Archiviazioni mensili: Dicembre 2007

Curiosamente, la ricerca di una musica americana davvero cosmica, capace cioè di volare al di sopra delle categorie merceologiche, ha prodotto soprattutto una grande quantità di martiri. Tim Buckley  è forse dimenticato da noi, probabilmente incompreso allo stesso modo. Gram Parsons e Jimi Hendrix fra i morti, David Crosby e Robbie Robertson tra i sopravvissuti, tentando di compilare i versetti della nuova scrittura, hanno compreso a spese loro che il pubblico ama i martiri molto più dei profeti.

Lo spazio che questo prodigioso trobadour, dotato della più estensibile e colorata delle voci, ha potuto riempire senza particolari ambizioni nella LA scintillante di fine anni sessanta, era uno spazio magico. Il suono prodotto in quella parte della terra in quei momenti riempie ancora molti spazi, non solo nostalgici. Nessuna particolare sofferenza lo ha distinto nei primi anni, anche grazie ad un certo successo non solo locale, poi la maggiore comprensione, ed informazione, rovinarono tutto.

La sua non fu una cultura limitata: l’accesso al bebop degli anni cinquanta, così come ad ogni musica orchestrale romantica, alla musica elettronica induttrice di trance ebbero l’effetto di arricchire la ricerca di forme espressive le più varie e, nell’orizzonte di casa, le più complete. Il fuoco della musica diffusa sempre più globalmente, procurando l’accesso ad un universo caleidoscopico, scaldò e nutrì una intera generazione raccolta sulle spiagge del pacifico, lo stesso fuoco amministrò il sacrificio dei più incauti. 

Come misurarsi con questi esseri, che sono parte di un’altra dimensione e nel contempo si muovono e camminano in mezzo a noi? In questo lavoro preciso e completo ci sono le istruzioni per farlo. La lingua angelica infatti è quasi completamente praticabile una volta assunta la virtù e l’innocenza necessarie.

Lisa Gerrard è il custode delle chiavi attuale per l’utilizzo sia in ingresso che in uscita delle porte del nostro personale purgatorio. Nessuno desidera questo compito ma grazie al cielo ci sono questi santi, potenti ed incorruttibili. Possiamo volgerci a lei, una volta realizzata la necessaria comprensione e l’inevitabile pentimento, per avere indicazioni sul nostro destino futuro.

Ogni ipotesi di lettura della realtà possiede le proprie difficoltà intrinseche. Ciascuna opzione implica uno speciale percorso di purificazione, di immersione in una sofferenza adatta a ripulire il nostro essere meno intimo e riportarlo sulla retta via. Nella voce di Lisa Gerrard si trova la compassione necessaria per aiutarci nella percezione di ciò che siamo. Nessuno si chiami cantante se privo di questa compassione.

Di fronte a King Crimson sul palco le nostre difese crollano, il cinismo dietro al quale ci nascondiamo cessa di essere una opportunità decente: King Crimson ci commuove. Il semplice quartetto qui rappresentato è l’ultima delle configurazioni incarnate a sostenere il verbo, quella responsabile della produzione di “The power to Believe”, disco che rappresenta una importante inversione rispetto al rude e confuso “The construktion of Light”.

Sono tutto sommato poche le bande rappresentate male su disco come questa. In fondo l’ambiente ordinato delle sale di ripresa giova perlopiù, sia ai novizi che agli anziani, in termini di chiarezza espositiva e forma, anche se non certo in termini di energia e portanza. Questo dischetto serve a compensare gli sfortunati esclusi da un tour denso di meraviglia e splendore.

La ripresa sul palco di qualunque organismo rock non aggiunge nulla e toglie molto di solito, qui non abbiamo scelta: non c’è alternativa meno compromessa, non c’è documento più preciso.  Questi quattro giovanotti, armati fino ai denti e pericolosi, vanno accettati come sono: i più formidabili araldi di qualunque rock music a venire. La loro presenza scenica, estremamente seria e mai solenne, serve da punto di riferimento per orientare in una forma musicale che ha esaurito ogni spinta implicita, che necessita di una infusione vitale improbabile ma potente come questa per essere ancora percepibile. 

Non è affatto una meditazione sulla vita e l’opera di Scott Engel, l’uomo che abbandonò una inaccettabile vita da popstar per affrontare ciò che doveva essere fatto invece di ciò che gli veniva chiesto, questa. Questa è una meditazione sulla funzione, sul senso e sul motivo del fare musica innovativa in un qualunque futuro.

E si parla di uomini incomprensibili, troppo complessi e occupati, che del linguaggio melodico si sono fatti strumento, in un processo di definizione della realtà che è in atto. Lontano dalle esigenze del mercato di massa, dalle false comodità di una musica fintamente popolare, in un luogo oscuro che ha bisogno di sforzi continui per essere illuminato.

