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C’è stato un tempo in cui le musiche universali andavano trovate, fuori, sul campo. I cacciatori di talenti nascosti e segreti erano essi stessi uomini di talento, animati da una furia selvaggia, a scoprire ciò che rappresentava un valore per l’umanità, per la sua evoluzione e per il suo sviluppo.

Alan Lomax che dava la caccia, dopo suo padre John, ai reietti, agli emarginati dalle crisi economiche e dalla cecità culturale. John Hammond, al servizio della Columbia records, nei locali oscuri e nelle cittadine di provincia, ad alimentare quello che sarebbe diventato un business colossale. Ahmet Ertegun, a rifondare i principi commerciali attraverso i veri maestri, musicisti e cantanti, con la fondazione di un’etichetta discografica indipendente ed originale, basata sulla personalità del fondatore anzichè su grandi scelte politiche da consiglio di amministrazione.

In questo racconto, voluto da Bob Dylan per preservare la raccolta fonografica della biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, se ne celebra il valore e l’impegno, sullo sfondo della narrazione riguardante due splendenti figure di cantanti e autori leggendari.

Non c’è un sospetto odore di formalina, intorno a queste canzoni superbamente rieseguite dai maggiori eroi della vera musica americana, e irlandese, ma piuttosto una sincera commozione di fronte ad autentiche istanze politiche e umane, ideali e pratiche di cui si rammentano la necessità e l’urgenza.

Forse i personaggi veri del pop contemporaneo sono tali perchè sanno quello che stanno facendo, forse la grande qualità di cui la musica ha bisogno per entrare nella nostra dimensione è ancora molto presente, attenta e vitale in questo nostro mondo spiacente. A seguire queste scene pare davvero che sia così.

Il nuovo paese industriale che era la Germania del dopoguerra, oltre a grandi ricchezze, finì per trovarsi di fronte ad una generazione in rivolta, come in altre parti d’Europa del resto, ma questa più radicale ed intransigente. Un suono inedito, che intese rappresentare un forte dissenso al diktat, prese a mescolare, per la prima volta nel vocabolario popolare, allusioni robotiche e suggestioni mistiche.

Allievi discoli di Stockhausen e Salvador Dalì, esonerati dalla certificazione e dalla seriosità accademica, raccolsero alcune istanze hippy e si abbandonarono, teutonicamente, alla furia degli elementi, raccogliendo istanze da un universo urlante. In una sorta di Sturm und Drang tecnologica attraversarono a cavallo la galassia.

Sommerso in breve da orribili copie che, prive della necessaria intelligenza ironica mancarono del tutto di affascinare, sembrò all’epoca quasi un fallimento. Nulla, in questo ecosistema onnivoro che è la musica vera, va sprecato e molte forme di vita emersero in anni anche lontani, da queste impronte genetiche.

La luminosa grazia di quest’opera in particolare va ricordata in ogni percorso di illuminazione degli archivi. Qui venne stabilizzato l’orientamento “cosmico” e onirico che Froese, Baumann e Franke avevano intentato insieme a Klaus Shultze, a prosecuzione del lavoro dei Floyd e prima del salto internazionale Virgin. La sfolgorante bellezza di queste strutture cristalline, più tardi, sarà più difficile da intravedere.

L’inquietudine sinistra, che il folle approccio retro-future di Bill Nelson genera, è compensata totalmente dall’alto grado di musicalità di cui il nostro è portatore. Di solida antica scuola glam, britannica e nostalgica, il suono di queste luccicanti chitarre è quello che il rock’n'roll avrebbe dovuto avere, se la sua formidabile innocenza avesse superato i limiti del 1956.

L’ostinata indipendenza mercantile di questo anziano appassionato di radiofonia ci procura brividi solastalgici, che ci portano a riconsiderare i nostri sogni adolescenziali come niente affatto superati. Molte di queste sciocchezze ritmiche dense di autentica passione hanno riempito le aule di apprendistato dei rocher degli anni ottanta, influenzando con composizioni esemplari per musicisti sofisticati ogni possibile estetica.

Anche la produzione sonora è originale e stimolante, dal punto di vista economico e gestionale oltre che da quello sonoro e musicale. I mezzi minimi non sono una semplice opzione per il roch, ogni magniloquenza dovrebbe essere bandita dalle sale in cui questa musica sbilenca prende forma. Ciò che di ammirevole c’è stato nella genesi della musica roch, oltre alla deliziosa incompetenza, è la estatica povertà di mezzi e attese, infatti.