English speaking? You’re welcome.
Può sembrare un po’ buffa la parola psichedelia, quarant’anni dopo. Buffo associare questi avventurosi bluesmen ad un senso della coscienza alterata, alla proiezione di mondi immaginari ed inediti sullo schermo della nostra cameretta. Eppure, eppure c’è stato un tempo in cui i quattro eroi di Us and Them dividevano camerini e fortune con Robert Wyatt e i suoi sodali, perfino prima che i concept album diventassero un buon affare.
Questo disco ha ripercussioni ovunque, a certificarne preveggenza e valore. Che l’immagine di una mente difforme da quella necessaria per i cruciverba del Times, preferiti dai manager della City, è ancora viva ed amata in Albione. Ed è proprio un buon lavoro in effetti, carico di suggestioni d’antan oltre che di innovazioni tecnologiche e compositive, che valse a questi giovanotti approvazioni e viatici da parte di pezzi grossi della musica classica-contemporanea, come forse si dice ancora in qualche scantinato di conservatorio.
Alcuni sentimenti amatissimi, dicevo, dalle menti alterate che si scuotevano nei rave di fine millennio e di cui ho raccontato altrove, hanno radici qui, in queste stratocaster lancinanti, in questi organetti elettronici mai sentiti prima, in questo drumming pervasivo e soft, nell’immagine di coperta, quanto di meno psichedelico e perfettamente tale, in effetti.
Poi venne il tempo delle opere rock, degli stadi e delle santificazioni mediatiche, un po’ per tutti in quel decennio in cui i manager discografici fecero fortune degne di assicuratori, venne la mitologia solo apparentemente interrotta dagli strali dei Pistols e dei Clash. Oggi mi rimane l’immaginetta di Lulubelle III che mi si rivolge interrogativa e non posso trattenere un sorriso. Altri tempi, meno scafati, altri spazi.


