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La relazione del musicista con il proprio strumento, sia egli esecutore che compositore, non determina soltanto la forma e la struttura della musica che, sua e nostra mercé, può entrare nel mondo. Il processo di percezione, di ascolto, cui il musicista si espone, passa attraverso le sue mani e l’intero suo corpo, non soltanto attraverso una rete ideale di immagini e pensieri.

La suonabilità dello strumento, la sua praticabilità e “giocabilità” determina enormemente il suono e la sua organizzazione, il timbro, il tempo e pure l’amplitudine dell’evento musicale generato. La lunga pratica di apprendistato del nostro valoroso interprete lo autorizza a sciegliere l’ipotesi più utile, oltre che a rappresentarla nel suo speciale modo unico.

Un tentativo eccessivamente intellettuale, svincolato dal contatto, rischia di indurre nella rappresentazione una freddezza ed una inconsistenza mortali. L’esperienza di una ferma disciplina emotiva, al contrario, bilancia l’eccesso e rende il suono stabile e considerevole. Così altrettanto la solidità muscolare introduce elementi terrestri, sensuali e godibili per chi abbia una esperienza paragonabile.

Faremmo bene a chiederci cosa sta risuonando, dentro di noi, quando siamo esposti ad una esperienza musicale gradita. Anche senza considerare le componenti inconscie profonde, la “soddisfazione” che proviamo potrebbe essere solo un gioco infantile, quando la musica reale, invece, permetterebbe di introdurre nel nostro spazio una preziosissima ed attualmente nuova qualità luminosa.

La musica per il cinema si svolge in una dimensione sognante per definizione, pure se il film sognante non è, pure se viene composta in qualche modo prima del montaggio. Lo è in modo speciale se il regista è un folle ammiratore del compositore, come è il caso di tanti film di Sergio Leone ed Ennio Morricone, Federico Fellini e Nino Rota, oppure Walter Hill e Ry Cooder.

Questo è (molto evidentemente) un caso del genere. Montare un racconto adoperando un ritmo musicale amatissimo rende le cose astratte e molto praticabili insieme, e contribuisce a rendere terrestre un film molto astratto, o viceversa. Inoltre la dimensione rarefatta del racconto visivo (così come musicale) è esempio di perfetta sincronizzazione.

La qualità principale di questa musica non è cinematica, non suggerisce azione e trama, quanto piuttosto sospensione e atmosfera. La scrittura non narrativa di cui il cinema avrebbe molto bisogno, insieme a suggestioni luministiche ed enigmi codificati, trova sostegno e conforto in codeste forme compositive, come il dry vermouth nel gin.

Maestri sono questi due marginali lontanissimi da qualunque star system, e possono godersi un lento fluire mentre si svolge nelle loro mani. Molto grato è il fortunato regista che trova inspirazione anzichè complicazioni. Questa comunanza d’intenti, che ha dato luogo a lavori cinematografici in cui gli elementi sono inscindibili, è forse la condizione necessaria per la nostra commozione.

Dobbiamo molto a Terry Riley ed ai suoi processi della memoria rigenerata. La sua profonda meditazione sul tempo ha probabilmente spostato l’asse terrestre e rimandato l’inevitabile glaciazione, senza che la grande parte del suo pubblico naturale ne abbia necessariamente consapevolezza, senza che venga eretto nessun monumento al suo merito.

Riley era discepolo del Pandit Pran Nath, a lui si era affidato nella presa di posizione ideale ma anche pratica, ne aveva assimilato modi e discipline fino a rappresentare una passabile versione utilizzabile per noialtri. All’epoca tutto questo era degno dell’opera di Teresa di Calcutta o a quella del dottor Schweitzer, stessa portata in termini di contributo alla pace del mondo.

Di recente ho rivisto l’anziano maestro in una bella sala della mia città, l’ultima di una mezza dozzina di volte in questa vita, e ho trovato la sua performance molto migliorata: postura magnifica e impressionante colore del canto. Pure la tecnica pianistica ha ora qualcosa di essenziale che qui mancava. Il motivo per cui è questo disco il riferimento che propongo è che molti sentono che il 1972 è stato un anno migliore.

La ripetizione usata da Riley su questo palco parigino (e losangelino pure) è un semplice dispositivo tecnico che si trova ad essere un mirabile esempio della presenza del genio. Brian Eno ne fece un oggetto di culto, Robert Fripp ci ha ricavato il disegno adatto alla presentazione della musica celeste più matura e utile. Per gli studiosi: il primo ad usarla fu l’Argentino Mauricio Kagel, nel 1956.

Nell’esercizio di un pensiero analogico espresso attraverso forme archetipiche ci si avvia all’imprevedibile. Roba che non è accessibile ai teorici della causalità ed al principio di non contraddizione, tantomeno lo è a storici ed ideologi: solo i musicisti possono permettersi di affrontare l’angoscia, che fatalmente potrebbe investirli.

L’abilità nella creazione di un contesto infuocato ed inafferrabile è stata la caratteristica di questo importantissimo gruppo di mangiacrauti, capaci di intraprendere un’avventura rischiosa e davvero mitica. Il limite stretto della configurazione tipica non è qui in nessun modo tale: la giusta misura condizionale e la virtù della conoscenza di sè stessi sono abrogati in favore dell’immortalità.

