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“In contrasto con gli esseri umani che hanno inventato arnesi e nel farlo hanno inventato una cultura, balene e delfini potrebbero aver stabilizzato una cultura senza oggetti, consistente di sola comunicazione. Inoltre la loro struttura culturale potrebbe avere una proprietà simpatetica alla struttura della società dei nuovi media che ha cominciato a circondarci. tutto ciò potrebbe indicare l’inizio di una nuova civilizzazione totalmente differente dalla forma convenzionale. Naturalmente, una tale forma cambierebbe il significato dell’arte stessa.
Una rete informativa sta gradualmente permeando il nostro ambiente quotidiano e i nuovi media di connessione diretta stanno avanzando al prossimo livello di sviluppo. In un certo senso l’umanità, che è situata in un tale ambiente informativo, può essere comparata ai delfini ed alle balene in un nuovo tipo di mare.”
Toshiharu Ito The future form of visual art 1991

Nel nostro percorso di avvicinamento ad un ascolto più oggettivo della musica abbiamo pensato al silenzio, al rumore, ora potremmo compiere un altro passo riflettendo sui modi di comunicazione impliciti nella struttura mista di convenzioni tradizionali ed immaginazione che chiamiamo musica.
Possiamo provare ad osservare come la rete di trasmissione, la complessa e variegata fonte di musica che raggiunge la nostra casa somigli molto ad una atmosfera vera e propria. La musica sembra essere ovunque, una presenza amichevole e benevolente e anche se spesso non possediamo un vero e proprio archivio personale, accade che la musica ci raggiunga senza una precisa richiesta, quasi malgrado la nostra intenzione.

Nella curiosa dimensione in cui si viene a trovare la produzione finalizzata ai clubs e negli archivi dei DJ professionali sono racchiusi tesori di rara portata. Timbri e ritmi alieni dal consumo mainstream dei pendolari assonnati emergono da questa benedetta serie edita da Virgin a suo tempo, a cura del sempre prodigo David Toop.

Il dub profondo, improponibile ai più, così come le elucubrazioni a traccia multipla, sfuggenti alle logiche di intrattenimento domestico semplice trovano in queste rare assemblee celebrazione appropriata. Così come gli epigoni del techno ethnic, del jazz ambientale, gli esperimenti orientali più marginali, in una festa della possibilità mancata che avrebbe potuto essere.

L’estinzione di molte di queste possibilità ci rende nostalgici e riflessivi, a rimembrare una ricchezza espressiva che renderebbe meno difettose le nostre quotidiane passeggiate sonore. Il gusto particolare che queste novelle contengono somiglia tanto alla panculturalità, al cosmopolitismo, e prendono ogni distanza dalle false identità ideologiche di cui si fa qualche volta vanto.

Non è solo di composizione pura e semplice che si tratta qui, naturalmente, ma di ambientazioni, climi e temperature, di modi interi di concepire il movimento ed il respiro stesso. In una ricchezza cromatica e quasi olfattiva che riesce a rendere perfettamente il senso del futuro, di una speranza al di fuori delle manovre finanziarie truccate.

La scoperta delle gioie del paesaggio sonoro, e della sua rappresentazione in studio, dovuta probabilmente più alla pubblicazione di Apollo che a quella di On Land, diede origine ad una generazione intera di sperimentatori, che evidentemente si misero all’opera in termini speleologici molto più che estensivi.

L’intera opera di Alio Die è piuttosto buia e claustrofobica anzichenò. I suoi luoghi immaginari, mercuriali e sibillini, suggeriscono una qualche ossessione per la notte, per il non dicibile e l’orrido. In questo senso una direzione ferma viene presa: la sospensione di ogni particolare sentimento, che Brian Eno ha esemplificato, lascia il posto ad un naturalismo quasi ottocentesco.

Questo autore prolifico e raffinato ha trovato modelli di composizione rilevanti ed incrementali. Senza cadere mai nel calligrafismo all’americana è stato capace di organizzare un corpus organico ed utilissimo, mai vago nè impreciso. Le formidabili connessioni con Robert Rich e Vidna Obmana sono testimonianze globali della realtà di questa musica.

In qualche modo, infatti, queste composizioni sono l’opposto dell’isolazionismo di Lull o di Lustmord. In una tempesta sonora quasi metereologica, comunque organica e connettiva, si tiene conto della rete organizzata che negli anni novanta ha preso forma e colore. Ogni paesaggio quantico consapevole ne viene coinvolto, ad affermare l’autorevolezza dell’autore.

Il mistero della musica qui risuonante è il mistero dell’illusionismo predatorio del vecchio impero. Queste macchinazioni pseudo reggae possiedono un che di alieno ed extra temporale, anche a seguire le indicazioni fornite da Can, la banda pseudo rock teutonica, che così tanto ha deformato il flusso della musica per musicisti vent’anni prima.

 Non è difficile rappresentare il falso in studio di registrazione. Il decennio precedente a questo disco è stato quello in cui la celebrazione del campionamento illecito come tecnica compositiva è stato ratificato e legalizzato. Jah Wobble, il capobanda in gioco, ha intessuto una rete di relazioni importanti a partire dal celebrato Johnny Rotten, fino a The Edge senza affatto schivare lo stesso Holger Czukay. Da questa rete emerge il suono potente, pulsante ed incantevole di una nuova costruzione.

