Archivi Categorie: joni mitchell

u2_fez.jpg

Un segnale registrato su nastro magnetico è materiale indefinitamente riplasmabile, ben conservato può essere completamente ristrutturato molti anni dopo le riprese; Le mutazioni di equalizzazione, compressione, espansione, eco, sono praticamente illimitate; Il tecnico o il produttore, ai fini dell’economia del progetto, deve proprio scoraggiare l’esplorazione continua; In ogni caso la tecnologia dello studio di registrazione attuale è una struttura potentissima di riconfigurazione e riprogrammazione di sintetizzatori sofisticati, sequencer microscopici, mixer ed effetti controllati da elaboratori.

La creazione dell’ambiente sonoro è un processo collettivo quindi, ed il produttore tende normalmente ad essere un arbitro o un amministratore di processi semantici più che un inventore. Così se è vero che una ricerca sul significato del suono deve obbligatoriamente passare per lo studio di registrazione, non può essere limitata ad esso. Una delle caratteristiche fondamentali della musica prodotta e riprodotta elettroacusticamente, che la distingue in modo radicale dalla musica scritta per l’esecuzione, è che la musica registrata porta sempre con sé un ambiente immaginario, che assomiglia a quello (sempre immaginario) creato in studio.

I produttori provano il missaggio anche su altoparlanti comuni, o da automobile, o in cuffia cercando di estendere il più possibile il loro controllo sulle condizioni effettive di ascolto: l’ideale non è tanto che certe frequenze siano sempre percepibili (che è un requisito puramente tecnico) ma una determinata atmosfera, un certo paesaggio sonoro rimangano inalterati nel passaggio dall’ambiente acusticamente definito della sala di regia a quelli indefiniti di un’automobile, un ipod, un impianto domestico. Questa atmosfera, questo paesaggio sonoro sono evidentemente importanti dal punto di vista estetico: sono spesso l’oggetto estetico principale.

Non si può fare a meno, quindi, di indagare la risposta dell’ascoltatore finale a questa sollecitazione, e più ancora non si può fare a meno di confrontare questa esperienza con quella, estetica o no, che l’ascoltatore ha del suo paesaggio sonoro quotidiano. Che lo facciano intenzionalmente o no, i produttori sono soprattutto creatori di paesaggi sonori, alternativi o sovrapponibili a quello reale. Una ricerca sul significato del suono musicale non può fare a meno di una riflessione sul significato del suono in generale, di quelle “melodie di timbri” che prima delle teorizzazioni musicologiche fanno parte dell’esperienza percettiva di ogni giorno.


Le potenzialità del successo commerciale di Laura Nyro erano altissime al suo esordio. Capace di un compendio fra Joni Mitchell, Carole King e Martha Reeves, in termini di solidità compositiva e di arrangiamenti vocali aveva pochi rivali. Il successo arrivò in fretta, grazie ad interpretazioni leggendarie dei suoi pezzi, e i suoi dischi uscivano con la fluidità tipica dell’epoca.

L’intensità era la stessa di Joni, pur se la sua vena malinconica tendeva al nero anzichè al blue, la grazia stilistica e la gradevolezza degne di Mahalia Jackson. Una autrice ed interprete amatissima dai grandi bianchi del soul, del tutto riconoscibile nel ricco panorama degli anni settanta. Sto ancora qui a chiedermi come possa, oggi, essere stata così ampiamente negletta in Europa.

Laura compì l’imperdonabile gesto alle soglie del quale anche Joni giunse, insieme a Patti Smith e ad altri: Si ritirò, svanì completamente dalla scena. Gli anni ottanta ed i novanta videro un solo disco a decennio, riflessivi e maturi quanto privi del temperamento infuocato degli esordi. Così, a differenza di Joni abbiamo una sola immagine ben a fuoco, quella della soul singer che cammina a Broadway sottobraccio a Burt Bacharach, mentre la radio trasmette And when I die.

Ricordare la gente come Laura Nyro è bello e importante, a rivitalizzare la soddisfazione di necessità autentiche. Il suo contributo alla definizione ed al completamento della canzone americana del XX secolo è ingiustamente trascurato. Molte delle sheroes che solcano le strade lontane da Hollywood le devono la tecnica degli elaborati sguardi lanciati sul paese delle illusioni perdute.

A seguire un decennio di confusione machista, in cui si è lasciata produrre da suo marito con esiti controversi, la più rilevante songwriter di tutti i tempi e di tutti i mondi conosciuti è tornata. Ed è un ritorno a casa notturno, sussurrato con l’autorità necessaria affinchè ciò di cui avevamo bisogno potesse rientrare nelle nostre vite.

La musica di Joni Mitchell è sottovalutata, siamo distratti dalla sua voce, dalla sua scrittura ferma ed illuminante, dalla sua presenza incantevole ed importante, dalla sua abbaccinante bellezza. Ed è pure rilevante la sua capacità di arrangiamento, di produzione tecnica. In termini di confezione, della quale si prende spesso ogni responsabilità, è insuperabile.

Qui, sfrondata dal superfluo, splende in una luce siderale adattissima al nuovo corso, utile ai sopravvissuti dell’orribile decennio reaganiano per ricontarsi, per riprendere consapevolezza del proprio universo perduto. Così le canzoni, profondamente melanconiche e qualche volta davvero amare, assumono una vita propria che potrebbe deludere le attese degli abbronzati ammiratori di un Laurel Canyon che nel frattempo ha cessato di esistere.

Oggi Joni Mitchell non intende pubblicare altri dischi, ritirata a dipingere finalmente, a completamento di una vita riuscita anche nell’aver ritrovato la figlia perduta. L’arco creativo di questa donna è l’esempio migliore per tutta questa splendente nuova generazione di teppiste femmina che è tornata a solcare il nuovo continente, voglia il cielo che questa fragile tradizione prenda corpo maggiore. Questo livello di intensità è il parametro di riferimento.