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La sognante, “pastorale” qualità del lavoro di Robert Fripp procura una grande difficoltà di associazione, per i musicisti collocati più o meno rigidamente in una qualunque logica categorica di mercato. Le sue ipotesi atmosferiche universali sono troppo spaziose, e stranianti, per chiunque sia legato alle correnti del suo tempo.

Non così quest’ottimo Theo Travis, giovanotto slegato dall’opprimente logica imperante solo quanto basta per seguire il nostro in un percorso sonoro in forma tanto libera quanto stringente. Il dialogo fra i due è naturale ed avventuroso, imprevedibile e avvolgente, come ogni struttura architettonica che si possa, in effetti, reggere in sè.

Se ci lasciassimo davvero guidare dai modi compositivi, dalla sostanza puramente musicale, non sarebbe affatto difficile penetrare una ideologia nuova, un modo economico e comunitario che ci permetterebbe di organizzare le nostre percezioni sociali in maniera utile, efficace, efficiente. Tentare un approccio di questo tipo potrebbe essere alla nostra portata.

Queste strutture sono totalmente, infatti, un modello politico oltre che psicologico. Direi anzi che l’allusione contenuta in codeste forme è l’unica immaginazione politica che abbiamo a disposizione. Fuori da contesti verbali, macchinosi ed eccessivamente cervellotici, possiamo sperimentare uno stato mentale avulso da ciò cui siamo costretti.

L’attitudine mistica impone una apertura che solo un linguaggio astratto dal corso della storia e dal mondo rende possibile. La stupefacente poesia islamica medievale, tratto favorito da filosofi e matematici, ha reso possibile che intuizioni profonde ed utilissime attraversassero i secoli, leggibili e comprensibili per chi sappia leggere.

L’opportunità che Nusrat Fateh Ali Khan ci ha dato, attraversando lo spazio che noi abitiamo, offrendoci una meditazione cantata che possa avere luogo davanti ai nostri stessi occhi, e orecchie, non ha precedenti nell’età moderna, in occidente. Non certo per il pubblico ampissimo aperto ora al suono del mondo, incantato e svuotato dalla presenza di una azione mistica familiare.

I temi melodici, preparati lentamente da una improvvisazione di gruppo, non sono nel canto qawwali affermazioni esplicite, ma procure estatiche piuttosto, evoluzioni alla ricerca dell’espressione massima, estrema, un offertorio sacrificale per chi ha orecchie utili ad intendere. Per tutti noialtri è la rappresentazione di uno stato della natura e della cultura umana inarrivabile.

Ascoltare Ustad Nusrat Fateh Ali Khan in persona è stato un onore che ci ha permesso di intuire la grandezza di un popolo fra i più malintesi e maltrattati del mondo. Nessun musicista che lo abbia incontrato è rimasto insensibile, Peter Gabriel, Eddie Vedder, Bruce Springsteen (con cui Asif Ali Khan ha cantato in luogo del defunto maestro in “worlds apart”) vanno ascoltati anche nella luce di questa esperienza.

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Non c’erano che partiture e qualche nastro illegale, nei 51 anni in cui l’indipendenza in Estonia venne a mancare, per apprendere corsi e ricorsi della musica contemporanea occidentale. Nei lunghi anni del suo apprendistato convenzionale l’influenza fu quella di Shostakovich, Prokofiev and Bartók. Come se non bastasse questo ad irritare i funzionari del governo, anche Schoemberg e la sua tecnica dodecafonica e seriale furono importanti influenze.

Concluso questo momento, rivelatosi un vicolo cieco, Part entrò in una sorta di silenzio contemplativo, tanto pericoloso quanto liberatorio. La totale pure se quieta disperazione nella consapevolezza della composizione come il più futile dei gesti lo portarono alla perdita di ogni fede musicale e volontà di scrivere qualunque cosa.
La terza sinfonia del 1971, al centro della transizione, lo trovò immerso nello studio delle radici della musica occidentale, nella musica antica, nel canto Gregoriano, dell’emersione della polifonia nel rinascimento.

Fratres, Cantus In Memoriam Benjamin Britten, e Tabula Rasa sono le composizioni che si distaccano da questa dolorosa transizione, portando ogni attenzione su di un particolarissimo suono delicato ed estatico, traccia di un desiderio arcano e stupendo di ritrovare sensi e valori sospesi dalle esperienze passate.

La tecnica tintinnabuli, originale definizione riferita ad un tintinnio acustico ed alle campane in modo specifico, che da queste composizioni emerge nel mondo, riporta Part a frequentare una dimensione acustica che va da Palestrina a Messiaen e Penderecki. Singole note prive di decorazione, le semplici triadi alla base dell’armonia occidentale, semplici strutture ritmiche non soggette a mutazione sono le caratteristiche che lo accomunano, per esempio, a Henryk Górecki and John Tavener.

