Archiviazioni mensili: Agosto 2007

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E’ molto interessante considerare un compositore impegnato in una rappresentazione formale, per esempio con carta e matita, dell’insieme sonoro che si trova ad abitare. L’immagine di una versione codificata in maniera convenzionale, attraverso l’uso di un codice speciale ed esclusivo, è quella più tipicamente, nell’idea comune, associata al compositore vero e proprio, certificato e riconosciuto.

Molto più interessante considerare invece la figura del compositore in persona, sul luogo della performance, specie se impegnato ad ascoltare il suono dei suoi corrispondenti mentre questo è in atto, in un solo ed unico punto dell’universo. La sua capacità di attenzione, informata ed allenata, è esemplare, la sua abilità ad intendere e perpetuare un modello, il nucleo essenziale del discorso, è perfetta.

Nella realizzazione della musica, nell’atto di darle forma udibile, c’è una azione sulla cresta dell’onda che non ha pari, in termini di fluidità e velocità. Il compito di ripulire, togliere l’eccesso, rifinire le pieghe è rimandato, secondario. La connessione con la fonte della musica va realizzata su due piedi quando questa, aperta, passa dall’essere impossibile all’essere solo difficile, non c’è altra maniera che essere pronti.

Un forma che il compositore può assumere è la creazione di contesto. Questo contesto è lo spazio ed il tempo in cui la musica può entrare nel mondo, illuminarlo, cambiarlo, senza che la memoria, la storia, il pregiudizio e la volontà possano mettersi in mezzo, ostruire, impedire. Il compositore è un semplice addetto alla pulizia, alla messa in moto ed alla manutenzione del mondo, la musica determina questo mondo.

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Il compositore contemporaneo possiede una tecnologia estesa e complessa. Il supporto che ha a disposizione gli procura opzioni vaste e molto potenti, ogni idea può essere sviluppata secondo coordinate multiple. L’abilità che gli venne richiesta negli anni della formazione è diversa da quella di cui ha bisogno oggi, la sua formazione domanda continue revisioni ed aggiornamenti.

Un compositore è al servizio di un committente, la sua capacità di soddisfare le richieste del committente deve essere pronta, rapida, soddisfacente. Il suo committente è un regista del cinema, della televisione, un agente discografico pop, il pubblico pagante nelle sale. L’impegno principale di qualunque compositore è soddisfare questa continua domanda di intrattenimento, di distrazione.

Il compositore di successo indulge spesso nella tentazione di titillare la componente del pubblico che più facilmente risponde, la sua occupazione principale consiste dell’individuare questa parte, sintonizzarsi ad essa, mantenere il contatto. Ciascuno, probabilmente ha il pubblico che comprende meglio, che più sottilmente sa blandire, sedurre, coccolare o, forse, provocare.

Nemmeno si pone la questione di una composizione finalizzata ad un pubblico inesistente, eppure il pubblico, la massa indistinta di uditori più o meno consapevoli, più o meno istruiti, è solo un’astrazione. Se la musica, per essere riconoscibile come tale deve possedere elementari caratteristiche ritmiche, melodiche e magari armoniche, esse non possono che essere considerate come dialetti, tratti sociologici.

Dal modo maggiore di DO, marzialmente eseguito in un 4/4 rigido e semplificato, alle poliritmie armonicamente estreme, eseguite magari in modo speech oriented, l’uditorio è vasto ed irriconoscibile come un’unità. Il tratto comune che identifica i compositori è l’organizzazione di un suono praticabile, contenuto, utilizzabile infine. La composizione è la definizione di un mondo, provvisorio e potenziale.

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Quale identità possiede il compositore contemporaneo? La composizione di un oggetto artistico, sia esso visivo che acustico, consiste dell’amalgama di elementi che possiedono una consistenza interna più o meno evidente, più o meno maneggiabile. Un compositore si occupa di riunione. La sua competenza tecnica deriva da una capacità di visione dell’insieme, di assemblaggio ordinato, di grazia nella distribuzione di pesi e ingombri in cerca di una lievità godibile e utilizzabile.

