Archiviazioni mensili: Ottobre 2007

La furia selvaggia che David Torn introduce nelle sue composizioni apparentemente destrutturate non ha pari in quest’arte ambientale che così volentieri consideriamo. Mai come con lui è evidente l’autentico concetto di atmosfera, ben oltre i limiti della definizione stilistica e, per così dire, di genere.

 Il suo contributo personale alla storia del paesaggio sonoro, per quanto sottovalutato e distrattamente considerato, consiste soprattutto di questo tenero e ferocissimo urlo animale, di una energia che per quanto possa sembrare fuori luogo nell’equivoco new age, è nondimeno rilevante e piena di promesse.

 Nella definizione di una atmosfera, infatti, sono pochi i modelli dati. Se è vero che le melensaggini alla moda californiana hanno dominato il mercato per un po’, è altrettanto notevole la varietà di sentimenti e stati d’animo ricostruiti e determinati ad arte. Quella di Torn, così volutamente chitarristica, è originale e singolare.
 
Tale e tanta è la dimensione del paesaggio inesplorato che il contributo eccentrico ed espansivo di queste congreghe creative si svela rapidamente in tutta la propria utilità. Il primato della definizione di atmosfera rispetto a quello della composizione narrativa e lineare, definitivamente accettato nella musica attuale, trova qui un contributo speciale, innovativo, credibile.

Le componenti che vanno a costituire un opera come questa non sono misurabili, quantificabili, analizzabili. Se perchè una raccolta discografica diventi un classico, sia cioè assunta ad esempio imprescindibile, ci vogliono dieci anni o più probabilmente venti, per ripetere l’impatto che questo lavoro può produrre ci vogliono diversi classici. Rimango prudente, io non mi misuro con le novità troppo spregiudicatamente.

La credibilità di una qualunque opera d’arte deriva da alcuni fattori, non ultimo l’osservanza pubblica di un silenzio impressionante, udibile globalmente. Davanti alla formalizzazione del Giusto si tace, ci si inchina e si termina il chiacchericcio.

Qui le autorità coinvolte sono diverse, a cominciare da una etichetta di garanzia che sta dimostrando il suo valore proprio, con la pubblicazione continua e regolare di oggetti preziosi, non unificati da formalità di stile solamente, non soltanto dall’adesione ad un certo sentimento estetico assunto a priori.

Dimenticate il motivo per cui questo disco vi ha incuriosito: sia esso l’adesione incondizionata al tono accorato eppure mai solenne, il gusto per una elettricità americana ed onnipotente che si può trovare in un sempre minore numero di opere nuove, una certa nostalgia per l’affermazione dei diritti umani oppure una qualunque recensione entusiasta.

Immergetevi invece nel dolcissimo e potentissimo fluire della voce umana che qui è rappresentato senza tremori o viltà. Affrontate l’esibizione di coraggio temprato nel fuoco di molte generazioni, tutte presenti. Abbandonatevi alla precisione consapevole di una chitarra elettrica universalmente Americana. Lasciatevi sostenere dal ritmo come l’abbiamo sempre desiderato, quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la demenza finanziaria dei nostri miserabili, per molti altri versi, tempi.

La tremante, malinconica gioia delle migliori opere tedesche del decennio precedente prende corpo e disinvoltura in questa california sospesa e struggente. La derivazione evidente non pregiudica la bellezza e la credibilità di questa operazione ingenua e voluttuaria, dimostrandone l’opportunità.

Roach è parte della prima generazione new age, sospetta e discutibile, ma se ne emancipa in fretta, in particolare con questo album che infatti non passò inosservato fra gli osservatori meno distratti. Assunto per questo a portabandiera di un movimento molto prolifico per quanto isolato e negletto, il suo lavoro riverbera attraverso l’intero operato di Robert Rich, o Vidna Obmana.

Le tessiture Shulze, piegate e modellate con una certa eleganza, trovano qui uno sviluppo superiore ed intrigante. Modello per molte successive immaginazioni, la qualità del timbro sintetico compie un passo notevole, affermando per i successivi vent’anni il canone di impiego dei generatori elettronici meno sofisticati e hollywoodiani.

Le meditazioni desertiche di Roach appaiono oggi come la fonte d’ispirazione primaria nella ininterrotta ridefinizione del soundscape americano. La sua longevità artistica, sostenuta da diversi episodi successivi a questo, ha permesso la produzione continua e progressiva di contributi rilenvantissimi per il sostentamento della grande tradizione americana.