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L’attitudine mistica impone una apertura che solo un linguaggio astratto dal corso della storia e dal mondo rende possibile. La stupefacente poesia islamica medievale, tratto favorito da filosofi e matematici, ha reso possibile che intuizioni profonde ed utilissime attraversassero i secoli, leggibili e comprensibili per chi sappia leggere.

L’opportunità che Nusrat Fateh Ali Khan ci ha dato, attraversando lo spazio che noi abitiamo, offrendoci una meditazione cantata che possa avere luogo davanti ai nostri stessi occhi, e orecchie, non ha precedenti nell’età moderna, in occidente. Non certo per il pubblico ampissimo aperto ora al suono del mondo, incantato e svuotato dalla presenza di una azione mistica familiare.

I temi melodici, preparati lentamente da una improvvisazione di gruppo, non sono nel canto qawwali affermazioni esplicite, ma procure estatiche piuttosto, evoluzioni alla ricerca dell’espressione massima, estrema, un offertorio sacrificale per chi ha orecchie utili ad intendere. Per tutti noialtri è la rappresentazione di uno stato della natura e della cultura umana inarrivabile.

Ascoltare Ustad Nusrat Fateh Ali Khan in persona è stato un onore che ci ha permesso di intuire la grandezza di un popolo fra i più malintesi e maltrattati del mondo. Nessun musicista che lo abbia incontrato è rimasto insensibile, Peter Gabriel, Eddie Vedder, Bruce Springsteen (con cui Asif Ali Khan ha cantato in luogo del defunto maestro in “worlds apart”) vanno ascoltati anche nella luce di questa esperienza.

Nessuna parola viene pronunciata in questo film, nessuna spiegazione viene rivolta alle sinapsi del linguaggio verbale: solo immagini, suoni, musica. L’avventura del viaggio, la spinta che lo determina nel suo ripetersi, l’esplorazione del differente modo di sentire il gusto della vita sulla terra, questi sono gli oggetti trattati, documentati qui. In una dimensione mondana, tra la luce dell’alba in un villaggio del sud dell’India, la potente immagine della chiesa cattolica e la trance socievole e spettacolare di Bali, possiamo assistere al dispiegarsi della vita sul pianeta, senza poter distinguere, nè giudicare proprio nulla. 

Il rilevante impegno, anche tecnologico, che troviamo in queste immagini ha una sua spiegazione quasi metafisica, è l’illustrazione di un equipaggio che conduce la stessa barca, ciascuno al suo posto. Non credo sia facile intuire una certa qualità sacrale nelle immagini cinematografiche, ma se mai mi è successo è qui.

Nell’azione documentale ogni angolazione personale, anche molto a monte di qualunque giudizio, potrebbe essere bandita. Il nostro punto di vista, per quanto maturo e qualificato, emerge sempre nella visione che intendiamo comunicare. Forse tranne quando siamo davvero parte del paesaggio illustrato, il nostro è un punto di vista esterno, transitorio quando non troppo superficiale. Nulla di tutto questo avviene qui: Ron Fricke e Mark Magidson, forti dell’esperienza insieme a Godfrey Reggio, hanno definito superbamente ciò che ogni documentario futuro dovrà rappresentare.