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Una elegantissima esibizione di finezza, da parte di un duo di cospiratori a cui affiderei l’intera prossima orbita solare attraverso le profondità del cosmo. Mi chiedo se abbiamo, noi navigatori cosmogonici, i mezzi per toccare la materia psicogeografica di cui questi oggetti sono fatti. Mi chiedo se la memoria di un tale costrutto può essere, nella realtà, sostenuta.

L’idillio si svolge in una dimensione floreale, tra tastiere interlacciate e zuccherine, nella costruzione di un pantheon chantilly, di cui possiamo identificare le componenti inedite ancora oggi, dopo diecimila ascolti. Non ci fosse il dubbio che ciascuno dei due abbia una carriera multidimensionale alle spalle, sembrerebbero due entusiasti esordienti.

La delicatissima mano di Zazou, scomparso l’8 settembre 2008, giunge qui al compimento di un’azione che lo ha collocato al centro dei più rilevanti movimenti del nostro tempo. I suoi ricami puntillistici non sono mai semplice decorazione ma piuttosto lievi dichiarazioni d’intento, di direzione, di speranza. Esattamente ciò che ci occorre.

Raccolto, in effetti, prima della colossale messa in scena del millennio, il colore dei suoni ha una nuance desueta, da discrete coltrine gozzaniane. Ambedue gli esercenti impongono influssi sulla combinazione delle ricette, sulla peculiare struttura alchemica delle bomboniere. Si tratta di esempi per un lontano futuro qui, che custodiremo e regaleremo ai figli dei figli.

La sognante, “pastorale” qualità del lavoro di Robert Fripp procura una grande difficoltà di associazione, per i musicisti collocati più o meno rigidamente in una qualunque logica categorica di mercato. Le sue ipotesi atmosferiche universali sono troppo spaziose, e stranianti, per chiunque sia legato alle correnti del suo tempo.

Non così quest’ottimo Theo Travis, giovanotto slegato dall’opprimente logica imperante solo quanto basta per seguire il nostro in un percorso sonoro in forma tanto libera quanto stringente. Il dialogo fra i due è naturale ed avventuroso, imprevedibile e avvolgente, come ogni struttura architettonica che si possa, in effetti, reggere in sè.

Se ci lasciassimo davvero guidare dai modi compositivi, dalla sostanza puramente musicale, non sarebbe affatto difficile penetrare una ideologia nuova, un modo economico e comunitario che ci permetterebbe di organizzare le nostre percezioni sociali in maniera utile, efficace, efficiente. Tentare un approccio di questo tipo potrebbe essere alla nostra portata.

Queste strutture sono totalmente, infatti, un modello politico oltre che psicologico. Direi anzi che l’allusione contenuta in codeste forme è l’unica immaginazione politica che abbiamo a disposizione. Fuori da contesti verbali, macchinosi ed eccessivamente cervellotici, possiamo sperimentare uno stato mentale avulso da ciò cui siamo costretti.

Non temono mica nulla, questi giovanotti allevati nella competenza etimologica. Forti di una disposizione pionieristica inossidabile, oltre che di resistenza agli agenti atmosferici, strusciano corde antiche nella ferma convinzione del giusto. Esse, tali corde, risuonano con vigore di frontiera, al riparo da ogni catastrofe. Miracolosamente riceviamo, ed indichiamo.

Si ha un bel dire che il medio teenager occidentale moderno non ha modo di venire a contatto con un qualche Ryland Cooder, John Fahey o Garth Hudson: qui la versione è ben differente. Charlie Mingus è considerato uno zio disponibile e praticabile, il plateau familiare comprende Robert Altman, ruvidezze incluse, oltre che le melliflue steel guitars dei Primitivi.

Insomma la nostra speranza trova sempre conforto in questa incomprensibile terra di nessuno che sono le pianure canadesi, molto più che nelle pubbliche piazze di continenti troppo vecchi per essere indicati sulle mappe. Si tratta di qualità dell’acqua, certo, o forse di un disincanto che consideriamo intransigibile, di una coscienza che deriva dall’isolamento.

Se avete più di dodici anni, ma meno di sedici, potete ancora considerare questo lavoro come esempio primario, senza intattenervi più con i risorgimenti e gli amori di patria. Prima di alterare le vostre coscienze procurando danno agli organi interni, considerate questa opzione: L’ascolto accurato ed intenso di una musica equa può produrre una grande sanità mentale.

Quel gran genio di Ivo Russell-Watts per conto mio dovrebbe controllare la Universal, capace com’è di intuire le potenzialità ricreative ma anche commerciali di una formidabile canzone accidentalmente dimenticata. Potrebbe forse convincerci tutti che in queste distese di immondizia sono nascoste pietre dure di bellezza inestimabile.

