Archiviazioni mensili: Novembre 2007

Se da una parte gli artisti di successo avrebbero l’obbligo di esplorare nuove forme  espressive e nuovi sistemi di percezione, è altrettanto vero che questa opportunità è riservata agli eroi. Il successo popolare, tra gli altri enormi costi implicati, impedisce anche e forse soprattutto qualunque deviazione dall’immagine pubblicamente percepita, quindi assestata, infine cristallizzata.

Questo lavoro è esemplare in quanto del tutto eccentrico a questa norma. I protagonisti, notissimi e privi di pseudonimi, si azzardano in terreni cui non è facilissimo assimilarli, in un esperimento riuscito e denso di possibilità.

Il trucco di assumere un’altra identità come compositori di colonne sonore per il cinema non è inedito, ma qui perlopiù si tratta di filmati inesistenti, pretesti piuttosto che contesti. L’azzardo è reale ed il suono splendente, mi chiedo quale successo di pubblico possa aver avuto. Docici anni dopo il volume 2 non è ancora uscito.

Un suono energico che deroghi dal familiare chitarra, basso e batteria non è facilissimo da trovare, in questo senso il tentativo è un ottimo esempio. La voce fintamente usuale, che in realtà con equilibrio e forza si spiega in dimensioni molto differenti, è probabilmente il trait d’union con il suono popolare, sempre imprescindibile.

Il leggendario sistema educativo inglese, fatto di disciplina e romanticismo, sentimentale quanto autocratico in un isola piccola che ancora riceve riflessi importanti da un impero grande quanto il mondo. Tutto questo è responsabile dell’apparizione di questo uomo luminoso. Ugualmente, tutto questo è anche responsabile della sua scomparsa.

Nessuno come Nick Drake mi ha mai suggerito così precisamente l’irrilevanza di un individuo. Non riuscirei, ancora oggi, davanti alle aumentate notizie biografiche, a cogliere il senso che la responsabilità personale ha in questa storia. Questo ragazzo, colto ed appassionato, dotato di una musicalità quasi imprescindibile, è stato spazzato via dal mondo, da una industria turpe e blasfema, da un pubblico rozzo ed ignoto.

Restano queste perle, concrezioni cristalline che ancora brillano in qualunque notte. Forse questi sentimenti sono pericolosi per la gioventù confusa, forse sono riservati a chi ha vissuto già qualche centinaia d’anni, non so se li lascerò ai miei figli questi dischi. Certo è che la luce di cui il mondo reale è illuminato era nota al giovane Drake, ne conosceva il brillante spargersi su ogni cosa vitale, ne era rapito e tentava di descriverla come sapeva.

I miei vecchi amici (scherzo, io non ho vecchi amici) si chiedono chi rappresenti oggi questa speciale sensitività e tocco, io non so rispondere, credo che adesso un uomo così nemmeno si avvicinerebbe a Londra, agli uffici delle case di produzione, ai luoghi rituali della genia rock. Temo che la visione di uno spazio esteso e vibrante sia coltivata altrove, ormai. Vorrei che mi si desse torto.

Questo disco rende vivace un sentimento per me molto insolito: l’ira. Pensate se fossimo capaci, 35 anni dopo l’uscita, di accettare questo lavoro come sta. Ci toglieremmo dalla mente, per esempio, 35 anni di mitomanie rock create consapevolmente da una stampa frettolosa, superficiale, ignorante. Potremmo comprendere il significato di una parola abusata: innovazione, comprenderne perfino le ripercussioni, l’enorme presa di responsabilità che questa comporta.

Miles era un milionario nel 1972, l’album jazz più venduto della storia e mille altre sciocchezze. Quello che fece fu usare tutto il potere che da questo derivava, presso la Columbia, per riorganizzare (un’altra volta ancora) il nostro modo di percepire la musica. Se fece qualcosa per riconquistarsi l’ascolto dei giovani neri, certo non fece nulla per compiacere i critici che aveva perso con Bitches Brew. Mise insieme un gruppo che aveva lui stesso voglia di ascoltare. Come aveva sempre fatto.

Ascoltare oggi un disco come questo è sempre intrigante e provocatorio. Se per conto mio non riesco ancora ad immaginare un pubblico capace di trovargli una collocazione nel proprio immaginario, ugualmente si tratta di servirlo nel giusto contesto. Perchè questo era un talento speciale che Miles aveva: immaginare, progettare e realizzare un formidabile contesto in cui muoversi liberamente.

Se volete comprendere l’evoluzione della mentalità discografica ascoltatelo nelle diverse edizioni, quella recente lussuosissima nei migliori negozi, ma cercate anche l’edizione originale, più scura e vulcanica, oppure anche la speciale revisione che Bill Laswell ha compiuto in Panthalassa. Restate pure nelle vostre camerette, ma portatevi a casa questo ruggito, dategli luogo.

Difficile separare le forme dal contenuto con George Ivan Morrison, così come i modi dalla consistenza etica. Un brutto carattere, mi dicono, ma con un accesso alla musica autentica privilegiato quanto rude.

L’esercizio è non lasciarsi andare al fascino di una voce che da Moshe Allison, da Mahalia Jackson ha tratto il sentimento di una umanità negletta, bistrattata e dimenticata. Occorre mantenere una certa postura emotiva qui, al fine di gustare ogni altro ingrediente.

La ineccepibile, quanto originale, efficenza poetica per esempio. La profonda capacità di integrare in questa musica pop, in questo Rythm’n'blues non adulterato, la limpida visione letteraria della gente della sua isola. La luccicante gioia di vivere, magari un po’ occulta, magari non chiassosa, ma utile ed importante.

