Archiviazioni mensili: Maggio 2007

Biosphere, la creatura nictalope di Geir Jennsen, genera Substrata dopo un lungo silenzio, a rimarcare la profonda gestazione ideologica che lo ha prodotto. L’abbandono delle percussioni e delle sequenze ritmiche rende possibile, per questo Norvegese isolato e insonne, la stesura di un oggetto cardine nella definizione del suono nordeuropeo contemporaneo. Mi piacerebbe, in questa serie “rumorista”, investigare a fondo la psicologia di questi piccoli cercatori isolati che usano la solitudine per entrare in spazi che sarebbero inacessibili altrimenti. C’è infatti qualcosa, nell’attitudine scandinava, che rende gli uomini, notoriamente riservati e taciturni, estremamente affidabili nel loro essere avventurosi. In una visione europea che stenta a chiarirsi l’innovazione reale finisce per provenire da terre neglette e marginali, che hanno molto probabilmente il futuro ben chiaro davanti al naso.

E’ un futuro malinconico, certamente, quello che Biosphere ci descrive. Questi paesaggi desolati, che fondono uno nell’altro, descrivono una terra astratta in cui il clima e la luce determinano la sopravvivenza, o meno, di ogni impulso gioioso e vitale. Ma questo lavoro in particolare, dopo Patashnik e prima di Higher Intelligence Agency, ci riempie di speranza, in una dimensione critica e gelata del sentimento umano che pure contiene un futuro solido e rassicurante.

Tecnicamente il lavoro è finissimo, la difficoltà nell’accostare questo genere di opere sta tutta nella apparente banalità del suono microscopico, tenue e crepuscolare, che il processo di descrizione ambientale adopera per condividere con noi l’immagine intuita. Che è una immagine spettrale, inconsistente, perfettamente adatta al nostro sentimento incerto e sfuggente. Jennsen ama la precisione dello studio digitale, il controllo di ogni nuances coloristica, ma anche il necessario abbandono che ogni percezione significativa esige. Infine la sensazione precisa ed utile, il successo di questa disposizione alla composizione di ciò che verrà, dipende interamente dalla capacità dei compositori di essere precisi e completi, cosa rara e molto, molto difficile.

At the end of the eighties non-musicians had taken the windward in the dance music production. In the World Wide Club new figures surfaced, the descendants of the diskjockey, which through the experience of rap in which they often played the role of only administrators of the beat, had conquered reputation and authority. The analysis is simple: if the totality of music which we are exposed to is recorded, what difference is between a certified player and a technologist, obviously given the same musicality?

Before this record anyway the action was confined to the clubs, to some radio, to some other long sighted specialist. Here instead everything change: to take a piece already recorded, dark but also well noted, to manipulate it, to stretch it a little, newly styled and recontextualized, given one sufficient technical quality now available, has its own way that does not tell David Gilmour from Alex Patterson anymore. Both can supply us of a dreaming, lyric, perfect atmosphere for the desirable relaxation of the youngsters who prepare themselves for the new millenium.

The technique goes well beyond the rework of familiar and much beloved material. Destructuring the matter in microscopical way every kind of new element becomes easily possible to incorporate, from the sounds of the atmosphere to pure noise, from pigmy choruses to burning soul saxophone. By now the way has been given, and nothing is allowed to return to its place, from now on a blossomig of musical genres takes the place of virtuoso exhibitions, every new disc moves in one unknown direction, or else pain the trouble and the dusk. The London renaissance of the first half of the nineties owes very much to these most active heralds of recycling.

Alla fine degli anni ottanta i non-musicisti avevano preso il sopravvento nella produzione di musica da ballare. Nei Clubs di tutto il mondo imperavano figure nuove, i discendenti dei diskjockey, che attraverso l’esperienza rap in cui rivestivano spesso il ruolo di amministratori unici del beat avevano conquistato fama ed autorevolezza. L’analisi è semplice: se la totalità della musica cui veniamo esposti è registrata, che differenza c’è tra uno strumentista certificato ed un tecnologo, data come ovvia la stessa musicalità?

Prima di questo disco però l’azione era confinata ai club, a qualche radio, agli addetti ai lavori. Qui invece tutto muta: prendersi un pezzo già registrato, oscuro ma anche noto, manipolarlo, stirarlo un po’, riconfezionarlo e ricontestualizzarlo, data una sufficente qualità tecnica ora disponibile, è una pratica che non distingue più David Gilmour da Alex Patterson, ambedue ci possono provvedere di una atmosfera sognante, lirica, perfetta per il rilassamento auspicabile dei giovanotti che si preparano al millennio nuovo.

La tecnica va ben oltre la rielaborazione di materiale familiare ed amatissimo. Destrutturalizzando la materia in maniera microscopica diventa facilmente possibile incorporare ogni genere di elemento nuovo, dai suoni dell’ambiente al rumore puro, dai cori pigmei ad un bruciante sassofono soul. Ormai il via è stato dato, e nulla può più tornare al suo posto, da qui c’è un fiorire di generi musicali più che di esibizioni virtuose, ogni nuovo disco si sposta in una direzione inedita, pena la noia e l’oscurità. Il rinascimento londinese della prima metà degli anni novanta deve moltissimo a questi attivissimi araldi del riciclo.