Le antiche tecniche di scrittura, di armonizzazione, di orchestrazione oggi sono destinate allo sfondo, come un substrato di mestiere imprescindibile ma quasi invisibile ed inudibile. L’enfasi è tutta su elementi come la creazione di un’atmosfera, la mescola di timbri che possiedono in sè una caratteristica armonica forte e definita. Il rimando continuo è ad altre composizioni note e familiari, alla letteratura classica, a quella romantica, ai ritmi africani, al suono elettronico, che sono tutti elementi di cui è necessario tenere conto.

Così, molto spesso, una composizione attuale di qualità implica la progettazione e la realizzazione di un nuovo genere di musica. La palette a disposizione è talmente larga e potente da obbligare i compositori di mestiere ad occuparsi di una illimitata serie di variabili, di scelte e decisioni che sono pratiche, tecniche, politiche. La continua riemersione di ogni singolo stilema abbia riempito la storia del secolo XX è solo la testimonianza del fatto che la possibilità tecnica è ampissima e ugualmente degna.

Nel suo studio il compositore deve misurarsi con una storia estremamente articolata: Edgar Varése, Sun Ra, Igor Stravinskji, Miles Davis, Velvet Underground, in mezzo alla quale trovare una voce sua propria è tanto facile quanto impossibile. Intanto ogni suo singolo gesto viene registrato, analizzato, archiviato. Ciò che libera pietrifica, un orizzonte illimitato immobilizza. La meditazione su di che cosa consista la qualità compositiva oggi è in atto, il tempo e la familiarità del pubblico con la composizione contemporanea, soltanto, danno torto o ragione.


Le potenzialità del successo commerciale di Laura Nyro erano altissime al suo esordio. Capace di un compendio fra Joni Mitchell, Carole King e Martha Reeves, in termini di solidità compositiva e di arrangiamenti vocali aveva pochi rivali. Il successo arrivò in fretta, grazie ad interpretazioni leggendarie dei suoi pezzi, e i suoi dischi uscivano con la fluidità tipica dell’epoca.

L’intensità era la stessa di Joni, pur se la sua vena malinconica tendeva al nero anzichè al blue, la grazia stilistica e la gradevolezza degne di Mahalia Jackson. Una autrice ed interprete amatissima dai grandi bianchi del soul, del tutto riconoscibile nel ricco panorama degli anni settanta. Sto ancora qui a chiedermi come possa, oggi, essere stata così ampiamente negletta in Europa.

Laura compì l’imperdonabile gesto alle soglie del quale anche Joni giunse, insieme a Patti Smith e ad altri: Si ritirò, svanì completamente dalla scena. Gli anni ottanta ed i novanta videro un solo disco a decennio, riflessivi e maturi quanto privi del temperamento infuocato degli esordi. Così, a differenza di Joni abbiamo una sola immagine ben a fuoco, quella della soul singer che cammina a Broadway sottobraccio a Burt Bacharach, mentre la radio trasmette And when I die.

Ricordare la gente come Laura Nyro è bello e importante, a rivitalizzare la soddisfazione di necessità autentiche. Il suo contributo alla definizione ed al completamento della canzone americana del XX secolo è ingiustamente trascurato. Molte delle sheroes che solcano le strade lontane da Hollywood le devono la tecnica degli elaborati sguardi lanciati sul paese delle illusioni perdute.

Grandi guai attraversavano l’europa nel 1972, ma nessun conflitto poteva competere con il gusto di uno sviluppo consumista e follemente allegro. In mezzo alla patetica genia progressive, megalomaniaca e logorroica, operavano piccole comunità geniali che pure non passavano inosservate. Il mercato in costante crescita lasciava spazio anche al meglio, permettendo il fiorire di nuovi giardini delle delizie.

E’ un grande mistero questo gruppo, eclettico e raffinato come la moda imponeva, ma ugualmente originale e perfettamente composto. Capaci di assimilare davvero ogni linguaggio gli si presentasse, in una dimensione tecnica cui pochi potevano aspirare, procedevano, anche se per un breve periodo, nella definizione di un suono autentico, delicato, confortevole.

