Archiviazioni mensili: Agosto 2007


Le potenzialità del successo commerciale di Laura Nyro erano altissime al suo esordio. Capace di un compendio fra Joni Mitchell, Carole King e Martha Reeves, in termini di solidità compositiva e di arrangiamenti vocali aveva pochi rivali. Il successo arrivò in fretta, grazie ad interpretazioni leggendarie dei suoi pezzi, e i suoi dischi uscivano con la fluidità tipica dell’epoca.

L’intensità era la stessa di Joni, pur se la sua vena malinconica tendeva al nero anzichè al blue, la grazia stilistica e la gradevolezza degne di Mahalia Jackson. Una autrice ed interprete amatissima dai grandi bianchi del soul, del tutto riconoscibile nel ricco panorama degli anni settanta. Sto ancora qui a chiedermi come possa, oggi, essere stata così ampiamente negletta in Europa.

Laura compì l’imperdonabile gesto alle soglie del quale anche Joni giunse, insieme a Patti Smith e ad altri: Si ritirò, svanì completamente dalla scena. Gli anni ottanta ed i novanta videro un solo disco a decennio, riflessivi e maturi quanto privi del temperamento infuocato degli esordi. Così, a differenza di Joni abbiamo una sola immagine ben a fuoco, quella della soul singer che cammina a Broadway sottobraccio a Burt Bacharach, mentre la radio trasmette And when I die.

Ricordare la gente come Laura Nyro è bello e importante, a rivitalizzare la soddisfazione di necessità autentiche. Il suo contributo alla definizione ed al completamento della canzone americana del XX secolo è ingiustamente trascurato. Molte delle sheroes che solcano le strade lontane da Hollywood le devono la tecnica degli elaborati sguardi lanciati sul paese delle illusioni perdute.

Grandi guai attraversavano l’europa nel 1972, ma nessun conflitto poteva competere con il gusto di uno sviluppo consumista e follemente allegro. In mezzo alla patetica genia progressive, megalomaniaca e logorroica, operavano piccole comunità geniali che pure non passavano inosservate. Il mercato in costante crescita lasciava spazio anche al meglio, permettendo il fiorire di nuovi giardini delle delizie.

E’ un grande mistero questo gruppo, eclettico e raffinato come la moda imponeva, ma ugualmente originale e perfettamente composto. Capaci di assimilare davvero ogni linguaggio gli si presentasse, in una dimensione tecnica cui pochi potevano aspirare, procedevano, anche se per un breve periodo, nella definizione di un suono autentico, delicato, confortevole.

Ascoltati oggi, questo e gli altri primi dischi suonano toccanti come allora, privi come sono di quella aggressività obbligatoria per affermarsi. Particolarmente densi di una sognante indulgenza per la letteratura secentesca più surreale, meno attentamente ricordata perfino negli anni di maggiore diffusione delle edizioni economiche dei classici, sembravano forse troppo eccentrici.

Eppure l’assenza di gusto dell’assolo esteso, l’unanimità ritmica e melodica, l’inclinazione ad una varietà timbrica imprescindibile, li rendono davvero alfieri di una qualità popolare che rende onore. Tornare a cercare le edizioni limitate dei loro dischi è certo roba da appassionati veri, la specie che garantisce che la storia possa anche ripetersi.

A seguire un decennio di confusione machista, in cui si è lasciata produrre da suo marito con esiti controversi, la più rilevante songwriter di tutti i tempi e di tutti i mondi conosciuti è tornata. Ed è un ritorno a casa notturno, sussurrato con l’autorità necessaria affinchè ciò di cui avevamo bisogno potesse rientrare nelle nostre vite.

La musica di Joni Mitchell è sottovalutata, siamo distratti dalla sua voce, dalla sua scrittura ferma ed illuminante, dalla sua presenza incantevole ed importante, dalla sua abbaccinante bellezza. Ed è pure rilevante la sua capacità di arrangiamento, di produzione tecnica. In termini di confezione, della quale si prende spesso ogni responsabilità, è insuperabile.

Qui, sfrondata dal superfluo, splende in una luce siderale adattissima al nuovo corso, utile ai sopravvissuti dell’orribile decennio reaganiano per ricontarsi, per riprendere consapevolezza del proprio universo perduto. Così le canzoni, profondamente melanconiche e qualche volta davvero amare, assumono una vita propria che potrebbe deludere le attese degli abbronzati ammiratori di un Laurel Canyon che nel frattempo ha cessato di esistere.

Oggi Joni Mitchell non intende pubblicare altri dischi, ritirata a dipingere finalmente, a completamento di una vita riuscita anche nell’aver ritrovato la figlia perduta. L’arco creativo di questa donna è l’esempio migliore per tutta questa splendente nuova generazione di teppiste femmina che è tornata a solcare il nuovo continente, voglia il cielo che questa fragile tradizione prenda corpo maggiore. Questo livello di intensità è il parametro di riferimento.