Archiviazioni mensili: Luglio 2007

Quando si lasciano i musicisti liberi di suonare, con i piedi sul pavimento e la testa tra le nuvole, avendo l’accortezza di sistemarli in uno studio di modo che ne possa uscire una registrazione pubblicabile, spesso non c’è bisogno di niente altro. Certo, ci vogliono musicisti disciplinati, formati non solo al controllo del proprio strumento ma pure all’ascolto degli altri, capaci di suonare solo quando hanno qualcosa da aggiungere al discorso, al servizio della musica e non solo del compositore, del produttore, dell’agente discografico.

Zakir Hussein non è il tipico compositore ECM, non è una grossa personalità dotata di carisma sufficiente a riempire i cartelloni occidentali, qui gli viene dato credito perchè la considerazione del suo suono fra i musicisti che invece ce l’hanno, e che qui partecipano all’azione, è alta e forte.

Nella nostra storia occidentale, l’india e la sua musica sono segnalate grazie agli orientalisti tedeschi dell’ottocento, che ne annotavano il carattere lirico pur considerando soprattutto le differenze strutturali, meno rigide ma non certo prive di forma, senza poter comprendere le immense ricchezze ritmiche, la complessità delle scale intonate su intervalli misteriosi e perlopiù inafferrabili.

Abbiamo una relazione coloniale con l’India, crediamo che questo immenso patrimonio culturale, epico, metafisico e musicale sia relativamente inferiore al nostro, a dimostrare l’insufficienza di ogni storia dell’umanità che sia regolata su di un eurocentrismo ridicolo e ormai indifendibile. Ma non funziona certo così per un musicista, che ha bisogno soltanto di buona fede sufficiente per avvicinarsi a questa dimensione, coglierne il suono ed entrare con i propri mezzi. Certo, c’è molto da fare a sviluppare questa relazione, ma sicuramente il suono contenuto qui è una notevole indicazione per chi intenda imparare ad ascoltare.

Non sto mica qui a trascinare nostalgie, io. Mi occupo invece di criminali scancellazioni, occultate attraverso la celebrazioni di mitologie irrisorie, perpetrate da critici ignoranti, giornalisti intrigati, un pubblico distratto dagli eroi della chitarra gigante. Mentre la musica aggira il bon ton di ogni epoca e invade di gioia animi e menti, i tycoon allarmati mirano all’integrazione del dissenso, all’occultamento di alcuni cadaveri nei loro capaci armadi ed alla esposizione forzata di altri.

Il giovane e brillante Hancock non ha mai avuto grandi rivendicazioni, il suo infantile saltellare attraverso le forme e le strutture ed i “generi” gli ha prodotto rendite decenti, tanto che questi esperimenti arrivano fino a noi facilmente e possono agilmente perpetuarsi. Onore al merito. 

La storia di Hancock è una storia di successo, per molti motivi, ed è una storia che essendo un buon esempio per i giovani andrebbe sfrondata dei mille equivoci, malintesi e alterazioni che contiene. L’arco in questi anni è diventato abbastanza ampio per poterlo fare e si comincia da qui. Non sono i primi balbettamenti di un timido esordiente pieno di talento, non sono le eccessive estemporizzazioni dell’enfant prodige protetto da Re Davis, è invece un affermazione di valore inconsueto ed imprescindibile, fatta con i mezzi più abili ed intelligenti disponibili in quei giorni.

Dovremmo fermarci a parlare della tecnica impressionista, degli accordi aperti e sospesi presi da Evans (e dal Re, in senso maiestatico), del Funk innovativo ed erotico che seguì, della perfetta sintonia con Laswell negli anni ottanta ed io invece mi assumo la responsabilità di partire da qui, dalle immagini costruite insieme al Dr. Gleeson, alle forti e seducenti e non strutturate composizioni sulla rete del neonato studio di registrazione dal numero illimitato di tracce. Perchè sono le più utili, eppure le più avanzate.

Adesso lo sanno proprio tutti che l’America di cui si parlava una volta ha commesso suicidio. John Fahey ne aveva palesato l’estrema probabilità utilizzando un suono che era quanto di più radicato, popolare, autentico si potesse immaginare. Allora non era solo, nel 1971 il paese era ancora solcato da decine di troubadour a questo livello; molti si dissolsero, non riuscendo a sopportare il delirio delle varie Reaganities alla guida. Altri si estinsero in una pacata rassegnazione come Fahey stesso.

Nella città di Takoma, WA, il clima era già allora meno salubre del desiderato e la preveggenza catastrofica era magari più banale che nella sunny California delle belle giovani e dei liceali viziati, nondimeno a leggerlo oggi questo dischetto scintillante pare davvero acuto e niente affatto vaneggiante. Il prodigio “tecnico” e virtuosistico magari distrae sulle prime, ma alla lunga è quello che ci fa tornare e riflettere meglio, accantonando per un po’ la distrazione dei contemporanei surfers.

Il nostro dolore più profondo deriva, curiosamente, proprio dal constatare l’esistenza di operine come questa, davvero pregna di luce e consapevolezza, che pure giacciono dimenticate come l’arca dell’alleanza, in qualche scantinato a stelle e strisce. Non temete, posso dotarvi dell’indirizzo di fornitori clandestini, che vivono nel mondo post Bushit già da tempo, e che resistono in silenzio. Non fatevi beccare dai servizi segreti, ma procuratevi anche gli altri episodi.

Ora, queste nuove generazioni intossicate hanno una fame autentica per il suono mitologico che ivi risiede. Non è difficile da capire che il suicidio di una nazione lasci molti orfani, anche e forse di più al di fuori dei propri confini, dove ancora di più la mitologia imperiale aveva attecchito. Facciamo un accordo: America sia il luogo in cui vanno ricostruite le istanza costitutive di una umanità solidale, ironica e consapevole di essere contingente, magari adolescenziale ma piena di speranze e di ansia ricreativa.