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Conoscono la cura per ogni ossessione ritmica meccanica, questi sciamannati sassoni: sanno introdurre finezza e sofisticazione anche nelle più accidiose tentazioni tecnologiche. La cultura dei clubs, maturata e anche decaduta in questo decennio, avrebbe dovuto tenerli ad esempio.

Le manie trasfigurate della danza hanno polarità invero piuttosto differenti: Lo straniamento evasivo ha poco da spartire con l’abbandono estatico o con le pratiche sessuali avventurose, almeno finchè il grado di intensità non raggiunge un optimum in cui entra la comprensione.

Lo stesso vale per i generatori sonici in full force, evidentemente. La vera passione che trascina i nostri joker catastematici è la stessa di ogni qualunque rocker che professi il vero disinteressatamente, senza trascendere cioè la selvaggia attrazione sessuale, l’uso estensivo delle ore notturne e ogni possibilità psicotropa.

Si mira ad una gioia massicia qui, tutto il contrario delle perversità quotidiane, e la si mira attraverso l’esercizio disciplinato e continuo che Epicuro suggeriva: la sospensione del dolore che libera dalla paura della morte, in un annullamento della sensazione derivata da un qualche segreto culto eudemonico.

Sembrano un centinaio d’anni quelli che ci separano dal 1987 e dal primo capitolo di questa luccicante trilogia: prodigiosa è stata la carriera (meritata) che l’autore ha percorso, in cerca di una collocazione di rango ottenuta impegnandosi nella produzione di Blur, Madonna, Oleta Adams fra gli altri e organizzando malefatte sinfoniche di ogni genere.

Qui si intende dimostrare che il maggior contributo British alla storia dell’umanità non è tanto la costruzione di melodie attraenti e di impeccabile fattura, quanto piuttosto la definizione di una coolness pronta a mutare in chillness, frutto di un understatement che solo i ben informati possono sostenere.

E prodigioso maestro di cerimonie è quest’uomo, in effetti. Una sorta di Michael Caine del terzo millennio, privo di qualunque rudezza ed asperità, che ci introduce alle melliflue dolcezze della City, popolata di una umanità swingante anche quando impiegata alla Merril Lynch. Dalla sua stazione di produzione si deve ben dominare il panorama.

L’eleganza della postura, nella produzione di questi dischetti, è il frutto di una ottimamente decantata consapevolezza del giusto equilibrio del gusto. Non è un caso se l’ammirazione della comunità musicale è ben condivisa da un mercato che sempre meno siamo capaci di comprendere, indeciso com’è fra dannazione e benedizione.

Nella vita di un giovane aspirante all’autentica creatività può a volte emergere un momento di grande apertura. La sua storia, la sua direzione, l’intero mondo a cui è appoggiato possono sembrare di colpo insufficienti, obsoleti. In un sistema umano ordinato è un momento impegnativo, grave forse, certamente scomodo.

Un lavoro come questo, parte di una confezione che comprendeva una serie di canzoni solo apparentemente più convenzionali, potrebbe essere indicato ad esempio di escamotage molto intelligente per affrontare un mondo quando non si sente più di appartenervi.

Il risultato supera di molto ogni aspettativa, la forma che ne emerge è estranea alla propria natura pop: essa si svela fin dalle prime battute, per svolgersi ed affermarsi come fosse inevitabile, urgente, densa di ripercussioni. La tentazione è quella di descrivere i colori dell’aria, il nero dell’acqua, e limitarsi alla dipintura degli sfondi.

È irresistibile invece, una volta invitati i solisti, abbandonarsi ad un lirismo nuovo, lucente e travolgente. Anche dal semplice punto di vista storico una nuova tradizione prende corpo davanti agli occhi, l’intesa acustica tra soggetto e sfondo userà nuove prospettive, da qui.