Archiviazioni mensili: Giugno 2007

English? you’re welcome!

La nostra organizzazione, che ne sia cosciente o meno, crede di fondare il proprio processo evolutivo sulla storia. La linearità del metodo storico è rassicurante in un gruppo sociale privo di una nozione stabile dell’essere umano, dello scopo del suo stare sulla terra, della natura del suo processo evolutivo. Nel più comune dei casi Hegel e Freud regolano l’apprendimento dei fondamenti del vivere sociale, determinandolo.

Quando un gruppo di visionari, nei casi in osservazione qui più probabilmente vittime di distorsioni acufeniche, stabilisce come proprio il compito di rappresentare e pubblicare le proprie allucinazioni, nascono organismi come questo. Capaci di progettare dimensioni che possono anche essere tetre, oscure e perfino macabre, ma che contengono verità e vita. Allora sono i negletti: Mesmer, Tesla, Jung, i più adatti a spiegare, commentare, rendere utile.

La nostra organizzazione, quasi del tutto incosciente di sé, ha un larghissimo spazio al suo interno per nutrire e proteggere codeste immaginarie proiezioni. Come a volerle coltivare le protegge e le diffonde, per motivi quasi del tutto misteriosi. Il fatto è che questo bellissimo lavoro, che in realtà è soprattutto profondo e commovente, riesce a raggiungere i nostri eleganti soggiorni, anche se in una nuvola di definizioni e spiegazioni giornalistiche che così tanto riescono ad indebolire l’autentico impulso erotico.

Io mi raccomando, cercatelo e portatevelo a casa, alimentatelo come un cucciolo che consolerà la vostra illimitata solitudine, affidatevi alle soluzioni zuccherine di queste tastiere desertiche, appoggiatevi su queste poche note di chitarra colossale, gran parte del segreto della civiltà occidentale post industriale, di quell’organismo vacillante che chiamiamo il mondo moderno è contenuto qui.

What a thought: from a childlike London pop genius of the first eighties, jolt and void of direction, emerged one of finer and long-lived musical talents that we have under arm, on whose perspective ability, long-sighted imagination, we can count. David Sylvian, living in that lisergic and productive infraworld that its condition of very well trained star allows, sends down here useful and constructive indications for all of us in the chaos. We sure have an apex here.

I cannot stress enough the importance of one of my personal heroes of all times, that Holger Czukay who was the first one, a thousand and a half years ago, to gladly stir rhythm rock, electronic noise and found objects sonorously laughing and joking on stage with the better kraut rock band of all times: Can.

The conspiracy of the two is celestial. It would appeal to me to speak for hours of the technological naiveté, of the constructive chaos, of the serenity in which these two most serious men have realized this delicious work, that would appeal also to the most “classicists” (we have, sometimes, to stop and speak with them). Because it is unimaginable today, given a sufficient experience and intelligence, to deny the opportunity, the dolcezza, the necessity of this sound.

It is beautiful to observe a sonorous object twenty years after its realization, beautiful to realize that our enjoyment then was only partial and that we are now in a position to better enjoying new nuances, details of an event that is not, thank god, lost in time. It is beautiful to find again a hope, even futile and unaware, than all the time spent to examine some edition of recorded music has not been always subtracted to worthier occupations.

English? You’re welcome!

Ma pensate, dalla infantile genia pop londinese dei primi ottanta, scossa e priva di direzione, emerse uno dei talenti musicali più fini e longevi che abbiamo sotto mano, uno sulla cui capacità prospettica, di immaginazione preveggente, possiamo contare. David Sylvian, che vive in quell’inframondo lisergico e produttivo che la sua condizione di star ben amministrata permette, manda segnali utili e costruttivi per noi quaggiù nel caos. Questo qui è sicuramente un apice.

Un tanto perchè non voglio sovraccaricare uno degli eroi miei personali, di tutti i tempi, quell’Holger Czukay che fu il primo, millecinquecento anni fa, a mescolare allegramente ritmo rock, rumore elettronico e found objects sonori ridendo e scherzando sul palco della miglior banda kraut rock di tutti i tempi: Can.

La cospirazione dei due è celeste. Mi piacerebbe parlare per ore della naiveté tecnologica, del caos progettuale, della serenità in cui questi due serissimi figuri hanno realizzato quest’opera deliziosa che piacerebbe tanto anche ai più scontrosi integralisti “classici” (bisogna che ci fermiamo una volta a parlare con loro). Perchè è inimmaginabile oggi, data una quota di intelligenza e di esperienza sufficiente, negare l’opportunità, la dolcezza, la necessità di questo suono.

E’ bello osservare un oggetto sonoro vent’anni dopo la sua realizzazione, bello constatare che il nostro godimento allora era solo parziale e che siamo ora in grado di comprendere meglio nuove nuances, dettagli di un evento che non è, grazie al cielo, perduto nel tempo. E’ bello insomma ritrovare la speranza, magari futile ed incosciente, che tutto il tempo passato ad esaminare confezioni di musica registrata non sia stato sempre tolto ad occupazioni più degne.