Archiviazioni mensili: Dicembre 2007

Non è affatto una meditazione sulla vita e l’opera di Scott Engel, l’uomo che abbandonò una inaccettabile vita da popstar per affrontare ciò che doveva essere fatto invece di ciò che gli veniva chiesto, questa. Questa è una meditazione sulla funzione, sul senso e sul motivo del fare musica innovativa in un qualunque futuro.

E si parla di uomini incomprensibili, troppo complessi e occupati, che del linguaggio melodico si sono fatti strumento, in un processo di definizione della realtà che è in atto. Lontano dalle esigenze del mercato di massa, dalle false comodità di una musica fintamente popolare, in un luogo oscuro che ha bisogno di sforzi continui per essere illuminato.

E’ un po’ buffo sentire David Bowie o Brian Eno parlare di Scott come di un esempio inarrivabile, ma il fatto è che certe scelte di opportunità non sono alla portata di tutti. La testimonianza di disagio e marginalità forzata appare stranamente lucida e promettente oltre che eroica, in una sorta di buon esempio per i disperati.

E’ molto raro poter ascoltare le icone pop che dicono la verità. La televisione è un luogo in cui la verità appare inopportuna, di cattivo gusto, ed è solo in alcuni illuminanti attimi che si può intuire quel che potrebbe essere se non fossimo tutti così drammaticamente manipolabili.

Penso spesso alla purezza come qualità musicale. Non è affatto facile decifrare, nei modi di una persona, la qualità della sua purezza. Certo, oltre alla sua voce, al portamento ed al sorriso, alla grazia delle sue movenze, le mani, lo sguardo, osservarlo mentre suona lo strumento musicale con cui ha condiviso quarant’anni aiuta.

La forza e la grazia coincidono in Bach, a nutrire la fluidità e la necessaria leggerezza occorre una speciale delicatezza che solo gli umani forti ed aggraziati possiedono in qualità sufficiente. In questi sei montaggi, uno di un differente autore per ciascuna delle sonate per solo violoncello, abbiamo modo di osservare Yo-Yo Ma, strumentista cinese nato a Parigi e cresciuto a NY, nell’esibizione di molte sue qualità.

E’ insolito essere esposti alla figura umana di un grande esecutore, eppure questa testimonianza discreta, portata dallo sguardo di autori diversi è imprescindibile per comprendere le necessità che l’esecuzione di Bach, anche se non certo solamente lui, impone. Spesso si considera la tecnica come fondamento dell’esecuzione: qui si può vedere chiaramente che essa è solo una delle necessità, e non la prima. Per rendere udibile la musica in questo mondo occorre appropriarsi di doti che non sono affatto di questo mondo.

Non credo ci sia un modo facile di entrare nello spazio che un musicista occupa quando assume come modo pratico l’improvvisazione. Noialtri pubblico superficiale, e anche quelli di noi che lo sono meno, osservano da fuori, accolgono riflessi, tentano di procedere per esempio. Jarrett vive in una dimensione davvero estranea al contemporaneo modo di sentire dell’uomo di massa. Suo strumento è il suono, la composizione melodica e ritmica ed armonica che riesce a trarre dal suo strumento.

Una normale o forse superiore preparazione accademica, una normale o forse superiore disposizione alla vita, al cibo, alla esistenza domestica, non sono sufficienti per affrontare tale dimensione. In questo breve e stupendo documento, Keith Jarrett, come in una benedizione, tenta di rendere leggibile, percepibile, il suo naturale percorso. Io non ho idea di quale sia la qualità che un regista televisivo deve portare nella sua azione, non so quale livello di comunione ci debba essere fra chi pone le domande focali e un uomo di questo livello di intensità, certo, qui, questa qualità è stata perfettamente usata.

Tentate di abbandonare il modo usuale di ascolto e visione e ponete la migliore attenzione al tono usato, seguite l’azione ed il gesto di quest’uomo il quale genio feroce si trova sempre ad una spanna, a volte dentro l’inquadratura.