Lee “scratch” Perry stesso amerebbe essere coinvolto in queste ondate artificiali, che nessuno più di lui, creatore del suono reggae in studio fin dall’inizio, può esserne considerato l’ascendente. Il suono meraviglioso ma ingestibile di Sly e Robbie viene riconfezionato ad uso delle comunità di dervisci rotanti anglosassoni, dalle cui spire emerge una promessa urgente ed importante: il ritmo estatico è tale solo se autentico, ogni simulazione sarà scancellata dalla propria inconsistenza.

Buffo immaginare che dietro la potenza del suono si trovino spesso ideologie che sfiorano il ridicolo. Certo è questo il caso dell’intero pantheon reggae giamaicano, un’autentica truffa congegnata per irretire gli stolti dall’astuto marpione Chris Blackwell. Il riscatto dello stesso suono avviene quindi con nostro grande piacere, essendo, secondo noi, il formato ritmico ideale per la riprogettazione del suono occidentale, oggi.

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“La varietà dei rumori è infinita. Se oggi, mentre noi possediamo forse mille macchine diverse, possiamo distinguere mille rumori diversi, domani, col moltiplicarsi di nuove macchine, potremo distinguere dieci, venti o trentamila rumori diversi, non da imitare semplicemente, ma da combinare secondo la nostra fantasia.”

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Russolo è probabilmente l’incarnazione stessa di ogni futurismo, certo più di Marinetti e Boccioni, opportunististi e voltagabbana, più prossimo a Kurt Schwitters o Tristan Tzara nel tollerare gli equivoci. La profonda disperazione di questi intellettuali, forzati a farsi una ragione dell’incedere del fragoroso macchinario industriale cui assistettero, produsse un intento acre, spigoloso e dolente di cui rimane solo una memoria molto frammentata.

“La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesirno secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini. Per molti secoli la vita si svolse in silenzio, o, per lo più, in sordina. I rumori più forti che interrompevano questo silenzio non erano nè intensi, né prolungati, né variati. Poiché, se trascuriamo gli eccezionali movimenti tellurici, gli uragani, le tempeste, le valanghe e le cascate, la natura è silenziosa”.

Il tentativo compiuto da Russolo di “intonare e regolare armonicamente e ritmicamente” il rumore, svoltosi parallelamente ad una intensa produzione grafica e visuale, ha prodotto risonanze durante tutto il secolo, nei giorni nostri si può considerare compiuta la profezia secondo cui i musicisti Futuristi devono sostituire alla limitata varietà di toni disponibili all’orchestra del tempo l’infinita varietà dei toni del rumore, riprodotta con meccanismi appropriati.

Lo studio dell’acustica applicata ai rumori, quindi, più che una qualche oziosa furia iconoclasta ignorante e fascista, fu il fulcro dell’azione di Russolo, che si impegnò, con una certa difficoltà, anche nel commento sonoro del cinema, montando congegni arditi nelle sale di proiezione a Parigi. L’aspetto generale delle sue costruzioni, collage di detriti industriali molto più che progetti artigianali, contiene il senso dell’intera azione, unica reazione sana al turbamento profondo dell’età industriale più becera.

La nuova orchestra raggiunge la più complessa e nuova delle emozioni aurali non incorporando una successione di rumori imitanti il soggetto, ma manipolando invece l’interlacciamento di questi vari rumori ritmicamente. La varietà di rumori è indefinita. La possibilità di immaginare una intera dimensione ambientale mai esistita nello spazio nè nel tempo è illimitatamente espansa.

 La tendenza alle dissonanze più complicate, parte del tentativo di allargamento del materiale costituente lo spazio sonoro, corrisponde ad una sensibilità matura per quanto controversa. Mentre si allontana dai suoni puri e confortevoli da sala da concerto, allargandosi verso il suono della città e dell’industria, la consapevolezza mira all’integrazione, ad una accettazione catartica che produrrà conseguenze per molto tempo.


C’è stato un tempo in cui le musiche universali andavano trovate, fuori, sul campo. I cacciatori di talenti nascosti e segreti erano essi stessi uomini di talento, animati da una furia selvaggia, a scoprire ciò che rappresentava un valore per l’umanità, per la sua evoluzione e per il suo sviluppo.

Alan Lomax che dava la caccia, dopo suo padre John, ai reietti, agli emarginati dalle crisi economiche e dalla cecità culturale. John Hammond, al servizio della Columbia records, nei locali oscuri e nelle cittadine di provincia, ad alimentare quello che sarebbe diventato un business colossale. Ahmet Ertegun, a rifondare i principi commerciali attraverso i veri maestri, musicisti e cantanti, con la fondazione di un’etichetta discografica indipendente ed originale, basata sulla personalità del fondatore anzichè su grandi scelte politiche da consiglio di amministrazione.

