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L’assunto principale a motivare questo lavoro è: presentare completamente il modo di lavoro di un artista nel suo ambiente, dall’artista stesso, che usa come contesto il particolare lavoro che in un momento preciso sta compiendo, insieme ai suoi colleghi, con completezza di errori ed omissioni.

Può sembrare un po’ banale ma qui vi assicuro: non lo è. Conta molto il fatto che Daniel Lanois, l’autore, produttore ed ora editore, sia una star di prima grandezza nel nostro gioco favorito. Conta la presenza di colleghi come Bono e Brian Eno, ma anche di Brian Blade e Garth Hudson, di Emmylou Harris e Willie Nelson, di Darry Johnson e Anton Corbijn, che completano, arrotondandola per il nostro speciale piacere, questa formidabile opera.

Quello che ci ha insegnato Daniel Lanois, oltre a quel che Brian Eno ci fece e ci fa ancora vedere, è che possiamo cominciare qualcosa qui ora, con i mezzi che abbiamo, con l’esperienza e l’intelligenza che abbiamo, perchè sappiamo poco tutti quanti di quale sia il giusto modo di fare le cose. Perchè sappiamo poco del nostro spazio ma anche del nostro tempo. Tutto andrebbe investigato a modo nostro, senza ascoltare troppo ciò che si dice.

Il generale aspetto da film familiare, sgranato e vagamente inconsistente, aggiunge anzichè togliere, a causa del progressivo affermarsi di un sentimento che è familiare e che fa sembrare l’ambiente di lavoro molto simile al nostro, con la differenza di dettagli abbastanza insignificanti.

Credo che l’affermazione di pretesto possa essere sostenuta molto fortemente, credo che la generosità palpabile qui rappresentata sia l’indice, l’unico autentico indice, del successo ottenuto da questa gente, che slegata da categorie mercantili trite e convenzionali, ha dimostrato che il mercato può essere determinato dalla qualità, non solo di mezzi e metodi, ma anche di impegno ed intelligenza.

Nell’affrontare i modi e gli stilemi che così nettamente definiscono un’atmosfera, e che così lontano mi portano a volte dalle questioni musicali più propriamente compositive, mi ricordo che il tratteggio essenziale per costruire un mondo a parte spesso è ridotto alla scrittura di una sola canzone, sufficiente in sè a portarci altrove, su due piedi, senza complicazioni.

Questo è certamente il caso di On the Beach, la breve strutturina omnicomprensiva che qui da il titolo all’intera raccolta, un gioiello atmosferico di intensità indimenticabile e portanza sonora inestinguibile. Quasi privo di una vera e propria produzione, di un contesto sonoro cioè che ponga nella giusta dimensione l’operato strumentale in oggetto. Privo anche di qualunque velleità di arrangiamento suadente e magari pretenzioso così tipico all’epoca, questo disco è esemplare.

Il nostro amato eroe, ora come allora, è un cantante ed un musicista al di sopra di qualunque sospetto, qui sostenuto da una squadretta di figure mitologiche, i cui limiti non hanno niente a che vedere con l’essenza musicale. Ma quel che ci importa, prendiamo l’occasione per rimarcarlo, è che sia una dei migliori autori di canzoni che la storia della musica occidentale moderna ricordi. Tale e tanta è la qualità in gioco che ho pensato finora che fosse inopportuno occuparmene in mezzo a questa specialissima teoria che vado descrivendo.

La riflessione di un ricco hippy sulle condizioni gravi in cui ci si viene a trovare quando un successo inaspettato ci coglie, è rilevante ed insolita. Ma è inoltre la capacità di cogliere i sentimenti più sottili e sfuggenti, con la giusta qualità di sprezzatura per il successo stesso, ciò che rende questo rustico canadese insostituibile. Non ci sono dubbi sulla grana del suo sentire, non c’è confusione nel suo dire, nè perplessità da parte nostra nel provare autentico dolore e compassione. Queste sono le condizioni che la produzione di un disco deve poter raggiungere.

I destini del Pop, per quanto mi riguarda, sono stati sempre in mano agli ingenui. La relazione fra un cantante più o meno consapevole della propria posizione e ciascun componente del suo pubblico è una relazione pericolosa, ad alto contenuto di dipendenza mutua, una relazione dolcissima insomma. Nella dimensione di un piccolo locale, di una distanza minima fra chi si espone e chi ascolta, finchè la quantità di denaro che si sposta è minima, il Pop (la qualità osservata è qui per esempio) è generato direttamente dal cielo.

