Archiviazioni mensili: Luglio 2007

Non sarà facile spiegare ai nostri nipoti che ascoltavamo più di una volta la rappresentazione tecnologica di un evento musicale, registrato in sessioni virtuali, in cui i musicisti a volte nemmeno si incontravano nello stesso luogo. L’artificialità della performance musicale è stata accettabile per un momento, non lo sarà per molto. In futuro i nostri archivi saranno buffi e sterili, incapaci di ispirare chiunque.

Le regole del mercato sono le regole della comunicazione. C’è un limite alla promozione del prodotto, ed è la qualità del prodotto. C’è un limite al sovraccarico di oggetti falsi ed irrisori, ed è la disponibilità dei fruitori al consumo, non soltanto alla spesa. La vendita di oggetti che contengono documenti relativi a soggetti culturali in atto, è una idea che fa ridere. L’esperienza culturale altrui è in vendita, cosa ce ne facciamo?

Se abbiamo un’idea, ne vogliamo fare una tesi compiuta e renderla pubblica, abbiamo bisogno di documenti a corroborazione. Se il nostro percorso esplorativo, in termini di studio, ha una natura documentale piuttosto che di esperienza diretta, forse dobbiamo riferirci ai documenti certificanti la realtà, piuttosto che alla realtà, ma sennò?

L’esperienza della raccolta di dischi è sentimentale e fisica, piacevole se ben accordata con un modo preciso di intendere il mondo, che deve essere fondata sulla produzione ed il mantenimento di un bene. Chi si stupisce se i ragazzi credono che la musica sia un dato, non un oggetto, che sia disponibile gratis et amore, che ci sia sempre stata e che ci sarà sempre? Ai ragazzi che ascoltano ritmi lontanissimi dall’establishment, cosa importa di Walter Benjamin?

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Per quanto si possa considerare accettabile e familiare la presenza del suono registrato, riproducibile a volontà, non è sempre stato così, e molte reazioni ci sono state di fronte alla riduzione, alla reificazione della musica. Anche oggi ci sono opinioni diverse di fronte alla comparazione della musica eseguita dal vivo ed alla sua riproduzione con un qualunque mezzo, anche il più sofisticato.

La registrazione è un’opportunità che è emersa di fronte ad un dispositivo la cui importanza è sottovalutata: il microfono. Se di fronte all’ascolto di Caruso, la fonte delle prime opportunità di registrare la musica, di inciderla, di distribuirla, possiamo forse sorridere per la scarsa verosimiglianza, di certo non lo facciamo più con Sinatra, la cui disposizione rilassata ed intima è possibile, con la voluminosa orchestra di Tommy Dorsey, solo grazie alla qualità del microfono.

La registrazione della musica ha cambiato la musica. In un processo di adattamento continuo alle condizioni ambientali, cui i musicisti sono preparati ed abituati, la tecnologia di ripresa e riproduzione modifica completamente l’idea di condizione ambientale. Così come al cinema, sono richieste nuove qualità agli eroi dei nuovi mondi, non più volume ma un tono molto caratteristico, non più memoria ma capacità di interpretare.

Per me, che ascolto solo musica registrata, rimane una sottile nostalgia per le mancate opportunità. Vorrei una registrazione delle sonate per violoncello di Bach approvate dall’autore, pagherei cara una registrazione dell’orchestra di macellai e ciabattini che Beethoven usava per provare. Sono invece sempre perplesso di fronte all’opportunità di ascoltare una registrazione di Hafiz Aziz Alili, il giovane muezzin che rendeva i muri dell’Abbazia di Praglia trasparenti e liquidi, che la sua voce non apparteneva a nessun tempo.

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Per comprendere davvero l’importanza e la bellezza della radio, prima delle sciocche nostalgie, si deve conoscerne la tecnologia elementare. La semplice combinazione di un lungo filo di rame avvolto su di una bobina, le cui diverse lunghezze precisamente individuate appoggiando un indicatore sono sufficienti, grazie ad una amplificazione rudimentale, per sentire il suono di mondi lontanissimi.

Nelle procedure di riproduzione della musica, non soltanto a considerare la rozza tecnologia, ci sono due avversari fondamentali: il rumore e la distorsione. Dal punto di vista di un integralismo tecnico, che pur ci fa sorridere, siamo ora ad un livello di purezza vicino alla perfezione. Curiosamente, non soltanto per quanto riguarda la radio, ambedue i difetti sono percepiti come parte integrante del carattere dei mezzi, al punto da venir considerati da molti come fenomeni del tutto musicali.

