Archivi Categorie: ingegneria

Tante sono le definizioni del ruolo di un produttore discografico, responsabile della particolare edizione di una o più sessioni di registrazione eventualmente presentate in forma di album, quante le disposizioni di un gruppo di musicisti che tale raccolta si appresta a registrare e pubblicare. Ciascun gruppo di persone, in un dato tempo e luogo, ha bisogno di un responsabile editoriale che loro corrisponda. Ogni responsabile editoriale ha bisogno di un vero gruppo compatto e credibile.

Delle disposizioni importanti che abbiamo incontrato inseguendo differenti fascinazioni, la prima è quella più ingenua e nature, tipica degli esordienti geniali. I produttori adatti sono capaci di disciplinare ogni condotta vaga e dispersiva che viene riportata ad una produttività che può essere ampissima: spesso un ambiente compatto e confortevole è tutto ciò di cui si ha bisogno per contenere un flusso di coscienza selvaggio ed incoerente.

La posizione opposta è una sorta, per così dire, di puntillismo, in cui l’attenzione ad ogni dettaglio di carattere porta ad una immagine ad altissima definizione, ai fini di un iper naturalismo che può essere estremamente affascinante. La continua rifinitura, il gusto per la sottigliezza estrema, può ugualmente portare ad un rilevante senso di spontaneità autentica, se ben diretto e praticato. Ogni istintività, anche la più grezza e potente, può essere ricostruita tale quale in uno studio di registrazione.

Compito del produttore fonografico è mantenere l’impulso primario, il motivo per cui i musicisti si riuniscono, fermo ed a fuoco. Viceversa le insidie della produzione industriale di musica, in cui una qualche garanzia della prestazione nel tempo deve essere data, sono tali e tante da rendere l’intero processo di ripresa e ricostruzione quantomeno improbabile, spesso veramente rovinoso.

 

 

Beauty is the reflection of the appearance of truth.
Better to seek truth than the reflection of its appearance.
But better to seek beauty than nothing.
Robert Fripp

Quella improvvisativa non è una solo attitudine formale. E’ invece (deve essere) una profonda meditazione sul tempo, sulla nostra posizione nel tempo, su quella parte di noi che non è affatto soggetta al tempo, quindi. La costruzione di una esperienza ex tempore, la definizione di una intelligenza appropriata a questa esperienza, la scoperta, infine, di una qualunque realtà astratta da un particolare spazio o tempo, sono le condizioni a cui un cercatore in buona fede aspira.

Il modo funzionale improvvisativo è fondato sul senso di una presenza piuttosto estrema. La tecnica del rilassamento fisico, intellettivo ed emotivo, correttamente praticata abbastanza a lungo, questo produce: una presenza calma ed attenta. L’apertura che consegue a questa presenza autentica è sconvolgente in effetti: la pratica necessaria avviene nel tempo soprattutto per questo, occorre adattarsi progressivamente a nuove funzioni sensitive.

La struttura fisica dell’ambiente in cui la nostra nuova presenza si realizza è mutata: diventa soggetto di una visione estesa, di una coscienza alterata, di una nuova e magnifica osservazione, spaventosa quanto liberatoria. Non siamo soli in questo nuovo ambiente: siamo a contatto con la parte del nostro essere che si trova fuori dalla storia, fuori dalla civiltà e dai modi peculiari della nostra epoca, quelli che ci distinguevano e ci separavano. Forse ora siamo un Uomo Solo insieme a tutti i presenti.

La Maestria, in musica, è indicativa di un certo grado di competenza che non coincide affatto con il Genio. Il Genio si impone al musicista, lo trascende e lo determina, adoperandolo come uno strumento: la Maestria è l’architettura che un musicista si deve dare per reggere l’urto di tale invasione. La Maestria può contenere il Genio che viene a possedere il malcapitato. E’ il prodotto di un mestiere esercitato con candore e disciplina, è il segno dell’innocenza.

Un Musicista è tale perchè sa improvvisare. Cosa che non significa affatto ondeggiare su di una qualche struttura arbitraria che scegliamo di assecondare. Improvvisare significa aprirsi al genius loci, adattarsi alla necessità che si presenta nel momento in una forma nuovissima ed inenarrabile se non con gli strumenti poetici, appunto, della musica. Tale forma si presenta ex nihilo, senza preparazione o presentazione. Ai Maestri il compito di rappresentarla.

Improvvisare è sentire la prossima nota nel momento in cui si è compiuta quella precedente. Significa rinunciare a modelli e convenzioni, non soltanto seguire un onda prevedibile. Improvvisare significa ascoltare e sentire il suono del luogo, dei propri compagni di palco, significa anche sentire il suono degli ascoltatori, che risuonano con il luogo e con l’azione del palco. Per improvvisare occorre ascoltare aldilà di sé stessi, delle proprie abitudini ed usi.

Che la tecnologia radiofonica fosse una struttura di composizione completa ed autoportante l’aveva realizzato Cage negli anni cinquanta, molto prima che qualunque questione emergesse. L’intuizione che il contesto uditivo, anche e soprattutto tecnologico, fosse determinante quanto e più della stessa struttura stilistica a monte, poteva emergere già allora, e così avvenne.

Tutto combacia nelle realizzazioni pop, tanto incoscienti ed incompetenti quanto utili e determinanti. Orb è la stessa combinazione sognante che ha retto per un po’ la cospirazione chill out dei primi novanta ultimi scorsi. Emersi dall’ambiente nobile e raffinato della EG records, hanno sempre avuto una connessione forte con le menti altolocate presenti negli stessi uffici.