Questa ragazza possiede una qualità contemporaneamente consueta e nuovissima: la fede. La sua propria disposizione all’esibizione pubblica è autentica, priva di pretese e di attese, i suoi motivi sono ovviamente un’urgenza sintattica. Ovvio che non ci sia tempo da perdere, ovvia l’economia di mezzi preferiti, ovvia l’assoluta necessità, per noi, di ascoltare con cura.

 La facilità è l’opposto della semplicità. Mai così vero come nella musica Pop, ogni tentazione iperproduttiva è così fuori luogo, inopportuna, falsa. Il candore necessario risplende in ogni sorta di idiosincrasia comunicazionale, l’intima indifferenza ad essere “capiti” sola garantisce la possibilità di farlo davvero.

Ogni attitudine diversa dall’amore puro esclude da una reale esistenza Pop. Ciò che non è puro amore è pubblicità e quella la lasciamo ai folletti del marketing, crudeli creature invidiose dei sottilissimi poteri della voce umana, dell’umana abilità a costruire tessiture sonore che rendono libere, e comunicanti, tutte le anime.

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Un segnale registrato su nastro magnetico è materiale indefinitamente riplasmabile, ben conservato può essere completamente ristrutturato molti anni dopo le riprese; Le mutazioni di equalizzazione, compressione, espansione, eco, sono praticamente illimitate; Il tecnico o il produttore, ai fini dell’economia del progetto, deve proprio scoraggiare l’esplorazione continua; In ogni caso la tecnologia dello studio di registrazione attuale è una struttura potentissima di riconfigurazione e riprogrammazione di sintetizzatori sofisticati, sequencer microscopici, mixer ed effetti controllati da elaboratori.

La creazione dell’ambiente sonoro è un processo collettivo quindi, ed il produttore tende normalmente ad essere un arbitro o un amministratore di processi semantici più che un inventore. Così se è vero che una ricerca sul significato del suono deve obbligatoriamente passare per lo studio di registrazione, non può essere limitata ad esso. Una delle caratteristiche fondamentali della musica prodotta e riprodotta elettroacusticamente, che la distingue in modo radicale dalla musica scritta per l’esecuzione, è che la musica registrata porta sempre con sé un ambiente immaginario, che assomiglia a quello (sempre immaginario) creato in studio.

I produttori provano il missaggio anche su altoparlanti comuni, o da automobile, o in cuffia cercando di estendere il più possibile il loro controllo sulle condizioni effettive di ascolto: l’ideale non è tanto che certe frequenze siano sempre percepibili (che è un requisito puramente tecnico) ma una determinata atmosfera, un certo paesaggio sonoro rimangano inalterati nel passaggio dall’ambiente acusticamente definito della sala di regia a quelli indefiniti di un’automobile, un ipod, un impianto domestico. Questa atmosfera, questo paesaggio sonoro sono evidentemente importanti dal punto di vista estetico: sono spesso l’oggetto estetico principale.

Non si può fare a meno, quindi, di indagare la risposta dell’ascoltatore finale a questa sollecitazione, e più ancora non si può fare a meno di confrontare questa esperienza con quella, estetica o no, che l’ascoltatore ha del suo paesaggio sonoro quotidiano. Che lo facciano intenzionalmente o no, i produttori sono soprattutto creatori di paesaggi sonori, alternativi o sovrapponibili a quello reale. Una ricerca sul significato del suono musicale non può fare a meno di una riflessione sul significato del suono in generale, di quelle “melodie di timbri” che prima delle teorizzazioni musicologiche fanno parte dell’esperienza percettiva di ogni giorno.


Le potenzialità del successo commerciale di Laura Nyro erano altissime al suo esordio. Capace di un compendio fra Joni Mitchell, Carole King e Martha Reeves, in termini di solidità compositiva e di arrangiamenti vocali aveva pochi rivali. Il successo arrivò in fretta, grazie ad interpretazioni leggendarie dei suoi pezzi, e i suoi dischi uscivano con la fluidità tipica dell’epoca.

L’intensità era la stessa di Joni, pur se la sua vena malinconica tendeva al nero anzichè al blue, la grazia stilistica e la gradevolezza degne di Mahalia Jackson. Una autrice ed interprete amatissima dai grandi bianchi del soul, del tutto riconoscibile nel ricco panorama degli anni settanta. Sto ancora qui a chiedermi come possa, oggi, essere stata così ampiamente negletta in Europa.