La nostra esperienza di ascolto è profondamente legata, liminalmente ma non solo, alle condizioni ambientali e psichiche in cui questo ascolto è avvenuto. Questo significa che oltre ai luoghi fisici in cui la performance musicale si realizza, e che non ci sarebbero accessibili se si volesse mantenere una qualità di ascolto degna della musica, gran parte del nostro ricordo riguarda la trasmissione a distanza, in una schizofonia domestica che è incrementalmente apparsa naturale.

La quasi totalità della nostra storia di ascoltatori è infatti contenuta in uno dei mezzi di riproduzione. La radio è stata un mezzo molto praticabile fin dalle primissime realizzazioni tecniche, ha permesso la diffusione su scala globale di performance fino ad allora riservate ai pochi fortunati presenti, fisicamente, all’orchestra. C’è un intera mitologia che riguarda la radio, un intero universo di trasmissioni prive di qualunque locazione. Il contenuto emotivo e psichico di questa mitologia è parte integrante dell’intera nostra esperienza musicale.

Quando si lasciano i musicisti liberi di suonare, con i piedi sul pavimento e la testa tra le nuvole, avendo l’accortezza di sistemarli in uno studio di modo che ne possa uscire una registrazione pubblicabile, spesso non c’è bisogno di niente altro. Certo, ci vogliono musicisti disciplinati, formati non solo al controllo del proprio strumento ma pure all’ascolto degli altri, capaci di suonare solo quando hanno qualcosa da aggiungere al discorso, al servizio della musica e non solo del compositore, del produttore, dell’agente discografico.

Zakir Hussein non è il tipico compositore ECM, non è una grossa personalità dotata di carisma sufficiente a riempire i cartelloni occidentali, qui gli viene dato credito perchè la considerazione del suo suono fra i musicisti che invece ce l’hanno, e che qui partecipano all’azione, è alta e forte.

Nella nostra storia occidentale, l’india e la sua musica sono segnalate grazie agli orientalisti tedeschi dell’ottocento, che ne annotavano il carattere lirico pur considerando soprattutto le differenze strutturali, meno rigide ma non certo prive di forma, senza poter comprendere le immense ricchezze ritmiche, la complessità delle scale intonate su intervalli misteriosi e perlopiù inafferrabili.

Abbiamo una relazione coloniale con l’India, crediamo che questo immenso patrimonio culturale, epico, metafisico e musicale sia relativamente inferiore al nostro, a dimostrare l’insufficienza di ogni storia dell’umanità che sia regolata su di un eurocentrismo ridicolo e ormai indifendibile. Ma non funziona certo così per un musicista, che ha bisogno soltanto di buona fede sufficiente per avvicinarsi a questa dimensione, coglierne il suono ed entrare con i propri mezzi. Certo, c’è molto da fare a sviluppare questa relazione, ma sicuramente il suono contenuto qui è una notevole indicazione per chi intenda imparare ad ascoltare.

Non sto mica qui a trascinare nostalgie, io. Mi occupo invece di criminali scancellazioni, occultate attraverso la celebrazioni di mitologie irrisorie, perpetrate da critici ignoranti, giornalisti intrigati, un pubblico distratto dagli eroi della chitarra gigante. Mentre la musica aggira il bon ton di ogni epoca e invade di gioia animi e menti, i tycoon allarmati mirano all’integrazione del dissenso, all’occultamento di alcuni cadaveri nei loro capaci armadi ed alla esposizione forzata di altri.

Il giovane e brillante Hancock non ha mai avuto grandi rivendicazioni, il suo infantile saltellare attraverso le forme e le strutture ed i “generi” gli ha prodotto rendite decenti, tanto che questi esperimenti arrivano fino a noi facilmente e possono agilmente perpetuarsi. Onore al merito. 

La storia di Hancock è una storia di successo, per molti motivi, ed è una storia che essendo un buon esempio per i giovani andrebbe sfrondata dei mille equivoci, malintesi e alterazioni che contiene. L’arco in questi anni è diventato abbastanza ampio per poterlo fare e si comincia da qui. Non sono i primi balbettamenti di un timido esordiente pieno di talento, non sono le eccessive estemporizzazioni dell’enfant prodige protetto da Re Davis, è invece un affermazione di valore inconsueto ed imprescindibile, fatta con i mezzi più abili ed intelligenti disponibili in quei giorni.

