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Quel gran genio di Ivo Russell-Watts per conto mio dovrebbe controllare la Universal, capace com’è di intuire le potenzialità ricreative ma anche commerciali di una formidabile canzone accidentalmente dimenticata. Potrebbe forse convincerci tutti che in queste distese di immondizia sono nascoste pietre dure di bellezza inestimabile.

Però si limita a farlo dalla sua nicchia speciale, che negli anni ottanta si chiamava This Mortal Coil, e magari 4AD, ed alla fine del millennio riappare in questa singolare forma, destinata alla consunzione per mancata attenzione. Noialtri esploratori delle illimitate scaffalature dei materiali umani scorrettamente scancellati siamo qui per sottoporvele, di nuovo.

La marinatura è stata compiuta nel miele di salvia, su qualche pietrosa isoletta battuta dal vento, sulla quale le temperature incoraggiano un prolungato soggiorno domestico, privo di connessione satellitare, fattoidi e manipolazioni squilibrate. Questa isola, sulla quale passiamo ormai la quasi totalità del nostro tempo, è alla vostra portata, valorosi navigatori.

Adoperate questo memento per curare le vostre ansie nostalgiche, che per quanto consolate da ottimo cibo e vino, non si riesce a sopire. Immergetevi in questo suono imperturbabile, alieno dalle miserie smaccatamente pseudo pop, dalle demografie che ci condannano, dalle ipotesi progressive false e vergognose. Abbandonatevi a questa gioia serena, e ricordatevi chi siete.

Sembrano un centinaio d’anni quelli che ci separano dal 1987 e dal primo capitolo di questa luccicante trilogia: prodigiosa è stata la carriera (meritata) che l’autore ha percorso, in cerca di una collocazione di rango ottenuta impegnandosi nella produzione di Blur, Madonna, Oleta Adams fra gli altri e organizzando malefatte sinfoniche di ogni genere.

Qui si intende dimostrare che il maggior contributo British alla storia dell’umanità non è tanto la costruzione di melodie attraenti e di impeccabile fattura, quanto piuttosto la definizione di una coolness pronta a mutare in chillness, frutto di un understatement che solo i ben informati possono sostenere.

E prodigioso maestro di cerimonie è quest’uomo, in effetti. Una sorta di Michael Caine del terzo millennio, privo di qualunque rudezza ed asperità, che ci introduce alle melliflue dolcezze della City, popolata di una umanità swingante anche quando impiegata alla Merril Lynch. Dalla sua stazione di produzione si deve ben dominare il panorama.

L’eleganza della postura, nella produzione di questi dischetti, è il frutto di una ottimamente decantata consapevolezza del giusto equilibrio del gusto. Non è un caso se l’ammirazione della comunità musicale è ben condivisa da un mercato che sempre meno siamo capaci di comprendere, indeciso com’è fra dannazione e benedizione.

Il mistero della musica qui risuonante è il mistero dell’illusionismo predatorio del vecchio impero. Queste macchinazioni pseudo reggae possiedono un che di alieno ed extra temporale, anche a seguire le indicazioni fornite da Can, la banda pseudo rock teutonica, che così tanto ha deformato il flusso della musica per musicisti vent’anni prima.

 Non è difficile rappresentare il falso in studio di registrazione. Il decennio precedente a questo disco è stato quello in cui la celebrazione del campionamento illecito come tecnica compositiva è stato ratificato e legalizzato. Jah Wobble, il capobanda in gioco, ha intessuto una rete di relazioni importanti a partire dal celebrato Johnny Rotten, fino a The Edge senza affatto schivare lo stesso Holger Czukay. Da questa rete emerge il suono potente, pulsante ed incantevole di una nuova costruzione.

Lee “scratch” Perry stesso amerebbe essere coinvolto in queste ondate artificiali, che nessuno più di lui, creatore del suono reggae in studio fin dall’inizio, può esserne considerato l’ascendente. Il suono meraviglioso ma ingestibile di Sly e Robbie viene riconfezionato ad uso delle comunità di dervisci rotanti anglosassoni, dalle cui spire emerge una promessa urgente ed importante: il ritmo estatico è tale solo se autentico, ogni simulazione sarà scancellata dalla propria inconsistenza.

Buffo immaginare che dietro la potenza del suono si trovino spesso ideologie che sfiorano il ridicolo. Certo è questo il caso dell’intero pantheon reggae giamaicano, un’autentica truffa congegnata per irretire gli stolti dall’astuto marpione Chris Blackwell. Il riscatto dello stesso suono avviene quindi con nostro grande piacere, essendo, secondo noi, il formato ritmico ideale per la riprogettazione del suono occidentale, oggi.