Archiviazioni mensili: Aprile 2008

Che la tecnologia radiofonica fosse una struttura di composizione completa ed autoportante l’aveva realizzato Cage negli anni cinquanta, molto prima che qualunque questione emergesse. L’intuizione che il contesto uditivo, anche e soprattutto tecnologico, fosse determinante quanto e più della stessa struttura stilistica a monte, poteva emergere già allora, e così avvenne.

Tutto combacia nelle realizzazioni pop, tanto incoscienti ed incompetenti quanto utili e determinanti. Orb è la stessa combinazione sognante che ha retto per un po’ la cospirazione chill out dei primi novanta ultimi scorsi. Emersi dall’ambiente nobile e raffinato della EG records, hanno sempre avuto una connessione forte con le menti altolocate presenti negli stessi uffici.

Qui, sfolgorante e discreta come la tecnologia radiofonica stessa, prende corpo una composizione pulsante ed autorevole, spazio quasi ideale per lasciar andare flussi sempre meno che perentori. Chè l’alea imprescindibile che si respira in queste soffici evoluzioni ha finalmente la dignità che le spetta. Manca forse la semplificazione che il pop di massa impone, di cui godiamo l’assenza, in effetti.

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La somma di talenti, in un supergruppo esoterico, produce spesso la sospensione della ragione oltre che della tonalità. Qui alla cancellazione del criterio discografico di selezione corrisponde una inedita combinazione di fluidi, di gioie e di talenti, com’è sempre più frequente grazie al cielo, fuori dalle correnti del commercio becero.

Che un gruppo come questo, maturo ed evoluto, possa passare incognito invece è l’oggetto di questa meditazione. Ritmiche sottili e voci eteree, come in un giardino edenico, chitarre sinuose e delicatissime intrecciate a violoncelli maschi e penetranti, ce n’è per ogni aroma e profumo. L’identità del risultato è pari alla varietà degli ingredienti, mescolati con grazia.

Ciascuno dei componenti di questa effimera squadra angelica ha una sua vita segreta nei meandri della produzione fonografica. Facile che salti alle orecchie l’archetto magnetico di Bill Nelson, le celestiali tastierine di Roger Eno, il cor anglais e l’oboe di Kate st.John, una biondina per cui molti assalterebbero treni, Laraaji, il mendicante urbano di Manhattan che era un protegé del fratello anziano di Roger.

Ma il tratto essenziale qui riproducibile ha il gusto del giardino d’infanzia, in cui il gusto di suonare insieme si perpetua senza fine, nè mezzo. E’ l’eterno ricominciare che è la condizione, nella migliore delle ipotesi, cui tutti aspiriamo. E’ il motivo che ci fa godere così profondamente ogni attività umana degna di questo nome, in cucina come quando suoniamo, e che ci permette di riparare il passato.

The sum of talents in an esoteric supergroup often produces the suspension of reason, or even tonality. Here, erasing the standard record selection criterion is an unusual combination of fluids, of joys and talents, more and more frequent thank goodness, outside the currents of trade.

That a group like this, mature and developed, can go incognito is the subject of this meditation. Delicate rhythms and ethereal voices, as in a garden of Eden, sinuous and airy guitars intertwined with manly and penetrating cellos, there is something for every flavor and aroma. The identity of the result is equal to the variety of ingredients, mixed with grace.

Each of the components of this ephemeral angelic team has a secret life of production maze in Sound Recording. Gladly jumps to the ears the magnetic bow of Bill Nelson, the heavenly pad of Roger Eno, the cor anglais and the oboe of Kate St.John, a Blonde for which many would assault a train, Laraaji, the Mystical beggar, urban Manhattanite who was a protégé of the elder brother of Roger.

But the essential play here has the flavor of kindergarten, where the sheer joy of playing together is perpetuated without end, neither means. It’s the eternal beginning that is a condition, at best, which we all aspire. It’s the reason that makes us so deeply enjoy all human activity worthy of the name, as in the kitchen as when we play, and that allows us to repair the past.