Archiviazioni mensili: Aprile 2007

Immaginiamo la possibilità di entrare in un edificio, in uno spazio più o meno definito, progettato, inteso senza una particolare consapevolezza del suono che questo ambiente contiene in sé. Possiamo sospendere la visione per lasciare spazio al senso che più ci interessa adesso: l’udito. Chiudiamo gli occhi, mettiamoci comodi, ascoltiamo.

Tadao Ando, Alvaro Siza, Claudio Silvestrin, stanno definendo ambienti che contengano la sacralità contemporanea, sfuggente e indefinita ma lucida ed esatta. I loro progetti, le loro visioni, possono e devono essere realizzate tenendo conto dello spazio sonoro. I modi autorevoli e funzionanti per “ascoltare” questi progetti sono in una via di sviluppo probabilmente ancora non sufficiente.

Non si deve però pensare allo spazio sonoro come ad un sistema di sottrazione, la nostra mente è molto più complessa di così. Perfino il silenzio è probabilmente molto più il risultato di una attenzione e/o illusione acustica che la semplice assenza di suono. Occorre quindi costruire, riprodurre esattamente le condizioni in cui la mente non è più disturbata da influssi indesiderati: una musica ascoltabile quanto ignorabile, ma esatta.

Se la costruzione di ambienti acustici di valore fosse una questione tecnica la ricerca potrebbe progredire velocemente, se l’attenzione e/o l’illusione fossero riproducibili avremmo le soluzioni. E non si tratta tanto di una musica “ad hoc” per un dato ambiente o personalizzata su richiesta: la complessità sta nelle precise e non casuali relazioni di fase, nella appropriata finalizzazione delle tempere, delle superfici, dei “materiali”. La ricostruzione determinata di un ambiente in cui il disturbo sonoro possa venire ridotto al minimo richiede certamente la attiva partecipazione di chi ascolta, forse una certa identità di aspirazioni può sembrare difficile o improbabile ma in realtà queste fondamentali necessità non sono affatto nuove. Se è molto probabile che chi abita in città di questi tempi venga molto spesso sottoposto a pressioni sonore del tutto eccessive per un periodo piuttosto lungo durante la giornata, è altrettanto vero che la perdita di capacità uditiva media ha una natura psichica o addirittura emotiva molto prima che fisiologica. Una questione di pulizia radicale che possiamo intraprendere per ricominciare da capo, di nuovo.

Forse esiste una nostalgia, o desiderio, per un mondo liquido ed un tempo non lineare, per una elevazione della percezione sensoriale e comunicazioni indefinitamente sottili, in opposizione al mondo quotidiano diviso nel tempo, in costruzioni isolate, linguaggi sequenziali ed oggettivazioni che dobbiamo negoziare con la nostra disposizione rigida, squilibrata, in piedi.
Siamo arrivati adesso, forse, alla percezione del suono privo di intenzione, del suono che emerge dalla terra, dall’aria stessa, il suono degli esseri umani che ricordano, attentamente, la propria storia. Ora è possibile che la musica entri nel nostro mondo. Perché è proprio questo che essa desidera.

Parte del gioco che possiamo cominciare a fare sta nell’accettare ogni suono come parte del nostro ambiente, della nostra vita, piegandolo alla nostra disposizione del momento oppure, semplicemente, lasciandolo scorrere. Lo chiamo gioco perché forse possiamo permetterci, qualche volta, di smettere di affermare le nostre abitudini personali e passare invece ad accettare il nostro ambiente come se fosse quello che è: nostro.

Possiamo immaginare la nostra casa, o forse solo una stanza, o un angolo di essa, come uno spazio di decompressione, non solo di rilassamento ma di abbandono vero e proprio: possiamo costruire un luogo immaginario ma niente affatto straniante, un luogo molto insolito ma non per questo inquietante, un ambiente artificiale che potrebbe produrre una sensazione ed un sentimento molto naturali. Un luogo silenzioso.

Questa è la prima condizione necessaria per raggiungere una nuova capacità di ascolto, per affinare i mezzi dell’attenzione, infine per avvertire la nostalgia di un luogo che conosciamo, ma che non sappiamo raggiungere da soli. La semplice permanenza in un luogo silenzioso è sufficiente perché alcune delle nostre domande cambino, perché molte delle nostre aspettative cessino. Un posto nuovo.

Affrontare un nuovo modo di intendere il nostro spazio privato, di progettarlo, di abitarlo, potrebbe essere tutto nell’immaginarne la qualità acustica: per questo abbiamo bisogno di nuove orecchie, più di ogni altra cosa. Potremmo immaginare per un momento che siano i nostri sistemi di percezione delle vibrazioni, udibili e non udibili, sonore o soniche.

