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Il mistero della musica qui risuonante è il mistero dell’illusionismo predatorio del vecchio impero. Queste macchinazioni pseudo reggae possiedono un che di alieno ed extra temporale, anche a seguire le indicazioni fornite da Can, la banda pseudo rock teutonica, che così tanto ha deformato il flusso della musica per musicisti vent’anni prima.

 Non è difficile rappresentare il falso in studio di registrazione. Il decennio precedente a questo disco è stato quello in cui la celebrazione del campionamento illecito come tecnica compositiva è stato ratificato e legalizzato. Jah Wobble, il capobanda in gioco, ha intessuto una rete di relazioni importanti a partire dal celebrato Johnny Rotten, fino a The Edge senza affatto schivare lo stesso Holger Czukay. Da questa rete emerge il suono potente, pulsante ed incantevole di una nuova costruzione.

Lee “scratch” Perry stesso amerebbe essere coinvolto in queste ondate artificiali, che nessuno più di lui, creatore del suono reggae in studio fin dall’inizio, può esserne considerato l’ascendente. Il suono meraviglioso ma ingestibile di Sly e Robbie viene riconfezionato ad uso delle comunità di dervisci rotanti anglosassoni, dalle cui spire emerge una promessa urgente ed importante: il ritmo estatico è tale solo se autentico, ogni simulazione sarà scancellata dalla propria inconsistenza.

Buffo immaginare che dietro la potenza del suono si trovino spesso ideologie che sfiorano il ridicolo. Certo è questo il caso dell’intero pantheon reggae giamaicano, un’autentica truffa congegnata per irretire gli stolti dall’astuto marpione Chris Blackwell. Il riscatto dello stesso suono avviene quindi con nostro grande piacere, essendo, secondo noi, il formato ritmico ideale per la riprogettazione del suono occidentale, oggi.

La somma di talenti, in un supergruppo esoterico, produce spesso la sospensione della ragione oltre che della tonalità. Qui alla cancellazione del criterio discografico di selezione corrisponde una inedita combinazione di fluidi, di gioie e di talenti, com’è sempre più frequente grazie al cielo, fuori dalle correnti del commercio becero.

Che un gruppo come questo, maturo ed evoluto, possa passare incognito invece è l’oggetto di questa meditazione. Ritmiche sottili e voci eteree, come in un giardino edenico, chitarre sinuose e delicatissime intrecciate a violoncelli maschi e penetranti, ce n’è per ogni aroma e profumo. L’identità del risultato è pari alla varietà degli ingredienti, mescolati con grazia.

Ciascuno dei componenti di questa effimera squadra angelica ha una sua vita segreta nei meandri della produzione fonografica. Facile che salti alle orecchie l’archetto magnetico di Bill Nelson, le celestiali tastierine di Roger Eno, il cor anglais e l’oboe di Kate st.John, una biondina per cui molti assalterebbero treni, Laraaji, il mendicante urbano di Manhattan che era un protegé del fratello anziano di Roger.

Ma il tratto essenziale qui riproducibile ha il gusto del giardino d’infanzia, in cui il gusto di suonare insieme si perpetua senza fine, nè mezzo. E’ l’eterno ricominciare che è la condizione, nella migliore delle ipotesi, cui tutti aspiriamo. E’ il motivo che ci fa godere così profondamente ogni attività umana degna di questo nome, in cucina come quando suoniamo, e che ci permette di riparare il passato.

Eccoci infine di fronte al nuovo Dylan, al nuovo Springsteen, al nuovo modo di rappresentare l’ansia del viaggio, della fuga, del pentimento e della redenzione che questi poveri ragazzi americani non smettono mai di perseguire, con costanza e perfezione.

Eddie Vedder è il tipo giusto per dare suono alla meravigliosa storia di Chris McCandless, così come narrata prima da Jon Krakauer e poi da Sean Penn in un film che resterà nel nostro cuore molto a lungo.

La chitarra è asciutta e ferma, a sostenere la voce di un uomo che incarna ogni senso dell’epica trascritta, attraverso un’immaginazione ferma e responsabile, in immagini che si insinuano nel nostro cosciente, come in una memoria personale.

La noia dell’ottimismo a tutti i costi ha segnato la mia vita, deformandola in una sorta di alienazione che, per quanto gioiosa e goduta, mi rende difficle partecipare al moto delle cose in atto nel mondo politico, ma anche ideologico e letterale, senza una sorta di pesante fastidio.

Perciò il giovane McCandless che, pur per nulla reietto o stomacato, si allontana sulla via del mondo selvaggio e naturale che lo porta, incrementalmente, ad entrare in una dimensione speciale, mi stimola e mi incoraggia. Così Vedder, l’atletico sostenitore del mito rock americano, mi intriga e mi stupisce, familiare bardo di una gioventù perduta.

L’assunto principale a motivare questo lavoro è: presentare completamente il modo di lavoro di un artista nel suo ambiente, dall’artista stesso, che usa come contesto il particolare lavoro che in un momento preciso sta compiendo, insieme ai suoi colleghi, con completezza di errori ed omissioni.

Può sembrare un po’ banale ma qui vi assicuro: non lo è. Conta molto il fatto che Daniel Lanois, l’autore, produttore ed ora editore, sia una star di prima grandezza nel nostro gioco favorito. Conta la presenza di colleghi come Bono e Brian Eno, ma anche di Brian Blade e Garth Hudson, di Emmylou Harris e Willie Nelson, di Darry Johnson e Anton Corbijn, che completano, arrotondandola per il nostro speciale piacere, questa formidabile opera.