In questo racconto, voluto da Bob Dylan per preservare la raccolta fonografica della biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, se ne celebra il valore e l’impegno, sullo sfondo della narrazione riguardante due splendenti figure di cantanti e autori leggendari.

Non c’è un sospetto odore di formalina, intorno a queste canzoni superbamente rieseguite dai maggiori eroi della vera musica americana, e irlandese, ma piuttosto una sincera commozione di fronte ad autentiche istanze politiche e umane, ideali e pratiche di cui si rammentano la necessità e l’urgenza.

Forse i personaggi veri del pop contemporaneo sono tali perchè sanno quello che stanno facendo, forse la grande qualità di cui la musica ha bisogno per entrare nella nostra dimensione è ancora molto presente, attenta e vitale in questo nostro mondo spiacente. A seguire queste scene pare davvero che sia così.

Il nuovo paese industriale che era la Germania del dopoguerra, oltre a grandi ricchezze, finì per trovarsi di fronte ad una generazione in rivolta, come in altre parti d’Europa del resto, ma questa più radicale ed intransigente. Un suono inedito, che intese rappresentare un forte dissenso al diktat, prese a mescolare, per la prima volta nel vocabolario popolare, allusioni robotiche e suggestioni mistiche.

Allievi discoli di Stockhausen e Salvador Dalì, esonerati dalla certificazione e dalla seriosità accademica, raccolsero alcune istanze hippy e si abbandonarono, teutonicamente, alla furia degli elementi, raccogliendo istanze da un universo urlante. In una sorta di Sturm und Drang tecnologica attraversarono a cavallo la galassia.

Sommerso in breve da orribili copie che, prive della necessaria intelligenza ironica mancarono del tutto di affascinare, sembrò all’epoca quasi un fallimento. Nulla, in questo ecosistema onnivoro che è la musica vera, va sprecato e molte forme di vita emersero in anni anche lontani, da queste impronte genetiche.

La luminosa grazia di quest’opera in particolare va ricordata in ogni percorso di illuminazione degli archivi. Qui venne stabilizzato l’orientamento “cosmico” e onirico che Froese, Baumann e Franke avevano intentato insieme a Klaus Shultze, a prosecuzione del lavoro dei Floyd e prima del salto internazionale Virgin. La sfolgorante bellezza di queste strutture cristalline, più tardi, sarà più difficile da intravedere.

L’inquietudine sinistra, che il folle approccio retro-future di Bill Nelson genera, è compensata totalmente dall’alto grado di musicalità di cui il nostro è portatore. Di solida antica scuola glam, britannica e nostalgica, il suono di queste luccicanti chitarre è quello che il rock’n'roll avrebbe dovuto avere, se la sua formidabile innocenza avesse superato i limiti del 1956.

L’ostinata indipendenza mercantile di questo anziano appassionato di radiofonia ci procura brividi solastalgici, che ci portano a riconsiderare i nostri sogni adolescenziali come niente affatto superati. Molte di queste sciocchezze ritmiche dense di autentica passione hanno riempito le aule di apprendistato dei rocher degli anni ottanta, influenzando con composizioni esemplari per musicisti sofisticati ogni possibile estetica.

Anche la produzione sonora è originale e stimolante, dal punto di vista economico e gestionale oltre che da quello sonoro e musicale. I mezzi minimi non sono una semplice opzione per il roch, ogni magniloquenza dovrebbe essere bandita dalle sale in cui questa musica sbilenca prende forma. Ciò che di ammirevole c’è stato nella genesi della musica roch, oltre alla deliziosa incompetenza, è la estatica povertà di mezzi e attese, infatti.

E’ un suono ambientato negli outskirts di Tripoli, intorno al 2015, questo di Abrahams, in uno di quei locali che stanno sorgendo in questi giorni ai margini di tutte le inedite, antichissime città del mondo nuovo. Ed è un suono semplice, polverizzato ma consistente, che si fa amare per una speciale dolcezza innocente, e gioiosa.

Della nuova generazione di Enologi, Rachid Taha e Nitin Sawhney soprattutto, si ammira il profumo esotico, così prepotentemente adatto ed erotico. Abrahams sostiene invece una englishness che con una certa meraviglia conforta noialtri spaventati anziani, destinati inevitabilmente a perire in questa intensa e per nulla violenta secessione globale.

La chitarra come sommo strumento popolare torna ad essere rispettata ed amata. Come Brian Eno aveva intuito in tempi differenti: sono ancora i chitarristi quelli più adatti a mantenere la rotta del suono processato, straniato e profumato dai potentissimi trattamenti elettronici che abbiamo a disposizione. Questo giovane qui è particolarmente dotato nel procurarci il senso di una innocenza artistica ed estetica di cui abbiamo sempre più bisogno.

In  una nuova cultura della musica popolare, di quella cioè che intende muovere dal substrato coltissimo e privilegiato maggiormente a contatto col pianeta, il suono delle corde, del particolare tocco che esse impongono e che garantisce una certa purezza d’intento, ci è indispensabile. Questa cultura, flessibile, mobile ed intelligente è in effetti il maggior esempio di impresa sostenibile, in tempi fondamentali per la sopravvivenza di una qualunque razza umana.