E’ un po’ buffo sentire David Bowie o Brian Eno parlare di Scott come di un esempio inarrivabile, ma il fatto è che certe scelte di opportunità non sono alla portata di tutti. La testimonianza di disagio e marginalità forzata appare stranamente lucida e promettente oltre che eroica, in una sorta di buon esempio per i disperati.

E’ molto raro poter ascoltare le icone pop che dicono la verità. La televisione è un luogo in cui la verità appare inopportuna, di cattivo gusto, ed è solo in alcuni illuminanti attimi che si può intuire quel che potrebbe essere se non fossimo tutti così drammaticamente manipolabili.

Penso spesso alla purezza come qualità musicale. Non è affatto facile decifrare, nei modi di una persona, la qualità della sua purezza. Certo, oltre alla sua voce, al portamento ed al sorriso, alla grazia delle sue movenze, le mani, lo sguardo, osservarlo mentre suona lo strumento musicale con cui ha condiviso quarant’anni aiuta.

La forza e la grazia coincidono in Bach, a nutrire la fluidità e la necessaria leggerezza occorre una speciale delicatezza che solo gli umani forti ed aggraziati possiedono in qualità sufficiente. In questi sei montaggi, uno di un differente autore per ciascuna delle sonate per solo violoncello, abbiamo modo di osservare Yo-Yo Ma, strumentista cinese nato a Parigi e cresciuto a NY, nell’esibizione di molte sue qualità.

E’ insolito essere esposti alla figura umana di un grande esecutore, eppure questa testimonianza discreta, portata dallo sguardo di autori diversi è imprescindibile per comprendere le necessità che l’esecuzione di Bach, anche se non certo solamente lui, impone. Spesso si considera la tecnica come fondamento dell’esecuzione: qui si può vedere chiaramente che essa è solo una delle necessità, e non la prima. Per rendere udibile la musica in questo mondo occorre appropriarsi di doti che non sono affatto di questo mondo.

Non credo ci sia un modo facile di entrare nello spazio che un musicista occupa quando assume come modo pratico l’improvvisazione. Noialtri pubblico superficiale, e anche quelli di noi che lo sono meno, osservano da fuori, accolgono riflessi, tentano di procedere per esempio. Jarrett vive in una dimensione davvero estranea al contemporaneo modo di sentire dell’uomo di massa. Suo strumento è il suono, la composizione melodica e ritmica ed armonica che riesce a trarre dal suo strumento.

Una normale o forse superiore preparazione accademica, una normale o forse superiore disposizione alla vita, al cibo, alla esistenza domestica, non sono sufficienti per affrontare tale dimensione. In questo breve e stupendo documento, Keith Jarrett, come in una benedizione, tenta di rendere leggibile, percepibile, il suo naturale percorso. Io non ho idea di quale sia la qualità che un regista televisivo deve portare nella sua azione, non so quale livello di comunione ci debba essere fra chi pone le domande focali e un uomo di questo livello di intensità, certo, qui, questa qualità è stata perfettamente usata.

Tentate di abbandonare il modo usuale di ascolto e visione e ponete la migliore attenzione al tono usato, seguite l’azione ed il gesto di quest’uomo il quale genio feroce si trova sempre ad una spanna, a volte dentro l’inquadratura.

Nusrat is My Elvis (Jeff Buckley) 

Essere esposti alla voce di Nusrat Fateh Alì Khan poteva procurare un prepotente turbamento in alcune menti impreparate. Sfortunatamente la prematura dipartita del nostro, dieci anni fa, ha reso impossibile questo evento capitale, ci rimane, come in alcuni altri casi che prenderemo in esame, questo eccezionale documento. Girato in casa del maestro, in Pakistan, in una provvidenziale intervista condotta dal suo fedele assistente in questo caso: Michael Brook. Abbiamo qui modo di comprendere qualcosa di più riguardo all’immenso potere del suono prodotto da quest’uomo. 

La tradizione del canto melismatico incentrata su di un solista di qualità spirituale superiore sembra del tutto comprensibile da parte nostra. Nusrat infatti ebbe un successo notevolissimo in Francia, in Europa e pure negli Stati Uniti, dove ebbe modo di essere accolto da grande qual’era. Osservarlo in casa sua, in un paese che non potrebbe essere meno comprensibile ce lo rende tanto alieno quanto attraente, distante quanto familiare.

L’avventura di un documentario come questo, consiste spesso di un racconto che da troppe cose per scontate, in realtà credo che il regista sia stato sconvolto quanto noi dall’aura e dal clima creato in questi luoghi da quest’uomo. Restate calmi, ed affrontate il viaggio.