Difficile comprendere il lavoro di Paki Zennaro in una sola veduta panoramica. Tale e tanta è la sua disponibilità all’ascolto, alla intelligenza locale, che ciascuno dei suoi lavori sembra provvisorio, anche quando racchiuso in queste cornici definitive, nei rari e distillati supporti agibili da tutti. La sua è una affermazione ex tempore, sempre, una dichiarazione che trascende qualunque modello espositivo e vano cui noialtri si sia abituati. In una nuvola soffusa di precisione e bellezza quest’uomo forte e sicuro appare, confondendoci eppure illuminando la scena.

Sulle mappe distese davanti a me, che riguardano i nuovi territori alle spalle delle rovine industriali, galleggia sempre una sottile nebbia. E’ una coltre che rende i contorni sfumati, le strade interrotte, la topografia incerta. Ciascuno di noi compie uno sforzo importante a percorrere il luogo in cui non siamo mai stati, la nostalgia ci spinge, nell’incessante tentativo di farcene una ragione. Su codesti terreni vale poco l’esperienza, una volta constatata la catastrofe. Nessuna roccia pare al suo posto, come appena spostata dal fato, come in transito su una rotta ignota.

Solo il suono si trova davvero a suo agio, quando privo di terreno conosciuto. Sono chitarre imperfette, corde mutanti e accampate su legni indefiniti, quelle che Paki magistralmente ammaestra. Ne guida il fluire come a capo di un caravanserraglio al cui interno ciascuno ignora l’identità dell’altro. Solo alla destinazione, semmai ce ne fosse una, il mistero sarà rivelato, ogni segreto congegno troverà luogo ed espressione intera. Ma il percorso qui compiuto sembra avvolgersi su sè stesso, in volute ampie ed aperte che si perpetuano nella luce diafana.

Il destino di queste composizioni luccicanti e mobili è quello che la musica di ogni futuro avrà: memorie ancestrali che si istalleranno nella mente primitiva, che prenderanno il posto della nostra fame atavica, del nostro inconsulto desiderio di accumulo. Perchè di questo ci si occupa qui, della danza interiore che muta la nostra natura più profonda, facendo di noi strutture energetiche più sottili e celesti, più ferme e disponibili alla speranza. E’ il suono della terra che evolve, questo, nutrito dall’aria e dal sole verso una migliore consapevolezza del corpo e della mente umana. Io, per me, mi ci affido senza riserve.