Quando si lasciano i musicisti liberi di suonare, con i piedi sul pavimento e la testa tra le nuvole, avendo l’accortezza di sistemarli in uno studio di modo che ne possa uscire una registrazione pubblicabile, spesso non c’è bisogno di niente altro. Certo, ci vogliono musicisti disciplinati, formati non solo al controllo del proprio strumento ma pure all’ascolto degli altri, capaci di suonare solo quando hanno qualcosa da aggiungere al discorso, al servizio della musica e non solo del compositore, del produttore, dell’agente discografico.

Zakir Hussein non è il tipico compositore ECM, non è una grossa personalità dotata di carisma sufficiente a riempire i cartelloni occidentali, qui gli viene dato credito perchè la considerazione del suo suono fra i musicisti che invece ce l’hanno, e che qui partecipano all’azione, è alta e forte.

Nella nostra storia occidentale, l’india e la sua musica sono segnalate grazie agli orientalisti tedeschi dell’ottocento, che ne annotavano il carattere lirico pur considerando soprattutto le differenze strutturali, meno rigide ma non certo prive di forma, senza poter comprendere le immense ricchezze ritmiche, la complessità delle scale intonate su intervalli misteriosi e perlopiù inafferrabili.

Abbiamo una relazione coloniale con l’India, crediamo che questo immenso patrimonio culturale, epico, metafisico e musicale sia relativamente inferiore al nostro, a dimostrare l’insufficienza di ogni storia dell’umanità che sia regolata su di un eurocentrismo ridicolo e ormai indifendibile. Ma non funziona certo così per un musicista, che ha bisogno soltanto di buona fede sufficiente per avvicinarsi a questa dimensione, coglierne il suono ed entrare con i propri mezzi. Certo, c’è molto da fare a sviluppare questa relazione, ma sicuramente il suono contenuto qui è una notevole indicazione per chi intenda imparare ad ascoltare.