Ascoltati oggi, questo e gli altri primi dischi suonano toccanti come allora, privi come sono di quella aggressività obbligatoria per affermarsi. Particolarmente densi di una sognante indulgenza per la letteratura secentesca più surreale, meno attentamente ricordata perfino negli anni di maggiore diffusione delle edizioni economiche dei classici, sembravano forse troppo eccentrici.

Eppure l’assenza di gusto dell’assolo esteso, l’unanimità ritmica e melodica, l’inclinazione ad una varietà timbrica imprescindibile, li rendono davvero alfieri di una qualità popolare che rende onore. Tornare a cercare le edizioni limitate dei loro dischi è certo roba da appassionati veri, la specie che garantisce che la storia possa anche ripetersi.

A seguire un decennio di confusione machista, in cui si è lasciata produrre da suo marito con esiti controversi, la più rilevante songwriter di tutti i tempi e di tutti i mondi conosciuti è tornata. Ed è un ritorno a casa notturno, sussurrato con l’autorità necessaria affinchè ciò di cui avevamo bisogno potesse rientrare nelle nostre vite.

La musica di Joni Mitchell è sottovalutata, siamo distratti dalla sua voce, dalla sua scrittura ferma ed illuminante, dalla sua presenza incantevole ed importante, dalla sua abbaccinante bellezza. Ed è pure rilevante la sua capacità di arrangiamento, di produzione tecnica. In termini di confezione, della quale si prende spesso ogni responsabilità, è insuperabile.

Qui, sfrondata dal superfluo, splende in una luce siderale adattissima al nuovo corso, utile ai sopravvissuti dell’orribile decennio reaganiano per ricontarsi, per riprendere consapevolezza del proprio universo perduto. Così le canzoni, profondamente melanconiche e qualche volta davvero amare, assumono una vita propria che potrebbe deludere le attese degli abbronzati ammiratori di un Laurel Canyon che nel frattempo ha cessato di esistere.

Oggi Joni Mitchell non intende pubblicare altri dischi, ritirata a dipingere finalmente, a completamento di una vita riuscita anche nell’aver ritrovato la figlia perduta. L’arco creativo di questa donna è l’esempio migliore per tutta questa splendente nuova generazione di teppiste femmina che è tornata a solcare il nuovo continente, voglia il cielo che questa fragile tradizione prenda corpo maggiore. Questo livello di intensità è il parametro di riferimento.

Non esiste una musica italiana. A leggere le note di Umberto Eco che accompagnano questo disco, che potrebbe essere stato prodotto da Italo Calvino o Nanny Loy, si può immaginare un paese che possiede una lingua ed una cultura comuni, si può intravedere l’onirico paesaggio descritto da Fellini, Comencini, Olmi, ma in realtà è solo il paese dei nostri sogni, che non appartiene all’ordine dell’esistente.

Vorremmo tutti abitare l’Italia, un paese niente affatto minore nell’ordine internazionale. In quella piccola chiesa nella campagna aretina, o feltrina pure, potremmo intendere finalmente il senso del silenzio. Vorremmo attraversare il passo Pordoi, o quello della Futa, insieme ai ciclisti, ai sognanti motociclisti. Vorremmo avere un posto di prima fila ad un concerto di Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia, per permettere a noi stessi di abitare un mondo così difficile da scovare.

Ma il tempo in cui potevamo farlo ha cessato di esistere. Ora, nel nostro scaffale segreto ci sono questi oggetti luminosi che paiono non ricordare nulla delle corporazioni, delle orrende speculazioni di stampo mafioso che sommergono, incrementalmente, ogni sentimento memorabile. Abbiamo forse l’opportunità, nostalgica e stravagante, di lasciar andare, nei grandi rotoli cinematografici della nostra coscienza, questo misterioso senso di un paesaggio sonoro denso di sapienza, e di poesia.