Quello che ci ha insegnato Daniel Lanois, oltre a quel che Brian Eno ci fece e ci fa ancora vedere, è che possiamo cominciare qualcosa qui ora, con i mezzi che abbiamo, con l’esperienza e l’intelligenza che abbiamo, perchè sappiamo poco tutti quanti di quale sia il giusto modo di fare le cose. Perchè sappiamo poco del nostro spazio ma anche del nostro tempo. Tutto andrebbe investigato a modo nostro, senza ascoltare troppo ciò che si dice.

Il generale aspetto da film familiare, sgranato e vagamente inconsistente, aggiunge anzichè togliere, a causa del progressivo affermarsi di un sentimento che è familiare e che fa sembrare l’ambiente di lavoro molto simile al nostro, con la differenza di dettagli abbastanza insignificanti.

Credo che l’affermazione di pretesto possa essere sostenuta molto fortemente, credo che la generosità palpabile qui rappresentata sia l’indice, l’unico autentico indice, del successo ottenuto da questa gente, che slegata da categorie mercantili trite e convenzionali, ha dimostrato che il mercato può essere determinato dalla qualità, non solo di mezzi e metodi, ma anche di impegno ed intelligenza.

Nell’affrontare i modi e gli stilemi che così nettamente definiscono un’atmosfera, e che così lontano mi portano a volte dalle questioni musicali più propriamente compositive, mi ricordo che il tratteggio essenziale per costruire un mondo a parte spesso è ridotto alla scrittura di una sola canzone, sufficiente in sè a portarci altrove, su due piedi, senza complicazioni.

Questo è certamente il caso di On the Beach, la breve strutturina omnicomprensiva che qui da il titolo all’intera raccolta, un gioiello atmosferico di intensità indimenticabile e portanza sonora inestinguibile. Quasi privo di una vera e propria produzione, di un contesto sonoro cioè che ponga nella giusta dimensione l’operato strumentale in oggetto. Privo anche di qualunque velleità di arrangiamento suadente e magari pretenzioso così tipico all’epoca, questo disco è esemplare.

Il nostro amato eroe, ora come allora, è un cantante ed un musicista al di sopra di qualunque sospetto, qui sostenuto da una squadretta di figure mitologiche, i cui limiti non hanno niente a che vedere con l’essenza musicale. Ma quel che ci importa, prendiamo l’occasione per rimarcarlo, è che sia una dei migliori autori di canzoni che la storia della musica occidentale moderna ricordi. Tale e tanta è la qualità in gioco che ho pensato finora che fosse inopportuno occuparmene in mezzo a questa specialissima teoria che vado descrivendo.

La riflessione di un ricco hippy sulle condizioni gravi in cui ci si viene a trovare quando un successo inaspettato ci coglie, è rilevante ed insolita. Ma è inoltre la capacità di cogliere i sentimenti più sottili e sfuggenti, con la giusta qualità di sprezzatura per il successo stesso, ciò che rende questo rustico canadese insostituibile. Non ci sono dubbi sulla grana del suo sentire, non c’è confusione nel suo dire, nè perplessità da parte nostra nel provare autentico dolore e compassione. Queste sono le condizioni che la produzione di un disco deve poter raggiungere.

L’inquietudine sinistra, che il folle approccio retro-future di Bill Nelson genera, è compensata totalmente dall’alto grado di musicalità di cui il nostro è portatore. Di solida antica scuola glam, britannica e nostalgica, il suono di queste luccicanti chitarre è quello che il rock’n'roll avrebbe dovuto avere, se la sua formidabile innocenza avesse superato i limiti del 1956.

L’ostinata indipendenza mercantile di questo anziano appassionato di radiofonia ci procura brividi solastalgici, che ci portano a riconsiderare i nostri sogni adolescenziali come niente affatto superati. Molte di queste sciocchezze ritmiche dense di autentica passione hanno riempito le aule di apprendistato dei rocher degli anni ottanta, influenzando con composizioni esemplari per musicisti sofisticati ogni possibile estetica.

Anche la produzione sonora è originale e stimolante, dal punto di vista economico e gestionale oltre che da quello sonoro e musicale. I mezzi minimi non sono una semplice opzione per il roch, ogni magniloquenza dovrebbe essere bandita dalle sale in cui questa musica sbilenca prende forma. Ciò che di ammirevole c’è stato nella genesi della musica roch, oltre alla deliziosa incompetenza, è la estatica povertà di mezzi e attese, infatti.

C’era una promessa, quando questo disco uscì, contenuta ma ferma, perfino illuminata dalle condizioni del tempo: che in cinquant’anni l’Europa avrebbe compreso che le proprie condizioni non erano più adatte alla vita com’era stata nei cinquant’anni precedenti. Che avremmo avuto bisogno di più Africa.

Africa è tutto quello che la musica classica, l’aritmetica, gli scacchi non riescono ad essere. I nostri mondi parcellizzati, discontinui ed esclusivi, fondati su gerarchie rigide e vecchio stile, su file e ranghi ed ogni altro livello di controllo, incastrati in una forma che è priva di capacità improvvisativa o empirica, soffrono di mancanza d’Africa.

Il miracolo avviene quando le forme vernacolari autentiche possono misurarsi con la musica africana: ciò che sottende a quel di cui qui si parla e si intende è fondamentalmente africano, in quanto suono slegato dall’orologio comune. Questa misura di indipendenza e di interdipendenza, che può fornire motivi ad una democrazia più autentica e praticabile, è tipica delle forme ritmiche del West Africa. 

L’intera rete globale potrebbe essere la somma, nel miglior scenario possibile, di computers (nerds, geeks ed altri fenomeni antropologici bianchi ed occidentali) e Africa, chè i primi, senza lo spirito implicito nella seconda, sono soltanto rappresentazioni trascurabili dei processi più square. La speranza di una logica più fuzzy, di una temperanza rilassata e gioiosa risiede in Africa. In Brasile forse.