Archiviazioni mensili: Febbraio 2008

Quando Harold Budd visitò il museo Marino Marini, in piazza San Pancrazio a Firenze, nella chiesa omonima, lo trovo quasi vuoto. L’allestimento era appena cominciato, pure il museo era aperto, e così ebbe modo di godere di un incredibile spazio vuoto, antico, colmo di risonanze eteriche, luci speciali, una autentica dimensione ultraterrena.

Tutto il lavoro di Harold Budd si realizza in questa dimensione, eppure le sue coordinate geografiche, le più amate così come quelle inevitabilmente ancestrali, sono ruvide e ostili, estreme.  Sono spesso queste condizioni estreme, marginali, irrilevanti ai più, che determinano una creatività sottile, mobile, che investiga un mondo potenziale, ancora da venire.

Il luogo in cui Harold Budd, da molti anni, ci conduce, è un mondo deserto, in cui è facile sentirsi inopportuni, e che ci impone un silenzio trascendentale, per quanto denso di vita in fermento. Ogni categoria storica, nel sud ovest degli stati uniti questo è quasi banale, diviene sottile, incongruente, mentre un arcaico e spaventoso senso di sradicamento ci pervade.

Che si possa reagire a tutto questo con una fantasia hollywoodiana e infantile diviene improvvisamente comprensibile, mentre tutto il nostro mondo si trasforma nello stesso deserto. Un’altra possibilità è quella suggerita da questa musica celeste: la polvere che costituisce il mondo che conosciamo può posarsi, mentre una vitalità nuovissima trova il suo posto alla luce.

I destini del Pop, per quanto mi riguarda, sono stati sempre in mano agli ingenui. La relazione fra un cantante più o meno consapevole della propria posizione e ciascun componente del suo pubblico è una relazione pericolosa, ad alto contenuto di dipendenza mutua, una relazione dolcissima insomma. Nella dimensione di un piccolo locale, di una distanza minima fra chi si espone e chi ascolta, finchè la quantità di denaro che si sposta è minima, il Pop (la qualità osservata è qui per esempio) è generato direttamente dal cielo.

Questa ragazza possiede una qualità contemporaneamente consueta e nuovissima: la fede. La sua propria disposizione all’esibizione pubblica è autentica, priva di pretese e di attese, i suoi motivi sono ovviamente un’urgenza sintattica. Ovvio che non ci sia tempo da perdere, ovvia l’economia di mezzi preferiti, ovvia l’assoluta necessità, per noi, di ascoltare con cura.

 La facilità è l’opposto della semplicità. Mai così vero come nella musica Pop, ogni tentazione iperproduttiva è così fuori luogo, inopportuna, falsa. Il candore necessario risplende in ogni sorta di idiosincrasia comunicazionale, l’intima indifferenza ad essere “capiti” sola garantisce la possibilità di farlo davvero.

Ogni attitudine diversa dall’amore puro esclude da una reale esistenza Pop. Ciò che non è puro amore è pubblicità e quella la lasciamo ai folletti del marketing, crudeli creature invidiose dei sottilissimi poteri della voce umana, dell’umana abilità a costruire tessiture sonore che rendono libere, e comunicanti, tutte le anime.

Ce n’est pas tant l’horreur du meurtre qui l’épouvantait: il avait peur du cadavre.
Jean Genet Notre-Dame des Fleurs (1944)

Immergersi nell’orrore, suggeriva Jean Genet, è il modo corretto per sfuggirgli. Una idea abbastanza precisa dell’orrore è un ambiente acustico del quale molte componenti premono in maniera sgradita sulla nostra psiche, ne determinano stato ed umore, fino ad estremi insopportabili.

Per alcuni sicuramente è questo l’effetto delle ossessioni sonore di Trent Reznor, a testimonianza del semplice fatto che la sua abilità a costruire ambienti psichici efficaci ed importanti è molto elevata. Si tratta infatti di una definizione ambientale vera e propria quella di cui si è capaci qui, di un fare realtà effettivo.

E’ un errore pensare che le tecniche di immaginazione, definizione e strutturazione di un ambiente siano limitate ad uno o pochi stili e vocabolari. La realtà di un ambiente psichico, sonoro e musicale, è possibile ogni volta che esso viene popolato, adoperato, tenuto in moto. Ogni tentativo di definizione è lecito nella misura in cui la qualità stilistica è legata ad un sentimento autentico, forte o sottile che esso sia. Un ambiente sonoro ecologicamente sano mira allo sviluppo del sentimento umano, il più vario e sfumato.

La sofisticata capacità di produzione di questi sciamannati comunque è davvero impressionante e seducente. Viene proprio voglia di lasciarsi sprofondare in questa catarsi rovente e bruciante: tanto più vero quanto meno congeniale può apparire l’ambiente. Questa è la condizione ideale in cui ci troviamo quando veniamo a contatto di quello di cui abbiamo davvero bisogno. Una realizzazione esemplare questa, dalla quale non si torna indietro.

E’ un suono ambientato negli outskirts di Tripoli, intorno al 2015, questo di Abrahams, in uno di quei locali che stanno sorgendo in questi giorni ai margini di tutte le inedite, antichissime città del mondo nuovo. Ed è un suono semplice, polverizzato ma consistente, che si fa amare per una speciale dolcezza innocente, e gioiosa.

Della nuova generazione di Enologi, Rachid Taha e Nitin Sawhney soprattutto, si ammira il profumo esotico, così prepotentemente adatto ed erotico. Abrahams sostiene invece una englishness che con una certa meraviglia conforta noialtri spaventati anziani, destinati inevitabilmente a perire in questa intensa e per nulla violenta secessione globale.

La chitarra come sommo strumento popolare torna ad essere rispettata ed amata. Come Brian Eno aveva intuito in tempi differenti: sono ancora i chitarristi quelli più adatti a mantenere la rotta del suono processato, straniato e profumato dai potentissimi trattamenti elettronici che abbiamo a disposizione. Questo giovane qui è particolarmente dotato nel procurarci il senso di una innocenza artistica ed estetica di cui abbiamo sempre più bisogno.

In  una nuova cultura della musica popolare, di quella cioè che intende muovere dal substrato coltissimo e privilegiato maggiormente a contatto col pianeta, il suono delle corde, del particolare tocco che esse impongono e che garantisce una certa purezza d’intento, ci è indispensabile. Questa cultura, flessibile, mobile ed intelligente è in effetti il maggior esempio di impresa sostenibile, in tempi fondamentali per la sopravvivenza di una qualunque razza umana.