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La massima confusione del nostro tempo è determinata dall’abrogazione della responsabilità. Più precisamente tale confusione si genera quando questa abrogazione, considerata lecita e perfino essenziale all’esercizio, si accompagna ad un qualunque potere. Più sofisticato il potere, maggiore è la sfuggevolezza di tale abrogazione. Troppi politici, ma anche psicologi, giornalisti e comunicatori dozzinali la coltivano.

Nella teoria dell’arte occidentale e moderna questo significa l’applicazione di uno dei più squinternati modi di percepire l’azione artistica ed i suoi valori. Frutto di una interpretazione volgare e maligna dei deboli principii del capitalismo, l’attribuzione di valore ad una qualunque opera d’arte sta nella opportunità di possederla, chiuderla in un caveau, escluderla dal naturale flusso di esposizione, ridurla ad un prezzo finanziario.

I nostri artisti favoriti, la cui biografia è solo marginalmente oggetto della nostra osservazione, sanno bene che l’opera d’arte non è l’oggetto prodotto e più o meno negoziabile. Essa è piuttosto la transazione che avviene, in un momento più o meno ridotto nel tempo, tra questo oggetto e l’osservatore (o ascoltatore). Che si tratti di Van Gogh, Basquiat o qualunque altro oggetto, è questa relazione che ha valore e la responsabilità culturale di attribuzione del valore stesso viene in questo modo condivisa.

Tra processori, attore e fruitore, si realizza una mutua e tacita relazione d’impresa, dalla quale scaturiscono valori di ogni sorta. Perfino nel Kitsch descritto da Gillo Dorfles, perfino nelle più sofisticate ed informali azioni da Biennale d’Arte, nulla accade se tale relazione viene a mancare, e nulla rimane se non oggetti vuoti da casa d’aste. In musica la relazione tra scena e platea viene strutturata per agevolare questa relazione, per manipolarla, per definirne una speciale, oppure per mutare ogni regola.

All’intersezione diretta tra la costruzione del suono e quella della luce, qui si trova la questione di cui questo lavoro è la risposta. È un lavoro minore, nel curriculum dell’autrice, quasi uno studio preparatorio, realizzato com mezzi estemporanei, che intendeva preludere a qualcosa che fosse più di una semplice meditazione.

Quella di questa donna è una specialissima disposizione puntillistica, l’intera accademia in punta di dita, e la spregiudicatezza che solo gli artisti americani del dopoguerra possiedono, hanno reso possibile un corpus compositivo eclatante, estatico.

Ma mi piace pensare alle opere d’arte “economiche”, costruite con il massimo risparmio di mezzi cioè, senza che il risultato sia facilmente liquidabile come “minimale”. Ed il suono di questo lavoro non ha proprio nulla di minimo, estensivo, maestoso e celeste com’è. Il valore di opere come questa sta altrove, in una Purezza che può derivare soltanto dalla dedizione totale, quando lo scopo è chiaro e preciso.

Questo modo di lavoro è riservato agli spazi alti della composizione musicale, riguarda compositori riconosciuti ed esecutori eccelsi, cosa che Wendy Carlos, per un certo periodo, è stata. Ma rifiutiamo ogni ipotesi esclusiva, e consideriamo questa musica definitivamente popolare, perché abbiamo bisogno di mezzi che ci riuniscano, che ci diano la sensazione di essere parte di un mondo di cui non sappiamo abbastanza.

Rimane da sapere se un altro mondo, oltre che possibile, è accessibile, se qualcuno è disposto a pagare il prezzo.

Nella vita di un giovane aspirante all’autentica creatività può a volte emergere un momento di grande apertura. La sua storia, la sua direzione, l’intero mondo a cui è appoggiato possono sembrare di colpo insufficienti, obsoleti. In un sistema umano ordinato è un momento impegnativo, grave forse, certamente scomodo.

Un lavoro come questo, parte di una confezione che comprendeva una serie di canzoni solo apparentemente più convenzionali, potrebbe essere indicato ad esempio di escamotage molto intelligente per affrontare un mondo quando non si sente più di appartenervi.

Il risultato supera di molto ogni aspettativa, la forma che ne emerge è estranea alla propria natura pop: essa si svela fin dalle prime battute, per svolgersi ed affermarsi come fosse inevitabile, urgente, densa di ripercussioni. La tentazione è quella di descrivere i colori dell’aria, il nero dell’acqua, e limitarsi alla dipintura degli sfondi.

È irresistibile invece, una volta invitati i solisti, abbandonarsi ad un lirismo nuovo, lucente e travolgente. Anche dal semplice punto di vista storico una nuova tradizione prende corpo davanti agli occhi, l’intesa acustica tra soggetto e sfondo userà nuove prospettive, da qui.