Un’altra caratteristica del lavoro più tardo di Part è che è spesso adattato a testi sacri, peculiarmente egli sceglie i linguaggi Latini e della chiesa Slavonica usati nella liturgia ortodossa invece del nativo Estone. I lavori su vasta scala del periodo includono la Passione di San Giovanni, il Te Deum e Litania, i lavori corali il Magnificat e Le Beatitudini.

Grande parte della diffusione del lavoro di questo grande Estone, naturalizzato Austriaco e poi residente a Berlino, è dovuta alla cura e alle edizioni di Manfred Eicher e della sua Edition of Contemporary Music, che ha registrato magistralmente molte delle composizioni di Part a partire dal 1984.

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“Even in Estonia, Arvo was getting the same feeling that we were all getting. [...] I love his music, and I love the fact that he is such a brave, talented man. [...] He’s completely out of step with the zeitgeist and yet he’s enormously popular, which is so inspiring. His music fulfills a deep human need that has nothing to do with fashion.” —Steve Reich

Nessuna parola viene pronunciata in questo film, nessuna spiegazione viene rivolta alle sinapsi del linguaggio verbale: solo immagini, suoni, musica. L’avventura del viaggio, la spinta che lo determina nel suo ripetersi, l’esplorazione del differente modo di sentire il gusto della vita sulla terra, questi sono gli oggetti trattati, documentati qui. In una dimensione mondana, tra la luce dell’alba in un villaggio del sud dell’India, la potente immagine della chiesa cattolica e la trance socievole e spettacolare di Bali, possiamo assistere al dispiegarsi della vita sul pianeta, senza poter distinguere, nè giudicare proprio nulla. 

Il rilevante impegno, anche tecnologico, che troviamo in queste immagini ha una sua spiegazione quasi metafisica, è l’illustrazione di un equipaggio che conduce la stessa barca, ciascuno al suo posto. Non credo sia facile intuire una certa qualità sacrale nelle immagini cinematografiche, ma se mai mi è successo è qui.

Nell’azione documentale ogni angolazione personale, anche molto a monte di qualunque giudizio, potrebbe essere bandita. Il nostro punto di vista, per quanto maturo e qualificato, emerge sempre nella visione che intendiamo comunicare. Forse tranne quando siamo davvero parte del paesaggio illustrato, il nostro è un punto di vista esterno, transitorio quando non troppo superficiale. Nulla di tutto questo avviene qui: Ron Fricke e Mark Magidson, forti dell’esperienza insieme a Godfrey Reggio, hanno definito superbamente ciò che ogni documentario futuro dovrà rappresentare. 

Le componenti che vanno a costituire un opera come questa non sono misurabili, quantificabili, analizzabili. Se perchè una raccolta discografica diventi un classico, sia cioè assunta ad esempio imprescindibile, ci vogliono dieci anni o più probabilmente venti, per ripetere l’impatto che questo lavoro può produrre ci vogliono diversi classici. Rimango prudente, io non mi misuro con le novità troppo spregiudicatamente.

La credibilità di una qualunque opera d’arte deriva da alcuni fattori, non ultimo l’osservanza pubblica di un silenzio impressionante, udibile globalmente. Davanti alla formalizzazione del Giusto si tace, ci si inchina e si termina il chiacchericcio.

Qui le autorità coinvolte sono diverse, a cominciare da una etichetta di garanzia che sta dimostrando il suo valore proprio, con la pubblicazione continua e regolare di oggetti preziosi, non unificati da formalità di stile solamente, non soltanto dall’adesione ad un certo sentimento estetico assunto a priori.

Dimenticate il motivo per cui questo disco vi ha incuriosito: sia esso l’adesione incondizionata al tono accorato eppure mai solenne, il gusto per una elettricità americana ed onnipotente che si può trovare in un sempre minore numero di opere nuove, una certa nostalgia per l’affermazione dei diritti umani oppure una qualunque recensione entusiasta.

Immergetevi invece nel dolcissimo e potentissimo fluire della voce umana che qui è rappresentato senza tremori o viltà. Affrontate l’esibizione di coraggio temprato nel fuoco di molte generazioni, tutte presenti. Abbandonatevi alla precisione consapevole di una chitarra elettrica universalmente Americana. Lasciatevi sostenere dal ritmo come l’abbiamo sempre desiderato, quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la demenza finanziaria dei nostri miserabili, per molti altri versi, tempi.