Archiviazioni mensili: Maggio 2008

Beauty is the reflection of the appearance of truth.
Better to seek truth than the reflection of its appearance.
But better to seek beauty than nothing.
Robert Fripp

Quella improvvisativa non è una solo attitudine formale. E’ invece (deve essere) una profonda meditazione sul tempo, sulla nostra posizione nel tempo, su quella parte di noi che non è affatto soggetta al tempo, quindi. La costruzione di una esperienza ex tempore, la definizione di una intelligenza appropriata a questa esperienza, la scoperta, infine, di una qualunque realtà astratta da un particolare spazio o tempo, sono le condizioni a cui un cercatore in buona fede aspira.

Il modo funzionale improvvisativo è fondato sul senso di una presenza piuttosto estrema. La tecnica del rilassamento fisico, intellettivo ed emotivo, correttamente praticata abbastanza a lungo, questo produce: una presenza calma ed attenta. L’apertura che consegue a questa presenza autentica è sconvolgente in effetti: la pratica necessaria avviene nel tempo soprattutto per questo, occorre adattarsi progressivamente a nuove funzioni sensitive.

La struttura fisica dell’ambiente in cui la nostra nuova presenza si realizza è mutata: diventa soggetto di una visione estesa, di una coscienza alterata, di una nuova e magnifica osservazione, spaventosa quanto liberatoria. Non siamo soli in questo nuovo ambiente: siamo a contatto con la parte del nostro essere che si trova fuori dalla storia, fuori dalla civiltà e dai modi peculiari della nostra epoca, quelli che ci distinguevano e ci separavano. Forse ora siamo un Uomo Solo insieme a tutti i presenti.

Scopo dell’improvvisazione è rendere visibili le cose come stanno, prima di tutto a sé stessi. Se il suono improvviso, non congegnato né premeditato, è fonte di energia, allora è luce quella che viene introdotta, nel luogo, nella mente degli ascoltatori, nel mondo. Se ciò procurasse un dolore eccessivo, perchè una mente non allenata soffre facilmente troppo, allora avremmo infine qualcosa di vero per cui soffrire. Il mondo è quello che è, non quello di cui fantastichiamo.

Gli strumenti dell’improvvisatore sono: la calistenia, il rilassamento consapevole, la divisione dell’attenzione. Un repertorio organico, uno strumento musicale di ottima qualità, la familiarità con i modi e le scale più opportuni rispetto alla propria natura, un vocabolario esteso, l’affiatamento con i propri compagni di viaggio sono secondari, per quanto possano rendere molto più facile la difficilissima vita dell’improvvisatore.

Le necessità che ci portano all’uso dell’improvvisazione sono poco note. Quando per esempio intendiamo spostarci da un luogo ad un altro, dovremmo sapere in quale luogo siamo, inoltre solo quando sappiamo dove intendiamo andare le indicazioni sono utili. L’improvvisazione è il modo di fare le cose che ci permette di slegarci dalle convenzioni inattuali, dai metodi obsoleti, dai linguaggi usuali, perchè è difficile sopravvalutare il potere dell’abitudine.

La Maestria, in musica, è indicativa di un certo grado di competenza che non coincide affatto con il Genio. Il Genio si impone al musicista, lo trascende e lo determina, adoperandolo come uno strumento: la Maestria è l’architettura che un musicista si deve dare per reggere l’urto di tale invasione. La Maestria può contenere il Genio che viene a possedere il malcapitato. E’ il prodotto di un mestiere esercitato con candore e disciplina, è il segno dell’innocenza.

Un Musicista è tale perchè sa improvvisare. Cosa che non significa affatto ondeggiare su di una qualche struttura arbitraria che scegliamo di assecondare. Improvvisare significa aprirsi al genius loci, adattarsi alla necessità che si presenta nel momento in una forma nuovissima ed inenarrabile se non con gli strumenti poetici, appunto, della musica. Tale forma si presenta ex nihilo, senza preparazione o presentazione. Ai Maestri il compito di rappresentarla.

Improvvisare è sentire la prossima nota nel momento in cui si è compiuta quella precedente. Significa rinunciare a modelli e convenzioni, non soltanto seguire un onda prevedibile. Improvvisare significa ascoltare e sentire il suono del luogo, dei propri compagni di palco, significa anche sentire il suono degli ascoltatori, che risuonano con il luogo e con l’azione del palco. Per improvvisare occorre ascoltare aldilà di sé stessi, delle proprie abitudini ed usi.

L’attitudine mistica impone una apertura che solo un linguaggio astratto dal corso della storia e dal mondo rende possibile. La stupefacente poesia islamica medievale, tratto favorito da filosofi e matematici, ha reso possibile che intuizioni profonde ed utilissime attraversassero i secoli, leggibili e comprensibili per chi sappia leggere.

L’opportunità che Nusrat Fateh Ali Khan ci ha dato, attraversando lo spazio che noi abitiamo, offrendoci una meditazione cantata che possa avere luogo davanti ai nostri stessi occhi, e orecchie, non ha precedenti nell’età moderna, in occidente. Non certo per il pubblico ampissimo aperto ora al suono del mondo, incantato e svuotato dalla presenza di una azione mistica familiare.

I temi melodici, preparati lentamente da una improvvisazione di gruppo, non sono nel canto qawwali affermazioni esplicite, ma procure estatiche piuttosto, evoluzioni alla ricerca dell’espressione massima, estrema, un offertorio sacrificale per chi ha orecchie utili ad intendere. Per tutti noialtri è la rappresentazione di uno stato della natura e della cultura umana inarrivabile.

Ascoltare Ustad Nusrat Fateh Ali Khan in persona è stato un onore che ci ha permesso di intuire la grandezza di un popolo fra i più malintesi e maltrattati del mondo. Nessun musicista che lo abbia incontrato è rimasto insensibile, Peter Gabriel, Eddie Vedder, Bruce Springsteen (con cui Asif Ali Khan ha cantato in luogo del defunto maestro in “worlds apart”) vanno ascoltati anche nella luce di questa esperienza.

La musica per il cinema si svolge in una dimensione sognante per definizione, pure se il film sognante non è, pure se viene composta in qualche modo prima del montaggio. Lo è in modo speciale se il regista è un folle ammiratore del compositore, come è il caso di tanti film di Sergio Leone ed Ennio Morricone, Federico Fellini e Nino Rota, oppure Walter Hill e Ry Cooder.

Questo è (molto evidentemente) un caso del genere. Montare un racconto adoperando un ritmo musicale amatissimo rende le cose astratte e molto praticabili insieme, e contribuisce a rendere terrestre un film molto astratto, o viceversa. Inoltre la dimensione rarefatta del racconto visivo (così come musicale) è esempio di perfetta sincronizzazione.

La qualità principale di questa musica non è cinematica, non suggerisce azione e trama, quanto piuttosto sospensione e atmosfera. La scrittura non narrativa di cui il cinema avrebbe molto bisogno, insieme a suggestioni luministiche ed enigmi codificati, trova sostegno e conforto in codeste forme compositive, come il dry vermouth nel gin.

Maestri sono questi due marginali lontanissimi da qualunque star system, e possono godersi un lento fluire mentre si svolge nelle loro mani. Molto grato è il fortunato regista che trova inspirazione anzichè complicazioni. Questa comunanza d’intenti, che ha dato luogo a lavori cinematografici in cui gli elementi sono inscindibili, è forse la condizione necessaria per la nostra commozione.