione interviene, ed è questa che viene misurata, nominata, discussa. La musica è una esperienza, che come tale si comunica solo attraverso sé stessa. Ogni tentativo di razionalizzarla, ordinarla, amministrarla diventa accademia, riduzione, semplificazione.

Questo tocca le radici stesse della civilizzazione in cui viviamo, che spesso è fondata sulla paura dell’incomunicabile. Inoltre nel nostro sistema educativo non c’è più spazio, paradossalmente, per una esperienza che trascenda la necessità di discutere, schedare, categorizzare.

In questo metodo, una specie di pedagogia invertita, stanno i germogli di una esistenza meccanica, fredda, enucleata dalla natura. La quale natura esprime sé stessa per archetipi, segni simbolici, ologrammatici, frattalici. E genera i miti fondatori di ogni vera civiltà.

“Personalmente non credo che i delfini abbiano qualcosa di paragonabile a quello che un linguista umano chiamerebbe un ‘linguaggio’. Non credo che qualunque animale senza mani sarebbe così stupido da arrivare ad un modo di comunicazione cosi strampalato. Usare una sintassi ed un sistema di categorie appropriati ad una discussione su cose che possono essere maneggiate, mentre davvero si discutono i modelli e le contingenze di relazione, è una fantasia”

Gregory Bateson Steps to an ecology of mind 1966

La musica è un insegnante diretto e potente che parla a tutti noi, nella misura in cui siamo capaci di ascoltare. Possiamo accoglierla in silenzio, con tutta l’umiltà di cui siamo capaci, ed è probabile che nel giusto mezzo, quando avremo sperimentato la sua presenza costante, amichevole, benevolente, l’intera nostra attesa sarà piena della speranza che essa ritorni, nonostante la povertà del nostro spirito.

Se dopo aver immaginato un mondo privo di oggetti, provassimo ad immaginare un mondo senza linguaggio? Radicale, certo, ma possibile.

jimiplaysmonterey.jpg

Controversa la storia dei racconti cinematografici musicali: molti detestano la semplice riduzione di un evento musicale, altri considerano la mitologia filmica quanto quella discografica. Ci sono in effetti molti esempi del tutto differenti e riunire da qualche parte un concetto che riguardi tutti i film cosiddetti musicali è ozioso e forse anche un po’ stupido.

La nostra è una cultura visiva, la nostra esperienza come tale viene registrata visivamente, tale pertanto si trova ad essere la struttura della nostra memoria, l’arco della nostra mitologia, l’intera nostra percezione del mondo. Ovvio quindi che il supporto privilegiato per la commercializzazione di questa buffa merce discografica, abbia finito per essere sempre visuale.

Essenzialmente la cultura popolare è una cultura dell’immagine, una grande parte dell’invenzione rilevante che le popstar compiono è un’azione di costume, di teatro contestuale. Sarebbe inimmaginabile quindi che le grandi operazioni di registrazione visuali fossero secondarie. Il nostro archivio video, insomma, durerà più di quello audio.

Se Don’t Look Back di A.Pennebacker poneva tutta l’enfasi sulla realtà quotidiana di Bob Dylan in Inghilterra nel 1965, anzichè sulla costruzione di una immagine che sarebbe risultata molto più gradita ai distributori, vicecersa l’intera epopea di Woodstock possiede una dimensione molto maggiore sul documento filmato che nella realtà da qualunque punto di vista, essendo che alla fattoria di Yasgur, nell’agosto 1969, nessuno riuscì mai a sentire molto, in una varietà di posizioni fuori dal palco, a causa di un impianto di diffusione del suono del tutto inadeguato.

Di recente sono usciti più o meno ben distribuiti documentari che si possono permettere anche l’abbandono di una mitologia falsa, infantile e comunque superata. La costruzione Hollywoodiana così smaccatamente adoperata nella promozione di attori adatti, a cominciare da Elvis, bamboccione bianco che rasenta la perfezione in questo senso, per continuare fino ad ogni ordine e grado di bambole fintamente sexy finchè intoccabili, crolla senza remissione.

Registi seri e maturi si impegnano a definire in modo visuale e musicale allo stesso tempo, il carattere autentico degli autentici protagonisti del suono dei nostri giorni, artisti sfuggenti e magari eccessivamente discreti accettano di esporsi in una dimensione a loro meno congeniale per corroborare finalmente le qualità essenziali del proprio discorso musicale.