Però si limita a farlo dalla sua nicchia speciale, che negli anni ottanta si chiamava This Mortal Coil, e magari 4AD, ed alla fine del millennio riappare in questa singolare forma, destinata alla consunzione per mancata attenzione. Noialtri esploratori delle illimitate scaffalature dei materiali umani scorrettamente scancellati siamo qui per sottoporvele, di nuovo.

La marinatura è stata compiuta nel miele di salvia, su qualche pietrosa isoletta battuta dal vento, sulla quale le temperature incoraggiano un prolungato soggiorno domestico, privo di connessione satellitare, fattoidi e manipolazioni squilibrate. Questa isola, sulla quale passiamo ormai la quasi totalità del nostro tempo, è alla vostra portata, valorosi navigatori.

Adoperate questo memento per curare le vostre ansie nostalgiche, che per quanto consolate da ottimo cibo e vino, non si riesce a sopire. Immergetevi in questo suono imperturbabile, alieno dalle miserie smaccatamente pseudo pop, dalle demografie che ci condannano, dalle ipotesi progressive false e vergognose. Abbandonatevi a questa gioia serena, e ricordatevi chi siete.

Sembrano un centinaio d’anni quelli che ci separano dal 1987 e dal primo capitolo di questa luccicante trilogia: prodigiosa è stata la carriera (meritata) che l’autore ha percorso, in cerca di una collocazione di rango ottenuta impegnandosi nella produzione di Blur, Madonna, Oleta Adams fra gli altri e organizzando malefatte sinfoniche di ogni genere.

Qui si intende dimostrare che il maggior contributo British alla storia dell’umanità non è tanto la costruzione di melodie attraenti e di impeccabile fattura, quanto piuttosto la definizione di una coolness pronta a mutare in chillness, frutto di un understatement che solo i ben informati possono sostenere.

E prodigioso maestro di cerimonie è quest’uomo, in effetti. Una sorta di Michael Caine del terzo millennio, privo di qualunque rudezza ed asperità, che ci introduce alle melliflue dolcezze della City, popolata di una umanità swingante anche quando impiegata alla Merril Lynch. Dalla sua stazione di produzione si deve ben dominare il panorama.

L’eleganza della postura, nella produzione di questi dischetti, è il frutto di una ottimamente decantata consapevolezza del giusto equilibrio del gusto. Non è un caso se l’ammirazione della comunità musicale è ben condivisa da un mercato che sempre meno siamo capaci di comprendere, indeciso com’è fra dannazione e benedizione.

Il mistero della musica qui risuonante è il mistero dell’illusionismo predatorio del vecchio impero. Queste macchinazioni pseudo reggae possiedono un che di alieno ed extra temporale, anche a seguire le indicazioni fornite da Can, la banda pseudo rock teutonica, che così tanto ha deformato il flusso della musica per musicisti vent’anni prima.

 Non è difficile rappresentare il falso in studio di registrazione. Il decennio precedente a questo disco è stato quello in cui la celebrazione del campionamento illecito come tecnica compositiva è stato ratificato e legalizzato. Jah Wobble, il capobanda in gioco, ha intessuto una rete di relazioni importanti a partire dal celebrato Johnny Rotten, fino a The Edge senza affatto schivare lo stesso Holger Czukay. Da questa rete emerge il suono potente, pulsante ed incantevole di una nuova costruzione.

Lee “scratch” Perry stesso amerebbe essere coinvolto in queste ondate artificiali, che nessuno più di lui, creatore del suono reggae in studio fin dall’inizio, può esserne considerato l’ascendente. Il suono meraviglioso ma ingestibile di Sly e Robbie viene riconfezionato ad uso delle comunità di dervisci rotanti anglosassoni, dalle cui spire emerge una promessa urgente ed importante: il ritmo estatico è tale solo se autentico, ogni simulazione sarà scancellata dalla propria inconsistenza.

Buffo immaginare che dietro la potenza del suono si trovino spesso ideologie che sfiorano il ridicolo. Certo è questo il caso dell’intero pantheon reggae giamaicano, un’autentica truffa congegnata per irretire gli stolti dall’astuto marpione Chris Blackwell. Il riscatto dello stesso suono avviene quindi con nostro grande piacere, essendo, secondo noi, il formato ritmico ideale per la riprogettazione del suono occidentale, oggi.

English? you’re welcome!

La somma di talenti, in un supergruppo esoterico, produce spesso la sospensione della ragione oltre che della tonalità. Qui alla cancellazione del criterio discografico di selezione corrisponde una inedita combinazione di fluidi, di gioie e di talenti, com’è sempre più frequente grazie al cielo, fuori dalle correnti del commercio becero.

