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La funzione del giardino giapponese, dove la tranquillità sembra rendere accessibile uno stato di calma della mente che intona i ricettori del corpo ad un febbrile ambiente di eventi in miniatura: una farfalla che si posa sul muschio, gocce d’acqua intermittenti, ronzio di insetti, cerchi d’acqua in uno stagno.

Lo spazio è stato accuratamente progettato per rendere possibile questo stato della mente a solo qualche minuto dal frenetico ambiente urbano.

Tutto il rumoroso inquinamento del Giappone contemporaneo, il suo passato medievale ed il suo presente industriale, politico e tecnologico sono sistemati molto vicino uno all’altro. Il giardino è una costruzione meditazionale, estetica , uno strumento abilitante forse, che relega il chiasso di fondo ai margini della scena per un breve periodo e si focalizza invece su delicati modelli di luce, ombra, colori odori, suoni. E rumori.

Esiste un modello ambientale che può aprire porte percettive al territorio descritto dalla scuola di scienziati della Complessità come l’orlo del caos. All’orlo del caos ordine e disordine oscillano bilanciandosi. L’idea del mondo instabile fra il divenire e la sua impossibilità è applicabile all’arte, alla musica ed alla tecnologia tanto quanto suggerisce profonde implicazioni per lo studio delle organizzazioni sociali, per la gestione dell’ambiente, l’economia o la meteorologia.

La misteriosa cuspide fra l’ordine ed il caos, dove tutta la vita sembra realizzarsi, è il centro focale del nostro progetto: forse dobbiamo immaginare giardini giapponesi intangibili.

La caratteristica organica degli spazi che immaginiamo comunque implica naturalmente un qualche fenomeno di crescita e di decadimento, che sono indicatori sempre molto auspicabili della “eticità” di una azione artistica (ma anche economica, politica, organizzativa).

Nella curiosa dimensione in cui si viene a trovare la produzione finalizzata ai clubs e negli archivi dei DJ professionali sono racchiusi tesori di rara portata. Timbri e ritmi alieni dal consumo mainstream dei pendolari assonnati emergono da questa benedetta serie edita da Virgin a suo tempo, a cura del sempre prodigo David Toop.

Il dub profondo, improponibile ai più, così come le elucubrazioni a traccia multipla, sfuggenti alle logiche di intrattenimento domestico semplice trovano in queste rare assemblee celebrazione appropriata. Così come gli epigoni del techno ethnic, del jazz ambientale, gli esperimenti orientali più marginali, in una festa della possibilità mancata che avrebbe potuto essere.

L’estinzione di molte di queste possibilità ci rende nostalgici e riflessivi, a rimembrare una ricchezza espressiva che renderebbe meno difettose le nostre quotidiane passeggiate sonore. Il gusto particolare che queste novelle contengono somiglia tanto alla panculturalità, al cosmopolitismo, e prendono ogni distanza dalle false identità ideologiche di cui si fa qualche volta vanto.

Non è solo di composizione pura e semplice che si tratta qui, naturalmente, ma di ambientazioni, climi e temperature, di modi interi di concepire il movimento ed il respiro stesso. In una ricchezza cromatica e quasi olfattiva che riesce a rendere perfettamente il senso del futuro, di una speranza al di fuori delle manovre finanziarie truccate.

Forse esiste una nostalgia, o desiderio, per un mondo liquido ed un tempo non lineare, per una elevazione della percezione sensoriale e comunicazioni indefinitamente sottili, in opposizione al mondo quotidiano diviso nel tempo, in costruzioni isolate, linguaggi sequenziali ed oggettivazioni che dobbiamo negoziare con la nostra disposizione rigida, squilibrata, in piedi.

La nostra tecnologia d’ascolto è un insieme di abitudini e di pregiudizi molto adatte ad una qualche struttura emotiva che in passato abbiamo vissuto, o sperimentato, o subìto. Nella realtà pratica di ogni giorno presente e futuro però, queste strutture spesso non funzionano affatto, la nostra rigidità e tale che il nostro udito è compromesso, come la nostra capacità di goderci l’ambiente.