Così i nostri oggetti favoriti esaminati qui sono benedizioni illuminanti che il cielo, ed ottime squadre produttive, rilasciano. Squarci narrativi completi e definitivi a riguardo dei nostri amatissimi eroi, informazioni e punti di vista che spiegano in una sola occhiata molto più di un trattato filosofico come questo.

Yo-Yo Ma – The sound of the carceri – 1998
Nusrat Fateh Ali Khan – A voice from heaven – 2001
King Crimson – Eyes wide open – 2003
Keith Jarrett – The art of improvisation – 2005
Lisa Gerrard – Sanctuary – 2006
Bob Dylan live at the Newport Festival – 2007
Scott Walker – 30 century man – 2007

Steve Reich’s City life – 1995
Robbie Robertson – Going home 1998
Down fron the mountain – 2000
Bjork – Royal opera house 2001
Ron Fricke – Baraka – 2001
Miles electric – a different kind of blue- 2004
Tim Buckley – My fleeting house – 2007

ussachevskyprinceton60s.jpg

Ogni singolo compositore, in ogni tempo, ha desiderato costruire un mondo a parte, modellato sulle sue priorità, sui suoi ideali. Nel XX secolo questa tensione ha generato a volte Paesaggi Immaginari alieni e cruenti. Questi progetti forse irragionevoli e magari poco utilizzabili, ma che possiedono tutti, ugualmente, una grande vitalità e desiderio di incarnare un possibile spirito Umano, sono a nostra disposizione attraverso una rete di distribuzione di registrazioni commerciali imprevedibile ed incontrollabile. Sono davanti alle nostre orecchie, archiviati in luminescenti supporti di distribuzione.

Questi compositori hanno, quasi senza eccezzioni, considerato la registrazione dei loro lavori come una straordinaria opportunità, a completamento di una notazione insufficiente, a compensazione delle imprecisioni dell’esecuzione dal vivo, oltre che di maggiore facilità di diffusione, o di popolarità dei lavori stessi. Sono moltissimi gli esempi di probabile inconoscibilità del lavoro di compositori marginali e comunque vagamente estranei al regime del proprio tempo: per esempio l’archiviazione della qualità essenziale della composizione musicale del XX secolo, il timbro, sarebbe risultata impossibile.

Pure, non è tutto qui. Progressivamente l’influenza delle tecniche di esecuzione adatte alla registrazione definitiva hanno influenzato i modi della composizione stessa. Lo studio di registrazione è diventato strumento musicale, la dimensione verticale della composizione è materializzata nei potenti registratori multipista, quella orizzontale nelle sofisticate operazioni di rimontaggio continuo. La mallebilità tecnologica sempre più spinta ha trasformato gli oggetti musicali in materia infinitamente plasmabile e ristrutturabile, influenzando definitivamente ogni progetto acustico del futuro.

Erik Satie – Fuori dal Tempo, in ogni Tempo
Olivier Messiaen – Una Aspirazione Sinestetica
Giacinto Scelsi – Senza Nome, Senza Biografia
Edgar Varèse – Poème électronique
John Cage – Il Silenzio non è un Fenomeno Acustico
Karlheinz Stockhausen – Tutte le Realtà sono Simultanee
Steve Reich – Una Economia Democratica

Luigi Russolo - L’Intonarumori
Iannis Xenakis – Un Moto Browniano
Gyorgy Ligeti - Per un’Armonia Multidimensionale
Morton Feldman – Una Superficie tra le Categorie
Toru Takemitsu – La Persistenza della Memoria
Arvo Part – Canto in Memoria del Tempo

Una composizione instantanea
Composizioni, e mondi popolabili
Il compositore contemporaneo rifiuta di morire
Alla Fine del Tempo
Luci nel Buio
Un Gesto Improvviso

Quando Dirk Serries, il nostro avventuriero delle terre basse, decide che è tempo di occuparsi delle strutture più aeree, riesce anche a fare meglio di qualunque suo conterraneo pratico di luci speciali, delle infinite serate estive così come delle lunghe notti invernali. Riesce a suggerire lo splendore di un orizzonte tremante, di acque celesti ed impercettibili.

Qui la dimensione è celeste, in effetti, e prescinde da ogni tenebra, descrivendo cerchi perfetti in una terra incognita della quale intendiamo procurarci cittadinanza. Osserviamo la costruzione di una fauna indistinta, non ancora vertebrata, che promette la riconsiderazione di assunti corrosi, la ridefinizione della catena alimentare, alla luce di un cielo aperto.

