Archiviazioni mensili: Marzo 2008

Il World Soundscape Project, pretesto e contesto in cui questo libro si è sviluppato, fu di gran lunga la prima impresa di raccolta di un catalogo sonoro, non soltanto musicale quindi, affrontata con un serio intento di comprensione. Il progetto consisteva di una ripresa organica, a seguire una convenzione tecnica e auditiva quindi, di paesaggi sonori autentici e non artefatti in un area la più ampia possibile. 

La storia e la teoria del paesaggio visivo erano certamente ben note molto prima che si potesse immaginare un paesaggio sonoro in qualche modo cristallizzato. Vennero quindi, prima di immaginarne altre, adoperate alcune consuetudini mutuate dal processo visivo. 

Dall’esperienza di attenzione e ascolto molte nuove prospettive emersero. Un paesaggio sonoro è, come in pittura, definito quando manca un oggetto centrale stabile a definire l’immagine. Il soggetto infatti, insieme ad altri dispositivi di controllo dell’attenzione dell’osservatore, si prende normalmente l’intera attenzione cosciente. Quando questo soggetto viene scancellato una nuova immagine ci si presenta: lo sfondo, indefinitamente complesso e sfuggente e transitorio, diviene esso stesso soggetto, un soggetto molto nuovo e stimolante in effetti.

La consapevolezza del paesaggio sonoro come oggetto di interesse documentario è legata naturalmente alle tecnologie di ripresa portatili e leggere, ma la nozione per così dire antropologica di un contesto sonoro, legato al momento preciso della ripresa e destinato ad esistere nel tempo solo nei documenti, emerse qui. La nuova coscienza, rinforzata dagli ascolti ripetuti fuori dal contesto originale, diede luogo ben presto alle conseguenze musicali che qui abbiamo sempre esaminato. 

Cosa succede alla musica, la più eterea delle arti, quando essa diventa un semplice comfort?

Molte sono le indicazioni di ricerca in questo delizioso libretto uscito a proposito vent’anni fa. Il modo piuttosto inedito di raccontare la storia di una aberrazione che ci ha cambiato il mondo: la distribuzione su disco di registrazioni compiute di fronte ad orecchie professionali, nell’ombra di uno studio fonografico.

La reificazione della musica, processo totalmente commerciale privo di qualunque velleità filosofica e pure culturale, ha finito per rappresentare l’innovazione più profonda, non solo per gli ascoltatori ma anche per compositori ed esecutori. Lo studio di registrazione, la formazione di professionisti dell’arrangiamento, della tecnica ed infine degli esecutori stessi, oltre alle strategie di distribuzione che hanno superato un gran numero di crisi e mutazioni del gusto, è il luogo in cui nel XX secolo la musica si è prodotta.

Il racconto di Eisenberg è il racconto di molte, differenti passioni, dai collezionisti consumati ai melomani onanisti, dai lupi del commercio alle più sofisticate attitudini all’ascolto puro, ci si trova avvolti in un mondo familiare mai così ben compreso. Ed è una sorprendente gioia sentir parlare delle questioni più sfacciatamente mercantili con tale lievità e consuetudine.

Questo libro di incantevole lettura ha anche altre qualità: mai la narrazione colta e raffinata cade nella tentazione di essere elitaria ed esclusiva, mai si trascende la passione comune che unisce autore e lettori, mai si tradisce la convenzione di linguaggio e di percezione comune. Non so se si possa immaginare una appassionata consapevole competenza, in termini di fonografia, ma questo esempio vale per tutti.

In una teoria ecologica la percezione ed il significato sono strettamente correlati. Quando percepiamo ciò che ci sta intorno tentiamo di spiegarci, e di adattarci, a ciò che succede. In questo senso siamo impegnati con il significato degli eventi nel nostro ambiente. Avvertire un suono e riconoscere ciò che è (l’arrivo di un’automobile per esempio) è comprendere il suo significato percettivo, cosa che ci porta ad un’azione corrispondente.

Tale modo di intendere, fermamente legato a percezione ed azione, è in qualche modo differente dalle molte visioni del significato musicale che sono state proposte dalla filosofia estetica, dalla fenomenologia, dalla semiotica, dall’ermeneutica e dalle teorie sociali. Per quanto ci si riconduca sempre all’esperienza dell’udire suoni musicali, nessuna di queste discipline è interessata principalmente a spiegare come avvenga l’esperienza.

