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Il conforto e la compiacenza del comportamento meccanico, garantito e riproducibile perciò affidabile e “professionale”, ci conduce fuori dalle aree dell’umanità creativa e ricreativa, che le attività umane si svolgono in un azzardo che solo garantisce la presenza della vita (oso dirlo?) autentica. Anche se gli equivoci e le distorsioni sono molte, sono due gli impulsi umani fondamentali: la disciplina e l’indisciplina. Preferisco chiarire che l’unica disciplina che conosco è l’autodisciplina e che questa esiste solo quando si sia conservata una indisciplina praticabile.

Alla fine degli anni settanta del secolo scorso, decennio misterioso e del tutto incomprensibile anche per coloro che l’hanno abitato da adulti, questi due impulsi erano rappresentati, sonoramente, da due colonne portanti: da una parte lo sperimentalismo robotico, rappresentato dai Neu, dai Cluster, soprattutto dai Kraftwerk a Colonia. Dall’altra la formidabile e potentissima comunità soul, rappresentata da James Brown, Sly Stone, Jimi Hendryx in America e da King Sunny Adè e Fela Anikulapo Kuti in Africa.

Nell’immaginario sincretico di David Byrne e Brian Eno si realizzò questa indefinibile opera, che mi pareva dovesse essere imprescindibile all’epoca per quanti credessero davvero ad un futuro per la musica occidentale, insieme all’altro baluardo che la coppia registrò da sola nel periodo immediatamente successivo. Ne emerse un suono nuovo, riconoscibile per i neri così come per i britannici, che ballavano sconvolti. In quello scuro inverno londinese in cui venni a trovarmi lo shock fu grande, la grande formazione con due bassi elettrici si esibì all’Odeon di Hammersmith e niente fu più lo stesso.

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