Noi amiamo fluttuare in un luogo sconosciuto, nel quale i nostri pregiudizi funzionano poco e male. Intendiamo indurre i metalli pesanti a seguire la gravità, nuotando in un’acqua cristallina. Per farlo abbiamo bisogno di un’organizzazione che ci procuri le vasche, oltre che il flusso corretto dei liquidi. Abbiamo bisogno di un calore che induca i fluidi nella direzione voluta.

Per fluttuare abbiamo soprattutto bisogno di smettere, di sospendere l’abituale processo del pensiero immaginale, oltre che la successione dei gesti. Poggiati su questi archi sonori abbiamo accesso ad un percorso sempre auspicato, quello dell’alleggerimento, dello scarico di tensione e rigidità. Tale e tanta è l’aspirazione qui contenuta che non possiamo che seguirla.

Avevamo fede in una ridefinizione del mondo attraverso la tromba di Jon Hassell, in quell’inizio decennio così carico di promesse. Almeno ce l’avevo io (insieme evidentemente a Paolo Fresu, Nils Petter Molvaer e Miles Evans) e un altro paio di hipsters à la page. Credevamo soprattutto che la mancata comprensione dell’azione di Miles Davis avrebbe potuto essere riassunta, reimmaginata, spiegata meglio che dal maestro stesso.

Hassell riprese le redini, dopo la breve interruzione in coppia con l’immaginifico, e rispostò l’intero tono su quel Vernal Equinox che ci aveva cambiato la vita, oltre che la struttura interna dell’orecchio. In una speciale qualità di gospel boreale prese ad intessere la moltitudine ritmica delicatissima e millesimata che sappiamo ebbe poi modo di tracciare attraverso il mondo.

Mai Hassell è caduto in una qualunque trappola millenaristica, mai le sue prestazioni virate al pop hanno insidiato la purezza del suo suono. La distillazione di tale élan vital, originata da un lungo apprendistato con il Pandit Pran Nath che sfrondò e rese immacolato l’intento, ha sempre proceduto, lenta ed inesorabile, fino allo stato attuale delle cose.

In questa operina abbiamo il contributo di Daniel Lanois, astratto e funzionalissimo come sempre fin da allora. Erano tempi in cui il trattamento di studio era laboriosissimo e tutto da inventare, le compressioni e le equalizzazioni necessarie imponevano il contributo di collaboratori di straordinaria levatura, se lo scopo era la produzione di un gioiello da incastonare nella memoria, inconsapevole, di tutti noi.

L’attitudine mistica impone una apertura che solo un linguaggio astratto dal corso della storia e dal mondo rende possibile. La stupefacente poesia islamica medievale, tratto favorito da filosofi e matematici, ha reso possibile che intuizioni profonde ed utilissime attraversassero i secoli, leggibili e comprensibili per chi sappia leggere.

L’opportunità che Nusrat Fateh Ali Khan ci ha dato, attraversando lo spazio che noi abitiamo, offrendoci una meditazione cantata che possa avere luogo davanti ai nostri stessi occhi, e orecchie, non ha precedenti nell’età moderna, in occidente. Non certo per il pubblico ampissimo aperto ora al suono del mondo, incantato e svuotato dalla presenza di una azione mistica familiare.

I temi melodici, preparati lentamente da una improvvisazione di gruppo, non sono nel canto qawwali affermazioni esplicite, ma procure estatiche piuttosto, evoluzioni alla ricerca dell’espressione massima, estrema, un offertorio sacrificale per chi ha orecchie utili ad intendere. Per tutti noialtri è la rappresentazione di uno stato della natura e della cultura umana inarrivabile.

Ascoltare Ustad Nusrat Fateh Ali Khan in persona è stato un onore che ci ha permesso di intuire la grandezza di un popolo fra i più malintesi e maltrattati del mondo. Nessun musicista che lo abbia incontrato è rimasto insensibile, Peter Gabriel, Eddie Vedder, Bruce Springsteen (con cui Asif Ali Khan ha cantato in luogo del defunto maestro in “worlds apart”) vanno ascoltati anche nella luce di questa esperienza.

arvo_part21

Non c’erano che partiture e qualche nastro illegale, nei 51 anni in cui l’indipendenza in Estonia venne a mancare, per apprendere corsi e ricorsi della musica contemporanea occidentale. Nei lunghi anni del suo apprendistato convenzionale l’influenza fu quella di Shostakovich, Prokofiev and Bartók. Come se non bastasse questo ad irritare i funzionari del governo, anche Schoemberg e la sua tecnica dodecafonica e seriale furono importanti influenze.