Esiste la possibilità, ed essa viene attualmente messa in pratica, di rendere udibile la caratteristica sonica di un dato ambiente: la sua pulsazione e la sua vibrazione, spesso profondamente ma non consapevolmente avvertite dai suoi stessi abitanti, può diventare più facilmente avvertibile anche per sensibilità poco allenate. Compito del compositore contemporaneo potrebbe essere questo, certamente per qualcuno lo è.
Il nostro udito esige una soglia di rumore relativamente bassa per poter percepire eventi di moderata intensità. La nostra mente ha bisogno di silenzio per percepire la varietà dinamica. Il silenzio è la struttura contenitiva di un evento sonoro rilevante, la tessitura e la coincidenza di strutture sonore più o meno sublimi può essere adattata a spazi della più diversa natura.

Per quanto siamo ben determinati a progettare colori, tessiture e oggetti che riempiono il nostro spazio privato, dobbiamo usare lo stesso impegno per rendere lo spazio sonoro in cui siamo immersi vicino il più possibile a ciò che desideriamo. Dobbiamo in qualche modo rendere i nostri costumi acustici simili a quelli di cui hanno bisogno il nostro corpo, la nostra mente, la nostra intera dimensione emotiva, senza che nessuno di questi elementi prevalga.

Come e perché dobbiamo ascoltare meglio

Il suono ha un potere misterioso: quello di dare e togliere energia. i fenomeni provocati dai suoni hanno un effetto diretto sulla energia individuale. Quando un organo è sollecitato dalle vibrazioni acustiche il sistema nervoso è profondamente sollecitato – l’orecchio, certo, ma non solo: esaminiamo l’insieme dei sistemi installati per ricevere, integrare, gestire, ascoltare il suono.

La nostra relazione con il suono, naturalmente, non consiste soltanto di musica, non in senso convenzionale almeno, ma dei suoni umani, animali, e di rumore, degli elementi o industriale.
La nostra relazione con la musica si è sviluppata, ed è stata profondamente modificata, con l’enorme espansione delle tecnologie della riproduzione del suono. Davvero una minima parte della nostra esperienza musicale è consistita dell’esposizione diretta ai musicisti e la musica è entrata nelle nostre case, ha riempito i nostri spazi privati, chiedendo la nostra attenzione o limitandosi a “profumare” l’ambiente come la luce e l’aria.

A seconda dell’età che abbiamo diamo più o meno per scontata la presenza di una tecnologia o di un’altra, un colore di riproduzione più o meno ricco e nelle nostre case, spesso ermeticamente sigillate, il suono, i rumori, la musica sono entrati attraverso la radio, la televisione, il nastro magnetico, i dischi di plastica o di alluminio, internet. È entrata in modo controllato, voluto, oppure distratto, disordinato.

Potremmo insieme immaginare di muoverci verso la conquista di un ambiente sonoro più equilibrato, più adatto alla rieducazione sonora che desideriamo. La costruzione di un ambiente di riferimento, per così dire di decostruzione delle abitudini percettive, specie delle più usuali, per ottenere una specie di ecologia dell’orecchio, della voce, del corpo, e che richiede la presenza di un elemento essenziale, raro, prezioso: il silenzio.

Insieme possiamo progettare il mezzo che chiamiamo la definizione di contesto: un progetto che riguarda la teoria del campo, della forma e della percezione, il cui scopo è la costruzione di un ambiente possibile ma non necessariamente ad imitazione di uno esistente.

La costruzione di un contesto deve corrispondere a qualità che sono nel loro insieme semplicemente musicali, perciò non può essere arbitraria. Le caratteristiche tecniche di un ambiente risonante determinano timbro e ampiezza dell’evento, sono in qualche modo intonate e corrispondono a norme acustiche, quello che ci interessa è in quale modo determinino la qualità dell’esecuzione prima e dell’ascolto poi.

Non è solo la progettazione della sala professionale però quello che ci interessa, ancora di più è lo speciale, peculiare carattere di uno spazio architettonico ad attirare il nostro interesse: le sue qualità complesse, a volte “sbagliate”, possono essere molto attraenti. Normalmente l’intera esperienza sonora è determinata dal contesto ed è molto interessante che le caratteristiche impreviste diano luogo a sonorità difficilmente ripetibili. È altrettanto vero che si può perdere molto tempo in un ambiente poco musicale.

All’intersezione diretta tra la costruzione del suono e quella della luce, qui si trova la questione di cui questo lavoro è la risposta. È un lavoro minore, nel curriculum dell’autrice, quasi uno studio preparatorio, realizzato com mezzi estemporanei, che intendeva preludere a qualcosa che fosse più di una semplice meditazione.

Quella di questa donna è una specialissima disposizione puntillistica, l’intera accademia in punta di dita, e la spregiudicatezza che solo gli artisti americani del dopoguerra possiedono, hanno reso possibile un corpus compositivo eclatante, estatico.