Ma in questo disco in particolare avviene uno slittamento che contiene in sè qualcosa di trascendentale. Come sappiamo, perchè ce l’ha raccontato qualche disco più in là, il nostro ha preferito prendere le distanze da scuole spirituali e neodogmi troppo personali, qui invece troviamo una dimensione mistica di una purezza particolare, come una aspirazione di qualità superiore alla realizzazione.

Il suono di Van Morrison è imprescindibile, oggi molto più che nel 1974 o 1980, perchè poggiato su basi di esecuzione, oltre che di composizione, al di fuori di ogni modello industriale, pur in mezzo ad ogni tipo di seduzione industriale. Attraversa il mondo questo suono, senza mai appartenere al mondo.


Il principio d’astrazione in musica è ozioso. Si tratta di riuscire a formalizzare semmai, di dare forma geometrica ed incrementale ad un materiale sfuggente, liquido e trasparente. La composizione è organizzazione di cento flussi sonori che ci attraversano, che rendono il nostro mondo quello che è, sempre differente ed inafferrabile.

Il perseguimento di una trance elusiva, al di fuori delle tradizioni estatiche ed alla ricerca di un impianto utile, è lo scopo di Bill Laswell. Il Jazz, certo, trance ecumenica per i giovani dropout d’America, ma il ritmo multidimensionale del paese Tamilo, pure, e chitarre distorte qualche volta, qualunque cosa sia necessaria per la giusta atmosfera.

Certo, quando Carlos Castaneda immaginava una presa di consapevolezza della realtà del mondo, ma anche Aldous Huxley e Albert Hofmann, sentivano la trama acustica in un altro modo, ma è lo stesso per ciascuno di noi. Cogliere un frammento del paesaggio sonoro reale porta alla disintegrazione dei nostri giudizi e preconcetti, non crediamo più alla “composizione”.

Laswell invece ama lo studio di registrazione, la stratificazione multidimensionale di mille particelle acustiche. Il suo apprendistato è esemplare: nella Manhattan di fine secolo ha assistito e contribuito ad opere importanti, il cui senso storico ha mutato progressivamente l’intero nostro modo di ascoltare. Poi, ha costruito altre mille dischi, cominciate da qui.

Wendy Carlos è un’intoccabile. Proibito parlare di lei, siccome non si può parlarne male, proibito anche parlarne bene. I meriti di questa incredibile donna, in una mezza dozzina di campi di competenza, sono insostenibili per chi creda che la musica sia solo intrattenimento, sensualità giovanile, rifugio per i reietti del nostro tempo finanziario.

Il selvaggio agitarsi dei romantici corrotti sui palchi del mondo occidentale non è il senso essenziale della musica. Il gergo sfrontato, carico di ubrìs e intossicazioni dell’ego, non è il veicolo privilegiato di una musica che ci ricordi da dove veniamo, che ci indichi dove stiamo andando.

La tecnica puntillistica, organizzata utilizzando elaboratori di uso comune, strumenti artigianali fuori serie e la montagna di lavoro tipica di un’accademia che non riusciamo più a trovare da nessuna parte, fanno di questo lavoro il segno di un futuro evoluto, il solo che potrà essere.

La gestione del Timbro, del Tempo e del Tono che troviamo in questo lavoro perfetto sono un manuale di gestione utile per ciascuna delle tecniche compositive di cui si deve tener conto ora. Non c’è spazio problematico che non possa trovare indicazione ed energia qui dentro.

Qualcuno deve molto a Wendy Carlos, alcuni di questi lo sanno bene, ed usano il suo lavoro come esempio e monito, tentando l’assimilazione di una disciplina desueta, riservata a chi abbia un futuro di vera innovazione, ricreazione e gioia profondamente umane.


Alifi, my larder. Sapete distinguere un uomo giusto? Guardate la faccia di chi distrattamente, come fosse una visita di cortesia, si fa trovare in studio quando Robert Wyatt registra. Osservate attentamente anche queste buffe coperte lievemente redatte dalla inseparabile moglie, la deliziosa Alfie che incarna almeno la metà di ciò che vediamo quando guardiamo in questa direzione. Io amo Robert Wyatt, lo amo quanto lo amano Brian Eno, Paul Weller, Cristina Donà.

Non ci sono grandi misteri a proposito della qualità musicale di questo batterista diventato cantante diventato organista diventato trombettista. Quando la fluenza melodica raggiunge questa purezza e questa essenzialità pare proprio che non ci si debba più occupare d’altro, pare d’improvviso che ogni ragionamento sulla tecnica compositiva più opportuna si riduca al pianto dei bambini o alle canzoni delle mamme.

L’umanità di Robert Wyatt è sempre stata tutta lì, anche sull’improbabile seggiolino da percussionista, anche con tutte le maschere psichedeliche addosso, in mezzo agli equivoci di un Inghilterra Wilsoniana, alle delizie di Canterbury, la più bella città del mondo. Ha nutrito schiere di aspiranti, questa umanità, da Nick Mason a David Allen, a Kevin Ayers, destinati, come gli allievi di Miles, a piccole cose infinite.

A me non importa molto del pensiero di Wyatt, delle mille idiosincrasie che lo distinguono, io amo il suo suono. Lo considero uno dei dieci cantanti bianchi davvero rilevanti nel secolo passato, considero la sua tecnica di ascolto e revisione dei classici come materia d’insegnamento obbligatoria nei licei, nelle scuole di economia come di psichiatria, nozioni necessarie per avere accesso alle commissioni di stato.