Archiviazioni mensili: Marzo 2008

Sono sempre un po’ disorientato quando scopro quanto sono trascurati i nostri, in questo caso sono un po’ supponente forse, compositori migliori. Questo splendido lavoro girato in strada, in sala, nello studio privato di Steve Reich a Manhattan sarebbe sufficiente ad incuriosire anche il più resistente degli ascoltatori casuali. Non mi voglio certo spiegare tutto con la solita scusa della mancanza di educazione musicale: quale educazione potrebbe esserci, infatti, migliore di quella resa possibile da queste pubblicazioni che qui mi ingegno ad indicare?

Le parole di un compositore, dette e sostenute con la propria faccia, non servono a giustificare la propria opera, e nemmeno a spiegarla, servono a testimoniare l’accuratezza della sua consapevolezza pubblica, del suo saper stare al mondo, del suo comprendere e amare i suoi ascoltatori, che vogliono saper tutto dell’oggetto amato.

Non manca nulla nelle composizioni di Steve Reich, la loro integrità è assoluta, luminosa, trasparente, specie se ci si prende la briga di assumere un po’ di informazioni, anche tecniche, specie se si viene esposti ad esecuzioni così accurate e certificate. Nel caso particolare del nostro autore mi sono già speso altrove per illustrare ciò che ho visto; pur essendo io ascoltatore dedicato e fedele, oltre che anziano, del suo lavoro, ancora sono sempre stupito ed impressionato da una qualità compositiva di cui nessun’altro riesce a mettersi all’altezza.

Per me ci dovrebbe essere una collana, da qualche parte, che riunisca i processi di immaginazione e realizzazione di cotante sonate: vorrei un documentario anche su Bela Bartok che raccoglie canzoni popolari tra i contadini, su Stravinskij che annota le modulazioni dei traghettatori sul Volga, vorrei entrare per un’ora a San Tommaso a Lipsia ad osservare Bach che mette insieme la Passione di San Matteo. In questa collana questo lavoro ci starebbe a pieno titolo.

Ora, forse si deve ricordare, senza cappello, il meraviglioso film dei Coen “O Brother, Where Art Thou?“, che ci ha restituito, senza alcuna sbavatura nostalgica, il motivo per cui l’idea stessa di “America” trova sempre un cantuccio nei nostri cuori di vecchi centroeuropei cinici e assenti.

America è il luogo terrestre in cui i nostri fratelli poveri di spirito, reietti e perseguitati da carestie e follie imperialistiche hanno sempre trovato rifugio, venendo a sostituire altri nell’incarnazione del Vero Americano, sempre e soltanto l’ultimo arrivato. Un tanto per chiarire una volta per tutte.

Qui ci troviamo al Ryman theatre, tempio di un’epoca passata, casa del Grand Ole Opry, il circolo del sentire retrogrado et consolatorio dei vecchi rottami della musica country. Siamo al centro di un mondo intero, in cui i protagonisti si muovono come anziani residuati da tempi migliori, chè nessuno riesce a fermarli. Le premesse sono al contempo folli e ridicole, non ci fossero gli stessi Coen in platea, non ci fosse Billy Bob Thornton tra il pubblico, Holly Hunter a presentare, deliziosamente spiritosa, il “dress down friday” che sta per cominciare. Siamo comunque dubbiosi e diffidenti.

Poi i Fairfield Four ci permettono di rilassarci, Alan Lomax sigilla in absentia, appare la giovane Alison Krauss, magicamente nuova, poi Emmylou Harris noto punto debole della mia ferrea integrità, ed appare la vera natura dell’evento. Punto focale il pezzo preferito dei miei bambini, “In the highway” di Mother Maybelle Carter, cantata dalle piccole Leah, Sarah e Hannah Peasall, davanti al quale rinuncio alle mie abitudini di ordinato recensore.

Quello cui voglio arrivare è Ralph Stanley, cantore solitario che viene davvero da un’altra epoca, più o meno quella illustrata magistralmente da Robert Altman in A Prairie Home Companion e che è rilevantissima per noialtri qui riuniti perchè densa di sentimenti, oltre che di argomenti, d’ambiance d’antan, in un altrove mitico e forse solo immaginario. L’apparizione di quest’uomo, che da solo determina un’atmosfera, giustifica l’intero post, probabilmente inutile e vanesio.

Lo confesso: Robbie Robertson per me non è la solita star che ammiro in relazione ad uno speciale contesto storico di pur ampia rilevanza, non è solo il genio matematico da tutti indicato come pilastro della grande tradizione immaginaria americana. E’ invece l’esempio più eclatante, più solido ed autorevole della forza di ogni struttura profonda, che muove e respira dietro alle innovazioni creative, sostenendole.

Capo della Band, responsabile di una portanza sonora ancora inconprensibilmente negletta, che resse e giustificò Bob Dylan nella prima coraggiosa avventura impopolare che egli intraprese; vecchio lupo di una generazione culturale oggetto di esclusione ed emarginazione molto prima che eroe di facili esiti commerciali, l’ammirazione che suscita il suo nome negli elevati circoli della Greater Americana, la musica antica più autentica e profonda negli Stati Uniti, appare qui come l’icona meglio presentabile di un intero modo di vivere. 

Nella costruzione del suono di respiro cosmico che ha riempito il nostro pantheon, pochi sono gli alfieri principali: se Smokey Robinson ha piantato il seme fondamentale del formato pop, se John Lennon ne ha fissato coordinate e moduli, Robbie Robertson ha cristallizzato il suono della chitarra elettrica universale, principale contributo timbrico alla rifinitura continua di ogni qualsiasi epoca sonora contemporanea.

In questo montato, storicamente corretto e merceologicamente indipendente, fiorisce il senso del documentario di cui abbiamo bisogno: quello che lascia lo spazio alla realtà vera dei musicisti che inseguono il sogno di un insieme orchestrale organico e pulsante. Quel racconto, realista e onirico insieme, che può sostenere il nostro illimitato bisogno di ricostruire, ogni singolo giorno, i nostri motivi per godere della vita com’è.