Dovremmo fermarci a parlare della tecnica impressionista, degli accordi aperti e sospesi presi da Evans (e dal Re, in senso maiestatico), del Funk innovativo ed erotico che seguì, della perfetta sintonia con Laswell negli anni ottanta ed io invece mi assumo la responsabilità di partire da qui, dalle immagini costruite insieme al Dr. Gleeson, alle forti e seducenti e non strutturate composizioni sulla rete del neonato studio di registrazione dal numero illimitato di tracce. Perchè sono le più utili, eppure le più avanzate.

Adesso lo sanno proprio tutti che l’America di cui si parlava una volta ha commesso suicidio. John Fahey ne aveva palesato l’estrema probabilità utilizzando un suono che era quanto di più radicato, popolare, autentico si potesse immaginare. Allora non era solo, nel 1971 il paese era ancora solcato da decine di troubadour a questo livello; molti si dissolsero, non riuscendo a sopportare il delirio delle varie Reaganities alla guida. Altri si estinsero in una pacata rassegnazione come Fahey stesso.

Nella città di Takoma, WA, il clima era già allora meno salubre del desiderato e la preveggenza catastrofica era magari più banale che nella sunny California delle belle giovani e dei liceali viziati, nondimeno a leggerlo oggi questo dischetto scintillante pare davvero acuto e niente affatto vaneggiante. Il prodigio “tecnico” e virtuosistico magari distrae sulle prime, ma alla lunga è quello che ci fa tornare e riflettere meglio, accantonando per un po’ la distrazione dei contemporanei surfers.

Il nostro dolore più profondo deriva, curiosamente, proprio dal constatare l’esistenza di operine come questa, davvero pregna di luce e consapevolezza, che pure giacciono dimenticate come l’arca dell’alleanza, in qualche scantinato a stelle e strisce. Non temete, posso dotarvi dell’indirizzo di fornitori clandestini, che vivono nel mondo post Bushit già da tempo, e che resistono in silenzio. Non fatevi beccare dai servizi segreti, ma procuratevi anche gli altri episodi.

Ora, queste nuove generazioni intossicate hanno una fame autentica per il suono mitologico che ivi risiede. Non è difficile da capire che il suicidio di una nazione lasci molti orfani, anche e forse di più al di fuori dei propri confini, dove ancora di più la mitologia imperiale aveva attecchito. Facciamo un accordo: America sia il luogo in cui vanno ricostruite le istanza costitutive di una umanità solidale, ironica e consapevole di essere contingente, magari adolescenziale ma piena di speranze e di ansia ricreativa.

Dice che sono nati ispirati dai Sex Pistols, Elizabeth Frazer, ma non è affatto vero che vengono da lì, ci vogliono millenni per avere un gruppo come questo. Certo, ci sarebbe voluto uno di quei produttori istruttivi, quelli che sanno meglio di te cosa stai facendo. Invece questo trio di sciamannati è nato e cresciuto sotto l’ala di un geniale e silenzioso Ivo Russell Watts, l’uomo che ha elevato l’oscurità dell’Englishness a prodotto pubblicitario senza cedere di un passo sulla mainstream. Senza toccare nulla, lasciando i ragazzi liberi di impiastricciarsi, li ha condotti ad un sinuoso successo planetario, quasi invisibile.

Non ha nessuna immagine questo gruppo, niente sessismo da boy(o girl)band, niente luci e paillettes nei programmi giovanili di channel four, solo ritmi semplicissimi e chitarre irriconoscibili, poche per la verità, e questa voce, questa voce. E’ sempre buffo che tutti conosciamo il suono, l’aura di una band senza conoscerne affatto i contorni, lo “stile” visivo e drammatico.

Il peso ed il valore di questa importantissima 4AD, etichetta nobile e piena di grazia, saranno riconosciuti solo nel libro della canzone nei secoli che qualcuno prima o poi scriverà, in chissà quale lingua. Intanto è grazie a questo disco che tutto il mondo è dovuto venirci a patti, riconoscere che Dark non è una categoria merceologica da Grand Guignol, ma uno stato dell’anima, condiviso da milioni di umani che nondimeno desiderano la luce. Questo è il punto, taumaturgico ed illuminante, in cui tre ragazzi dalla vita difficile trovano le chiavi di un paradiso acessibile, abitabile, e ne diffondono il profumo. Certo, di promesse ce n’è tante, questa è mantenuta.