Concluso questo momento, rivelatosi un vicolo cieco, Part entrò in una sorta di silenzio contemplativo, tanto pericoloso quanto liberatorio. La totale pure se quieta disperazione nella consapevolezza della composizione come il più futile dei gesti lo portarono alla perdita di ogni fede musicale e volontà di scrivere qualunque cosa.
La terza sinfonia del 1971, al centro della transizione, lo trovò immerso nello studio delle radici della musica occidentale, nella musica antica, nel canto Gregoriano, dell’emersione della polifonia nel rinascimento.

Fratres, Cantus In Memoriam Benjamin Britten, e Tabula Rasa sono le composizioni che si distaccano da questa dolorosa transizione, portando ogni attenzione su di un particolarissimo suono delicato ed estatico, traccia di un desiderio arcano e stupendo di ritrovare sensi e valori sospesi dalle esperienze passate.

La tecnica tintinnabuli, originale definizione riferita ad un tintinnio acustico ed alle campane in modo specifico, che da queste composizioni emerge nel mondo, riporta Part a frequentare una dimensione acustica che va da Palestrina a Messiaen e Penderecki. Singole note prive di decorazione, le semplici triadi alla base dell’armonia occidentale, semplici strutture ritmiche non soggette a mutazione sono le caratteristiche che lo accomunano, per esempio, a Henryk Górecki and John Tavener.

Un’altra caratteristica del lavoro più tardo di Part è che è spesso adattato a testi sacri, peculiarmente egli sceglie i linguaggi Latini e della chiesa Slavonica usati nella liturgia ortodossa invece del nativo Estone. I lavori su vasta scala del periodo includono la Passione di San Giovanni, il Te Deum e Litania, i lavori corali il Magnificat e Le Beatitudini.

Grande parte della diffusione del lavoro di questo grande Estone, naturalizzato Austriaco e poi residente a Berlino, è dovuta alla cura e alle edizioni di Manfred Eicher e della sua Edition of Contemporary Music, che ha registrato magistralmente molte delle composizioni di Part a partire dal 1984.

part4601

“Even in Estonia, Arvo was getting the same feeling that we were all getting. [...] I love his music, and I love the fact that he is such a brave, talented man. [...] He’s completely out of step with the zeitgeist and yet he’s enormously popular, which is so inspiring. His music fulfills a deep human need that has nothing to do with fashion.” —Steve Reich

English? you’re welcome!

La somma di talenti, in un supergruppo esoterico, produce spesso la sospensione della ragione oltre che della tonalità. Qui alla cancellazione del criterio discografico di selezione corrisponde una inedita combinazione di fluidi, di gioie e di talenti, com’è sempre più frequente grazie al cielo, fuori dalle correnti del commercio becero.

Che un gruppo come questo, maturo ed evoluto, possa passare incognito invece è l’oggetto di questa meditazione. Ritmiche sottili e voci eteree, come in un giardino edenico, chitarre sinuose e delicatissime intrecciate a violoncelli maschi e penetranti, ce n’è per ogni aroma e profumo. L’identità del risultato è pari alla varietà degli ingredienti, mescolati con grazia.

Ciascuno dei componenti di questa effimera squadra angelica ha una sua vita segreta nei meandri della produzione fonografica. Facile che salti alle orecchie l’archetto magnetico di Bill Nelson, le celestiali tastierine di Roger Eno, il cor anglais e l’oboe di Kate st.John, una biondina per cui molti assalterebbero treni, Laraaji, il mendicante urbano di Manhattan che era un protegé del fratello anziano di Roger.

Ma il tratto essenziale qui riproducibile ha il gusto del giardino d’infanzia, in cui il gusto di suonare insieme si perpetua senza fine, nè mezzo. E’ l’eterno ricominciare che è la condizione, nella migliore delle ipotesi, cui tutti aspiriamo. E’ il motivo che ci fa godere così profondamente ogni attività umana degna di questo nome, in cucina come quando suoniamo, e che ci permette di riparare il passato.