Laura compì l’imperdonabile gesto alle soglie del quale anche Joni giunse, insieme a Patti Smith e ad altri: Si ritirò, svanì completamente dalla scena. Gli anni ottanta ed i novanta videro un solo disco a decennio, riflessivi e maturi quanto privi del temperamento infuocato degli esordi. Così, a differenza di Joni abbiamo una sola immagine ben a fuoco, quella della soul singer che cammina a Broadway sottobraccio a Burt Bacharach, mentre la radio trasmette And when I die.

Ricordare la gente come Laura Nyro è bello e importante, a rivitalizzare la soddisfazione di necessità autentiche. Il suo contributo alla definizione ed al completamento della canzone americana del XX secolo è ingiustamente trascurato. Molte delle sheroes che solcano le strade lontane da Hollywood le devono la tecnica degli elaborati sguardi lanciati sul paese delle illusioni perdute.

A seguire un decennio di confusione machista, in cui si è lasciata produrre da suo marito con esiti controversi, la più rilevante songwriter di tutti i tempi e di tutti i mondi conosciuti è tornata. Ed è un ritorno a casa notturno, sussurrato con l’autorità necessaria affinchè ciò di cui avevamo bisogno potesse rientrare nelle nostre vite.

La musica di Joni Mitchell è sottovalutata, siamo distratti dalla sua voce, dalla sua scrittura ferma ed illuminante, dalla sua presenza incantevole ed importante, dalla sua abbaccinante bellezza. Ed è pure rilevante la sua capacità di arrangiamento, di produzione tecnica. In termini di confezione, della quale si prende spesso ogni responsabilità, è insuperabile.

Qui, sfrondata dal superfluo, splende in una luce siderale adattissima al nuovo corso, utile ai sopravvissuti dell’orribile decennio reaganiano per ricontarsi, per riprendere consapevolezza del proprio universo perduto. Così le canzoni, profondamente melanconiche e qualche volta davvero amare, assumono una vita propria che potrebbe deludere le attese degli abbronzati ammiratori di un Laurel Canyon che nel frattempo ha cessato di esistere.

Oggi Joni Mitchell non intende pubblicare altri dischi, ritirata a dipingere finalmente, a completamento di una vita riuscita anche nell’aver ritrovato la figlia perduta. L’arco creativo di questa donna è l’esempio migliore per tutta questa splendente nuova generazione di teppiste femmina che è tornata a solcare il nuovo continente, voglia il cielo che questa fragile tradizione prenda corpo maggiore. Questo livello di intensità è il parametro di riferimento.

English speaking? You’re welcome!

Non mi è mica facile, nemmeno in questa silenziosa e comoda domenica mattina, in casa da solo, nemmeno con questa bellaria che segue il mio miglior caffè, misurarmi con Tutto quello che questo dischetto implica, comprende, conclude. Si tratta della mia vita intera, certo della mia infanzia. Ogni gemito della musica migliore che io conosco lo ritrovo qui, summa di un modo intero di ascoltare che mi ha portato via decenni.

Eppoi questa aura, come a volermi toccare, insomma sono commosso. Per quei pochi di voi, così distratti ed innocentemente sciocchi da averlo trascurato, potrebbe essere l’ultima chance, la mia così simile a quella vecchia pubblicità Texaco, prima del deserto, del nulla, dell’inaccessibile futuro della produzione discografica. A voi, miei rispettabili lettori, dedico questo oggettino che potete ancora facilmente procurarvi.

C’è l’America qua dentro, quella che ormai esiste solo nella mente dell’ultimo immigrato che abbia lasciato un paese in guerra, distrutto magari, un paese per cui non vale più la pena lottare. Qua dentro c’è l’america dei nostri sogni, un grande paese attraversato da strade diritte, su cui non si può correre troppo, coperto da cieli così intensi da sembrare un paese davvero Diverso. Il paese che solo gli stranieri conoscono.

Nella musica contemporanea ci sono essenzialmente due grossi problemi: la mancanza di mercato e la mancanza di funzione. Uno si trova a dover misurare quale per lui sia più dignitosamente misurabile. Io credo che Jimi Hendrix, Joni Mitchell e Hank Williams avrebbero delle grosse difficoltà ad affermarsi nello stardom oggidì, credo che dovrebbero riparare in quel locale in fondo al sunset, in un set notturno e pacato, magari gli avventori li amerebbero perchè il loro gruppo suonerebbe proprio come questa inestimabile registrazione.