Che un gruppo come questo, maturo ed evoluto, possa passare incognito invece è l’oggetto di questa meditazione. Ritmiche sottili e voci eteree, come in un giardino edenico, chitarre sinuose e delicatissime intrecciate a violoncelli maschi e penetranti, ce n’è per ogni aroma e profumo. L’identità del risultato è pari alla varietà degli ingredienti, mescolati con grazia.

Ciascuno dei componenti di questa effimera squadra angelica ha una sua vita segreta nei meandri della produzione fonografica. Facile che salti alle orecchie l’archetto magnetico di Bill Nelson, le celestiali tastierine di Roger Eno, il cor anglais e l’oboe di Kate st.John, una biondina per cui molti assalterebbero treni, Laraaji, il mendicante urbano di Manhattan che era un protegé del fratello anziano di Roger.

Ma il tratto essenziale qui riproducibile ha il gusto del giardino d’infanzia, in cui il gusto di suonare insieme si perpetua senza fine, nè mezzo. E’ l’eterno ricominciare che è la condizione, nella migliore delle ipotesi, cui tutti aspiriamo. E’ il motivo che ci fa godere così profondamente ogni attività umana degna di questo nome, in cucina come quando suoniamo, e che ci permette di riparare il passato.

Eccoci infine di fronte al nuovo Dylan, al nuovo Springsteen, al nuovo modo di rappresentare l’ansia del viaggio, della fuga, del pentimento e della redenzione che questi poveri ragazzi americani non smettono mai di perseguire, con costanza e perfezione.

Eddie Vedder è il tipo giusto per dare suono alla meravigliosa storia di Chris McCandless, così come narrata prima da Jon Krakauer e poi da Sean Penn in un film che resterà nel nostro cuore molto a lungo.

La chitarra è asciutta e ferma, a sostenere la voce di un uomo che incarna ogni senso dell’epica trascritta, attraverso un’immaginazione ferma e responsabile, in immagini che si insinuano nel nostro cosciente, come in una memoria personale.

La noia dell’ottimismo a tutti i costi ha segnato la mia vita, deformandola in una sorta di alienazione che, per quanto in sè gioiosa e goduta, mi rende difficle partecipare al moto delle cose in atto nel mondo politico, ma anche ideologico e letterale, senza una sorta di pesante fastidio.

Perciò il giovane McCandless che, pur per nulla reietto o stomacato, si allontana sulla via del mondo selvaggio e naturale che lo porta, incrementalmente, ad entrare in una dimensione speciale, mi stimola e mi incoraggia. Così Vedder, l’atletico sostenitore del mito rock americano, mi intriga e mi stupisce, familiare bardo di una gioventù perduta.

L’assunto principale a motivare questo lavoro è: presentare completamente il modo di lavoro di un artista nel suo ambiente, dall’artista stesso, che usa come contesto il particolare lavoro che in un momento preciso sta compiendo, insieme ai suoi colleghi, con completezza di errori ed omissioni.

Può sembrare un po’ banale ma qui vi assicuro: non lo è. Conta molto il fatto che Daniel Lanois, l’autore, produttore ed ora editore, sia una star di prima grandezza nel nostro gioco favorito. Conta la presenza di colleghi come Bono e Brian Eno, ma anche di Brian Blade e Garth Hudson, di Emmylou Harris e Willie Nelson, di Darryl Johnson e Anton Corbijn, che completano, arrotondandola per il nostro speciale piacere, questa formidabile opera.

Quello che ci ha insegnato Daniel Lanois, oltre a quel che Brian Eno ci fece e ci fa ancora vedere, è che possiamo cominciare qualcosa qui ora, con i mezzi che abbiamo, con l’esperienza e l’intelligenza che abbiamo, perchè sappiamo poco tutti quanti di quale sia il giusto modo di fare le cose. Perchè sappiamo poco del nostro spazio ma anche del nostro tempo. Tutto andrebbe investigato a modo nostro, senza ascoltare troppo ciò che si dice.

Il generale aspetto da film familiare, sgranato e vagamente inconsistente, aggiunge anzichè togliere, a causa del progressivo affermarsi di un sentimento che è familiare e che fa sembrare l’ambiente di lavoro molto simile al nostro, con la differenza di dettagli abbastanza insignificanti.

Credo che l’affermazione di pretesto possa essere sostenuta molto fortemente, credo che la generosità palpabile qui rappresentata sia l’indice, l’unico autentico indice, del successo ottenuto da questa gente che, slegata da categorie mercantili trite e convenzionali, ha dimostrato che il mercato può essere determinato dalla qualità, non solo di mezzi e metodi, ma anche di impegno ed intelligenza.