Qui, sfolgorante e discreta come la tecnologia radiofonica stessa, prende corpo una composizione pulsante ed autorevole, spazio quasi ideale per lasciar andare flussi sempre meno che perentori. Chè l’alea imprescindibile che si respira in queste soffici evoluzioni ha finalmente la dignità che le spetta. Manca forse la semplificazione che il pop di massa impone, di cui godiamo l’assenza, in effetti.

Sono sempre un po’ disorientato quando scopro quanto sono trascurati i nostri, in questo caso sono un po’ supponente forse, compositori migliori. Questo splendido lavoro girato in strada, in sala, nello studio privato di Steve Reich a Manhattan sarebbe sufficiente ad incuriosire anche il più resistente degli ascoltatori casuali. Non mi voglio certo spiegare tutto con la solita scusa della mancanza di educazione musicale: quale educazione potrebbe esserci, infatti, migliore di quella resa possibile da queste pubblicazioni che qui mi ingegno ad indicare?

Le parole di un compositore, dette e sostenute con la propria faccia, non servono a giustificare la propria opera, e nemmeno a spiegarla, servono a testimoniare l’accuratezza della sua consapevolezza pubblica, del suo saper stare al mondo, del suo comprendere e amare i suoi ascoltatori, che vogliono saper tutto dell’oggetto amato.

Non manca nulla nelle composizioni di Steve Reich, la loro integrità è assoluta, luminosa, trasparente, specie se ci si prende la briga di assumere un po’ di informazioni, anche tecniche, specie se si viene esposti ad esecuzioni così accurate e certificate. Nel caso particolare del nostro autore mi sono già speso altrove per illustrare ciò che ho visto; pur essendo io ascoltatore dedicato e fedele, oltre che anziano, del suo lavoro, ancora sono sempre stupito ed impressionato da una qualità compositiva di cui nessun’altro riesce a mettersi all’altezza.

Per me ci dovrebbe essere una collana, da qualche parte, che riunisca i processi di immaginazione e realizzazione di cotante sonate: vorrei un documentario anche su Bela Bartok che raccoglie canzoni popolari tra i contadini, su Stravinskij che annota le modulazioni dei traghettatori sul Volga, vorrei entrare per un’ora a San Tommaso a Lipsia ad osservare Bach che mette insieme la Passione di San Matteo. In questa collana questo lavoro ci starebbe a pieno titolo.

David Toop è una speciale forma di intelligenza. La sua influenza sottile sulla percezione degli influssi musicali davvero contemporanei è difficilmente misurabile e paragonabile. Autore di testi fondamentali per l’ascolto e la comprensione delle attitudini che danno la forma principale alle scuole d’espressione disponibili, è stato capace di definire una struttura compositiva attuale, lucida e utile.

Il compositore contemporaneo è autorizzato a prescindere da ogni affiliazione, scuola, tradizione. La condizione in questo modo emancipata in cui egli viene a trovarsi rende difficile, quando non impossibile, l’orientamento stilistico, ideologico dell’ascoltatore. Ergo, la figura del curatore, del commentatore ed illustratore della cangiante realtà sonora, diviene essa stessa una figura ricreativa, determinante, una normale figura di (ri)compositore.

La disposizione tecnologica in cui ci troviamo, ugualmente, implica ed in qualche modo esige pure una chiara consapevolezza delle necessità di continuo riconfezionamento dei dati musicali, della cellule compositive riconfigurabili che compongono il nostro orizzonte sonoro. Questa tecnologia fluida ed estesa trascende ora nuovamente i limiti definiti della discografia.

Improvvisamente siamo ricapitati in quel marasma sonoro e fertile in cui ogni compositore si trova da quando l’organizzazione del suono è una necessità. A trascendere le categorie mercantili, destinate allo sbando a causa del fallimento del mercato, una nuova forza sonora si realizza. Gli ascoltatori qualificati, siano essi professionali o confessionali, gli editor del futuro, sono dei ricompositori, su cui grava la responsabilità della memoria e della promessa.

Questo disco rende vivace un sentimento per me molto insolito: l’ira. Pensate se fossimo capaci, 35 anni dopo l’uscita, di accettare questo lavoro come sta. Ci toglieremmo dalla mente, per esempio, 35 anni di mitomanie rock create consapevolmente da una stampa frettolosa, superficiale, ignorante. Potremmo comprendere il significato di una parola abusata: innovazione, comprenderne perfino le ripercussioni, l’enorme presa di responsabilità che questa comporta.

Miles era un milionario nel 1972, l’album jazz più venduto della storia e mille altre sciocchezze. Quello che fece fu usare tutto il potere che da questo derivava, presso la Columbia, per riorganizzare (un’altra volta ancora) il nostro modo di percepire la musica. Se fece qualcosa per riconquistarsi l’ascolto dei giovani neri, certo non fece nulla per compiacere i critici che aveva perso con Bitches Brew. Mise insieme un gruppo che aveva lui stesso voglia di ascoltare. Come aveva sempre fatto.

Ascoltare oggi un disco come questo è sempre intrigante e provocatorio. Se per conto mio non riesco ancora ad immaginare un pubblico capace di trovargli una collocazione nel proprio immaginario, ugualmente si tratta di servirlo nel giusto contesto. Perchè questo era un talento speciale che Miles aveva: immaginare, progettare e realizzare un formidabile contesto in cui muoversi liberamente.

Se volete comprendere l’evoluzione della mentalità discografica ascoltatelo nelle diverse edizioni, quella recente lussuosissima nei migliori negozi, ma cercate anche l’edizione originale, più scura e vulcanica, oppure anche la speciale revisione che Bill Laswell ha compiuto in Panthalassa. Restate pure nelle vostre camerette, ma portatevi a casa questo ruggito, dategli luogo.