Probabilmente non c’è una vera memoria dell’azione di questi navigatori mai compresi. Certo il livello di popolarità raggiunta non è mai uscito dalla voglia sperimentale degli anni settanta, la destrutturazione di qualunque linguaggio popolare ha avuto più fortuna allora, e da allora è stata trascurata: soft machine, gong e i pochi epigoni sono le sole connessioni tangibili.

Va invece ricordata la capacità di trascendere l’ovvio ed il gusto trito di prevedibilissime epiche rock. L’idea specialissima di sviluppo del tema deve molto alle contemporanee o di poco precedenti istanze Bitches Brew o Stimmung, con le quali rispettivamente Miles Davis e Karlheinz Stockhausen indicavano la strada da seguire per emanciparsi dal grigio passato

Il mistero della musica qui risuonante è il mistero dell’illusionismo predatorio del vecchio impero. Queste macchinazioni pseudo reggae possiedono un che di alieno ed extra temporale, anche a seguire le indicazioni fornite da Can, la banda pseudo rock teutonica, che così tanto ha deformato il flusso della musica per musicisti vent’anni prima.

 Non è difficile rappresentare il falso in studio di registrazione. Il decennio precedente a questo disco è stato quello in cui la celebrazione del campionamento illecito come tecnica compositiva è stato ratificato e legalizzato. Jah Wobble, il capobanda in gioco, ha intessuto una rete di relazioni importanti a partire dal celebrato Johnny Rotten, fino a The Edge senza affatto schivare lo stesso Holger Czukay. Da questa rete emerge il suono potente, pulsante ed incantevole di una nuova costruzione.

Lee “scratch” Perry stesso amerebbe essere coinvolto in queste ondate artificiali, che nessuno più di lui, creatore del suono reggae in studio fin dall’inizio, può esserne considerato l’ascendente. Il suono meraviglioso ma ingestibile di Sly e Robbie viene riconfezionato ad uso delle comunità di dervisci rotanti anglosassoni, dalle cui spire emerge una promessa urgente ed importante: il ritmo estatico è tale solo se autentico, ogni simulazione sarà scancellata dalla propria inconsistenza.

Buffo immaginare che dietro la potenza del suono si trovino spesso ideologie che sfiorano il ridicolo. Certo è questo il caso dell’intero pantheon reggae giamaicano, un’autentica truffa congegnata per irretire gli stolti dall’astuto marpione Chris Blackwell. Il riscatto dello stesso suono avviene quindi con nostro grande piacere, essendo, secondo noi, il formato ritmico ideale per la riprogettazione del suono occidentale, oggi.

Che la tecnologia radiofonica fosse una struttura di composizione completa ed autoportante l’aveva realizzato Cage negli anni cinquanta, molto prima che qualunque questione emergesse. L’intuizione che il contesto uditivo, anche e soprattutto tecnologico, fosse determinante quanto e più della stessa struttura stilistica a monte, poteva emergere già allora, e così avvenne.

Tutto combacia nelle realizzazioni pop, tanto incoscienti ed incompetenti quanto utili e determinanti. Orb è la stessa combinazione sognante che ha retto per un po’ la cospirazione chill out dei primi novanta ultimi scorsi. Emersi dall’ambiente nobile e raffinato della EG records, hanno sempre avuto una connessione forte con le menti altolocate presenti negli stessi uffici.

Qui, sfolgorante e discreta come la tecnologia radiofonica stessa, prende corpo una composizione pulsante ed autorevole, spazio quasi ideale per lasciar andare flussi sempre meno che perentori. Chè l’alea imprescindibile che si respira in queste soffici evoluzioni ha finalmente la dignità che le spetta. Manca forse la semplificazione che il pop di massa impone, di cui godiamo l’assenza, in effetti.

 

Non ha i tratti di altre composizioni di questo radicale un po’  folle, questo impressionante disco uscito in tempi in cui eravamo molto indecisi. Pure contiene una qualità dal nostro punto di vista rilevantissima, ed una sensualità importante e godibile, inoltre.

Sun Ra non appartiene alla tradizione, neppure a quella Jazz, neppure alla sperimentazione intellettuale di stampo europeo. La sua è una follia originale, per quanto radicata chissà dove, e pure nella sua produzione c’è una maestria rilevante, imprescindibile.

Amare i radicali non è mai stato facile, qui abbiamo l’opportunità di avvicinarci ad un suono più lento e familiare, per me legato ad una immagine precisa che in quegli anni riempiva tutto il mio spazio. Quella di un equinozio invernale di salvezza e gioia.

Ma molti potranno trovare, con una certa sorpresa forse, in questi solchi una sorta di sollievo, più o meno inconscio. La musica di qualità non emerge da processi che sono solo intellettuali, solo emotivi o solo sensibili. Nel lavoro di un musicista maturo, anche aldilà delle sue personali idiosincrasie, si può respirare l’aria di un universo più ampio, più completo e bilanciato.

Qui posso sentire questa maturità, la quale comprende una gradevolezza che non è una concessione ma invece una conquista, posso sentire la presenza della musica cosmica che auspico, di cui ho bisogno per imparare. Compito di questi straordinari musicisti, che possono giungervi attraverso le vie più disparate, è metterci di fronte alla pulsazione cosmica, sufficiente in sè per indicare dove si trova ciascuno di noi.