L’ascolto occupa una posizione centrale in questo libro, basandosi sulla proposizione che l’esperienza del significato musicale è fondamentalmente, per quanto non esclusivamente, una esperienza percettiva. Oltre a questo, l’idea che il mondo sia un ambiente altamente strutturato e soggetto alle forze della natura (gravità, illuminazione, crescita organica, l’azione di acqua e vento) ed al profondo impatto degli esseri umani e delle loro culture, rimane una guida.

La percezione è un processo di auto accordatura, nel quale la ricezione di informazioni ambientali è intrinsicamente rinforzante, così che il sistema si auto aggiusta in modo tale da ottimizzare la propria risonanza con l’ambiente stesso. Se la teoria ecologica fosse solo la pretesa che gli organismi risuonino con le informazioni ambientali, la percezione altro non sarebbe che la magica affinità fra un ambiente perfettamente strutturato ed un percettore miracolosamente dotato e adattato.

Quello che a Clarke interessa invece è la relazione fra percezione ed azione, l’adattamento e l’apprendimento percettivo. Quando esploriamo il mondo lo facciamo attivamente, la percezione è un processo attivo ed esplorativo e consiste di investigare le fonti di stimolo allo scopo di scoprire meglio l’ambiente. La risonanza non è passiva: essa è l’impegno investigativo, attivo, di un organismo percettivo nel proprio ambiente. In contesti estetici diversi dal nostro questa partecipazione è incoraggiata.

Sono sempre un po’ disorientato quando scopro quanto sono trascurati i nostri, in questo caso sono un po’ supponente forse, compositori migliori. Questo splendido lavoro girato in strada, in sala, nello studio privato di Steve Reich a Manhattan sarebbe sufficiente ad incuriosire anche il più resistente degli ascoltatori casuali. Non mi voglio certo spiegare tutto con la solita scusa della mancanza di educazione musicale: quale educazione potrebbe esserci, infatti, migliore di quella resa possibile da queste pubblicazioni che qui mi ingegno ad indicare?

Le parole di un compositore, dette e sostenute con la propria faccia, non servono a giustificare la propria opera, e nemmeno a spiegarla, servono a testimoniare l’accuratezza della sua consapevolezza pubblica, del suo saper stare al mondo, del suo comprendere e amare i suoi ascoltatori, che vogliono saper tutto dell’oggetto amato.

Non manca nulla nelle composizioni di Steve Reich, la loro integrità è assoluta, luminosa, trasparente, specie se ci si prende la briga di assumere un po’ di informazioni, anche tecniche, specie se si viene esposti ad esecuzioni così accurate e certificate. Nel caso particolare del nostro autore mi sono già speso altrove per illustrare ciò che ho visto; pur essendo io ascoltatore dedicato e fedele, oltre che anziano, del suo lavoro, ancora sono sempre stupito ed impressionato da una qualità compositiva di cui nessun’altro riesce a mettersi all’altezza.

Per me ci dovrebbe essere una collana, da qualche parte, che riunisca i processi di immaginazione e realizzazione di cotante sonate: vorrei un documentario anche su Bela Bartok che raccoglie canzoni popolari tra i contadini, su Stravinskij che annota le modulazioni dei traghettatori sul Volga, vorrei entrare per un’ora a San Tommaso a Lipsia ad osservare Bach che mette insieme la Passione di San Matteo. In questa collana questo lavoro ci starebbe a pieno titolo.

Ora, forse si deve ricordare, senza cappello, il meraviglioso film dei Coen “O Brother, Where Art Thou?“, che ci ha restituito, senza alcuna sbavatura nostalgica, il motivo per cui l’idea stessa di “America” trova sempre un cantuccio nei nostri cuori di vecchi centroeuropei cinici e assenti.

America è il luogo terrestre in cui i nostri fratelli poveri di spirito, reietti e perseguitati da carestie e follie imperialistiche hanno sempre trovato rifugio, venendo a sostituire altri nell’incarnazione del Vero Americano, sempre e soltanto l’ultimo arrivato. Un tanto per chiarire una volta per tutte.

Qui ci troviamo al Ryman theatre, tempio di un’epoca passata, casa del Grand Ole Opry, il circolo del sentire retrogrado et consolatorio dei vecchi rottami della musica country. Siamo al centro di un mondo intero, in cui i protagonisti si muovono come anziani residuati da tempi migliori, chè nessuno riesce a fermarli. Le premesse sono al contempo folli e ridicole, non ci fossero gli stessi Coen in platea, non ci fosse Billy Bob Thornton tra il pubblico, Holly Hunter a presentare, deliziosamente spiritosa, il “dress down friday” che sta per cominciare. Siamo comunque dubbiosi e diffidenti.