Ci esercitiamo in una pratica d’ascolto fluida ed ammorbidita, grazie a composizioni musicali che ci accompagnano in territori sconosciuti. A seconda dello speciale talento del compositore ci spingiamo in zone confortevoli ma poco familiari della nostra stessa mente, oppure in luoghi alieni e mutevoli senza per questo dover mettere a repentaglio la nostra salute mentale.

Siamo arrivati adesso, forse, alla percezione del suono privo di intenzione, del suono che emerge dalla terra, dall’aria stessa, il suono degli esseri umani che ricordano, attentamente, la propria storia. Riconosciamo spazi familiari persi in una memoria che, pur frammentata, rimane la nostra. Ora è possibile che la musica entri nel nostro mondo. Perché è proprio questo che essa desidera.

the sound of air, in a light tunnel

Se la costruzione di ambienti acustici di valore fosse una questione tecnica la ricerca potrebbe progredire velocemente, se l’attenzione e/o l’illusione fossero riproducibili avremmo le soluzioni. E non si tratta tanto di una musica “ad hoc” per un dato ambiente o personalizzata su richiesta: la complessità sta nelle precise e non casuali relazioni di fase, nella appropriata finalizzazione delle tempere, delle superfici, dei “materiali”.

La ricostruzione determinata di un ambiente in cui il disturbo sonoro possa venire ridotto al minimo richiede certamente la attiva partecipazione di chi ascolta, forse una certa identità di aspirazioni può sembrare difficile o improbabile ma in realtà queste fondamentali necessità non sono affatto nuove. Se è molto probabile che chi abita in città di questi tempi venga molto spesso sottoposto a pressioni sonore del tutto eccessive per un periodo piuttosto lungo durante la giornata, è altrettanto vero che la perdita di capacità uditiva media ha una natura psichica o addirittura emotiva molto prima che fisiologica. Una questione di pulizia radicale che possiamo intraprendere per ricominciare da capo, di nuovo.

Il tratto scientifico, che la progettazione acustica di edifici indubbiamente possiede, è in effetti piuttosto subordinato ad una molto complessa combinazione di fattori inaspettati. La prospettiva più appassionante che palesiamo è la possibilità di trovare combinazioni acustiche interessanti in luoghi niente affatto deputati alla produzione del suono. Magari in quelli in cui lo scopo è il silenzio, come i luoghi di culto silenzioso, oppure tutti quelli in cui si auspica un raccoglimento finalizzato: luoghi di riunione o di lettura: biblioteche, aule didattiche, sale di governo.

Ci interessano molto, anche, le forme speciali e riservate che le abitazioni assumono. La ricerca del silenzio adatto alla corretta percezione di un evento acustico rilevante è importantissimo nel nostro ambiente intimo, protetto. Molte esperienze emotive che si svolgono in casa contengono un grado acustico che va lasciato scorrere, ampliare, estendere: appunto risuonare.

the sound of a emptied living room, dancing

Conoscono la cura per ogni ossessione ritmica meccanica, questi sciamannati sassoni: sanno introdurre finezza e sofisticazione anche nelle più accidiose tentazioni tecnologiche. La cultura dei clubs, maturata e anche decaduta in questo decennio, avrebbe dovuto tenerli ad esempio.

Le manie trasfigurate della danza hanno polarità invero piuttosto differenti: Lo straniamento evasivo ha poco da spartire con l’abbandono estatico o con le pratiche sessuali avventurose, almeno finchè il grado di intensità non raggiunge un optimum in cui entra la comprensione.

Lo stesso vale per i generatori sonici in full force, evidentemente. La vera passione che trascina i nostri joker catastematici è la stessa di ogni qualunque rocker che professi il vero disinteressatamente, senza trascendere cioè la selvaggia attrazione sessuale, l’uso estensivo delle ore notturne e ogni possibilità psicotropa.