Ma mi piace pensare alle opere d’arte “economiche”, costruite con il massimo risparmio di mezzi cioè, senza che il risultato sia facilmente liquidabile come “minimale”. Ed il suono di questo lavoro non ha proprio nulla di minimo, estensivo, maestoso e celeste com’è. Il valore di opere come questa sta altrove, in una Purezza che può derivare soltanto dalla dedizione totale, quando lo scopo è chiaro e preciso.

Questo modo di lavoro è riservato agli spazi alti della composizione musicale, riguarda compositori riconosciuti ed esecutori eccelsi, cosa che Wendy Carlos, per un certo periodo, è stata. Ma rifiutiamo ogni ipotesi esclusiva, e consideriamo questa musica definitivamente popolare, perché abbiamo bisogno di mezzi che ci riuniscano, che ci diano la sensazione di essere parte di un mondo di cui non sappiamo abbastanza.

Rimane da sapere se un altro mondo, oltre che possibile, è accessibile, se qualcuno è disposto a pagare il prezzo.

 

 

La storia degli esploratori polari ci tocca poco: l’avventura nelle zone completamente sconosciute del nostro mondo deve in qualche modo essere riportata ad una dimensione accettabile, per poter essere utile. Ma un vero esploratore ha visto e toccato la profonda realtà dello sconosciuto, dell’inenarrabile, potrebbe perfino avere visto la sfera entro la quale le condizioni prime necessarie alla vita senziente sono concluse. Ed essere sopravvissuto per raccontarcelo. La qualità del Tono, la sua purezza derivata da una autentica riconquista dell’innocenza, è una indicazione chiara e precisa della connessione con la fonte della musica, che si trova in luogo “più reale del reale”, come amerebbe dire il Nostro. Le speculazioni prodotte dopo una vita alla frontiera del mondo come lo conosciamo, potrebbero essere queste la corretta integrazione di cui abbiamo bisogno per abitare il nuovo spazio in cui ci troviamo. Potrebbe essere la qualità di questo Tono la continuità della migliore musica che stiamo ascoltando oggi, resa esplicita, come se di solito la intuissimo solo tra le righe, o con un orecchio interno. Le canzoni ascoltate alla radio, o sullo sfondo di un racconto cinematografico, possono aver creato un’oasi per lo spirito, dover poter sempre tornare per una rinfrescante bevuta. Una volta resa esplicita la Nota essenziale ogni esperienza polare sembra irrilevante: la Storia individuale e quella comune perdono importanza di fronte agli scopi ottenuti, per lasciar brillare, anche nel buio della notte, la luce dell’esistenza umana.

La vita di un grande compositore di successo, appartenga egli ad una qualsiasi tradizione, può essere schiacciata dalle aspettative, dalle certezze che gli vengono richieste dal suo pubblico di affezionati. L’opera focale, quella che come tale viene intesa dal pubblico, può facilmente diventare una gabbia, un comodo rifugio in cui privarsi della libertà di evolvere, di indagare, di imparare. Ma non è certo questo il caso di quest’uomo, che mentre si teneva impegnato nella ridefinizione delle tecnologie del suo strumento e nel progetto di gruppi di lavoro e di studio tesi alla ricomposizione dei ruoli tecnici, artistici e sociali, è riuscito a trasmetterci una visione completa, precisa e non arbitraria su quello che il mondo contemporaneo potrebbe essere. Compito dei maestri è dare l’esempio, quando possiedono le chiavi delle tecnologie dell’esistenza, quando conoscono a fondo i moti interni degli esseri umani organizzati in comunità e quando intendono partecipare all’umanità: l’esempio che quest’opera in sé può dare riguarda forse solo quella parte di umanità che intende abitare il pianeta in modo degno e solidale, quella che vuole vedere coincidere la naturale aspirazione individuale alla libertà dalle costrizioni con il senso profondissimo e totale del servizio.

a slightly open world

Nella vita di un giovane aspirante all’autentica creatività può a volte emergere un momento di grande apertura. La sua storia, la sua direzione, l’intero mondo a cui è appoggiato possono sembrare di colpo insufficienti, obsoleti. In un sistema umano ordinato è un momento impegnativo, grave forse, certamente scomodo. Un lavoro come questo, parte di una confezione che comprendeva una serie di canzoni solo apparentemente più convenzionali, potrebbe essere indicato ad esempio di escamotage molto intelligente per affrontare un mondo quando non si sente più di appartenervi. Il risultato supera di molto ogni aspettativa, la forma che ne emerge è estranea alla propria natura pop: essa si svela fin dalle prime battute, per svolgersi ed affermarsi come fosse inevitabile, urgente, densa di ripercussioni. La tentazione è quella di descrivere i colori dell’aria, il nero dell’acqua, e limitarsi alla dipintura degli sfondi. È irresistibile invece, una volta invitati i solisti, abbandonarsi ad un lirismo nuovo, lucente e travolgente. Anche dal semplice punto di vista storico una nuova tradizione prende corpo davanti agli occhi, l’intesa acustica tra soggetto e sfondo userà nuove prospettive, da qui.