Poi i Fairfield Four ci permettono di rilassarci, Alan Lomax sigilla in absentia, appare la giovane Alison Krauss, magicamente nuova, poi Emmylou Harris noto punto debole della mia ferrea integrità, ed appare la vera natura dell’evento. Punto focale il pezzo preferito dei miei bambini, “In the highway” di Mother Maybelle Carter, cantata dalle piccole Leah, Sarah e Hannah Peasall, davanti al quale rinuncio alle mie abitudini di ordinato recensore.

Quello cui voglio arrivare è Ralph Stanley, cantore solitario che viene davvero da un’altra epoca, più o meno quella illustrata magistralmente da Robert Altman in A Prairie Home Companion e che è rilevantissima per noialtri qui riuniti perchè densa di sentimenti, oltre che di argomenti, d’ambiance d’antan, in un altrove mitico e forse solo immaginario. L’apparizione di quest’uomo, che da solo determina un’atmosfera, giustifica l’intero post, probabilmente inutile e vanesio.

Lo confesso: Robbie Robertson per me non è la solita star che ammiro in relazione ad uno speciale contesto storico di pur ampia rilevanza, non è solo il genio matematico da tutti indicato come pilastro della grande tradizione immaginaria americana. E’ invece l’esempio più eclatante, più solido ed autorevole della forza di ogni struttura profonda, che muove e respira dietro alle innovazioni creative, sostenendole.

Capo della Band, responsabile di una portanza sonora ancora inconprensibilmente negletta, che resse e giustificò Bob Dylan nella prima coraggiosa avventura impopolare che egli intraprese; vecchio lupo di una generazione culturale oggetto di esclusione ed emarginazione molto prima che eroe di facili esiti commerciali, l’ammirazione che suscita il suo nome negli elevati circoli della Greater Americana, la musica antica più autentica e profonda negli Stati Uniti, appare qui come l’icona meglio presentabile di un intero modo di vivere. 

Nella costruzione del suono di respiro cosmico che ha riempito il nostro pantheon, pochi sono gli alfieri principali: se Smokey Robinson ha piantato il seme fondamentale del formato pop, se John Lennon ne ha fissato coordinate e moduli, Robbie Robertson ha cristallizzato il suono della chitarra elettrica universale, principale contributo timbrico alla rifinitura continua di ogni qualsiasi epoca sonora contemporanea.

In questo montato, storicamente corretto e merceologicamente indipendente, fiorisce il senso del documentario di cui abbiamo bisogno: quello che lascia lo spazio alla realtà vera dei musicisti che inseguono il sogno di un insieme orchestrale organico e pulsante. Quel racconto, realista e onirico insieme, che può sostenere il nostro illimitato bisogno di ricostruire, ogni singolo giorno, i nostri motivi per godere della vita com’è.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, Björk Guðmundsdóttir, (Rejkiavik, 1965-) ha dimostrato, di fronte all’appositamente riunito comitato di tutte le mie personalità, quanto io non sia niente più che l’insieme dei miei pregiudizi e delle mie fissazioni. Da quando venni esposto, non ho scuse e posso solo essere perdonato, al ciclone provocato dal suo disco di remix e versioni eccentriche (credo si chiamasse Telegraph) ho compiuto solo in parte il recupero necessario. Alcune parti di me sono perdute per sempre.

Dovete ammettere che è un po’ curioso che l’innovazione radicale, l’unica interessante, venga da questa misteriosa terra di lettori voraci, alcolizzati sereni e notti lunghissime. Una veloce revisione dell’attuale significato del termine va affrontata, pure se supportata da una porzione di carne di squalo fermentata accompagnata da generose sorsate di Brännvin, (sto raccogliendo alcuni compari per partire infatti).

Insomma, questa ragazzotta sexy-punk, cui ad occhio non avrei offerto granchè, ha reso comprensibile improvvisamente ogni integralista tipo: la buona musica è uscita solo in vinile, e mi ha fatto sentire (rimediabilmente) vecchio. Immagino sia questo che succede davanti all’innovazione vera: sappiamo davvero di non aver mai visto niente del genere. Purtroppo (notate l’insolito sentimento) nella mia vita accade troppo poco.

Sono dichiaratamente contrario alla pura registrazione di performance da palco, le considero offensivamente riduzioniste e perlopiù misere. Detto questo date un occhiata a cosa ci siamo persi, assistete alla più generosa performance corale immaginabile (solo dopo averla vista) prestate attenzione (come se fosse possibile evitarlo) ai miei amatissimi Matmos impegnati nel maggior esercizio di coolness immaginabile (come sopra). Insomma, accontentatevi, come ho fatto io, del ricordo tecnologico di una singolare performance irripetibile, sconvolgente, immensa.