Si mira ad una gioia massicia qui, tutto il contrario delle perversità quotidiane, e la si mira attraverso l’esercizio disciplinato e continuo che Epicuro suggeriva: la sospensione del dolore che libera dalla paura della morte, in un annullamento della sensazione derivata da un qualche segreto culto eudemonico.

Sembrano un centinaio d’anni quelli che ci separano dal 1987 e dal primo capitolo di questa luccicante trilogia: prodigiosa è stata la carriera (meritata) che l’autore ha percorso, in cerca di una collocazione di rango ottenuta impegnandosi nella produzione di Blur, Madonna, Oleta Adams fra gli altri e organizzando malefatte sinfoniche di ogni genere.

Qui si intende dimostrare che il maggior contributo British alla storia dell’umanità non è tanto la costruzione di melodie attraenti e di impeccabile fattura, quanto piuttosto la definizione di una coolness pronta a mutare in chillness, frutto di un understatement che solo i ben informati possono sostenere.

E prodigioso maestro di cerimonie è quest’uomo, in effetti. Una sorta di Michael Caine del terzo millennio, privo di qualunque rudezza ed asperità, che ci introduce alle melliflue dolcezze della City, popolata di una umanità swingante anche quando impiegata alla Merril Lynch. Dalla sua stazione di produzione si deve ben dominare il panorama.

L’eleganza della postura, nella produzione di questi dischetti, è il frutto di una ottimamente decantata consapevolezza del giusto equilibrio del gusto. Non è un caso se l’ammirazione della comunità musicale è ben condivisa da un mercato che sempre meno siamo capaci di comprendere, indeciso com’è fra dannazione e benedizione.

Nella vita di un giovane aspirante all’autentica creatività può a volte emergere un momento di grande apertura. La sua storia, la sua direzione, l’intero mondo a cui è appoggiato possono sembrare di colpo insufficienti, obsoleti. In un sistema umano ordinato è un momento impegnativo, grave forse, certamente scomodo.

Un lavoro come questo, parte di una confezione che comprendeva una serie di canzoni solo apparentemente più convenzionali, potrebbe essere indicato ad esempio di escamotage molto intelligente per affrontare un mondo quando non si sente più di appartenervi.

Il risultato supera di molto ogni aspettativa, la forma che ne emerge è estranea alla propria natura pop: essa si svela fin dalle prime battute, per svolgersi ed affermarsi come fosse inevitabile, urgente, densa di ripercussioni. La tentazione è quella di descrivere i colori dell’aria, il nero dell’acqua, e limitarsi alla dipintura degli sfondi.

È irresistibile invece, una volta invitati i solisti, abbandonarsi ad un lirismo nuovo, lucente e travolgente. Anche dal semplice punto di vista storico una nuova tradizione prende corpo davanti agli occhi, l’intesa acustica tra soggetto e sfondo userà nuove prospettive, da qui.

L’intero corpo di questo lavoro potrebbe essere una lunga meditazione sulla necessità, sulla opportunità, sulla capacità personale di cambiamento. Il lavoro di un musicista professionale che abbia ottenuto un certo successo di pubblico si trova ad essere, all’interno, schiacciato dalle aspettative di chi alla sua musica è chiamato a dare ascolto.

Emergono quindi differenti possibilità: soddisfare le aspettative può essere il modo corretto di portare avanti la propria carriera, e può produrre risultati interessanti. Un altro approccio può implicare un alto livello di rischio, come quando si accettato le mutazioni della propria consapevolezza, e ci si abbandona, intuitivamente, all’impulso primario.

Nessun cambiamento può davvero essere desiderato, noi cambiamo perché dobbiamo, e nulla ci può trattenere, perché dobbiamo. Durante le sessioni da cui questa raccolta è emersa si è celebrato un rituale di commiato e nessuna regola, estetica, etica o industriale è rimasta la stessa. Nelle pause di Shhh/Peaceful un mondo intero si è fermato, per non ripartire più.

Nessuna solennità qui, ma una ferma assunzione di responsabilità.