Immaginiamo la possibilità di entrare in un edificio, in uno spazio più o meno definito, progettato, inteso senza una particolare consapevolezza del suono che questo ambiente contiene in sé. Possiamo sospendere la visione per lasciare spazio al senso che più ci interessa adesso: l’udito. Chiudiamo gli occhi, mettiamoci comodi, ascoltiamo.
Tadao Ando, Alvaro Siza, Claudio Silvestrin, stanno definendo ambienti che contengano la sacralità contemporanea, sfuggente e indefinita ma lucida ed esatta. I loro progetti, le loro visioni, possono e devono essere realizzate tenendo conto dello spazio sonoro. I modi autorevoli e funzionanti per “ascoltare” questi progetti sono in una via di sviluppo probabilmente ancora non sufficiente.
Non si deve però pensare allo spazio sonoro come ad un sistema di sottrazione, la nostra mente è molto più complessa di così. Perfino il silenzio è probabilmente molto più il risultato di una attenzione e/o illusione acustica che la semplice assenza di suono. Occorre quindi costruire, riprodurre esattamente le condizioni in cui la mente non è più disturbata da influssi indesiderati: una musica ascoltabile quanto ignorabile, ma esatta.
Se la costruzione di ambienti acustici di valore fosse una questione tecnica la ricerca potrebbe progredire velocemente, se l’attenzione e/o l’illusione fossero riproducibili avremmo le soluzioni. E non si tratta tanto di una musica “ad hoc” per un dato ambiente o personalizzata su richiesta: la complessità sta nelle precise e non casuali relazioni di fase, nella appropriata finalizzazione delle tempere, delle superfici, dei “materiali”. La ricostruzione determinata di un ambiente in cui il disturbo sonoro possa venire ridotto al minimo richiede certamente la attiva partecipazione di chi ascolta, forse una certa identità di aspirazioni può sembrare difficile o improbabile ma in realtà queste fondamentali necessità non sono affatto nuove. Se è molto probabile che chi abita in città di questi tempi venga molto spesso sottoposto a pressioni sonore del tutto eccessive per un periodo piuttosto lungo durante la giornata, è altrettanto vero che la perdita di capacità uditiva media ha una natura psichica o addirittura emotiva molto prima che fisiologica. Una questione di pulizia radicale che possiamo intraprendere per ricominciare da capo, di nuovo.
Forse esiste una nostalgia, o desiderio, per un mondo liquido ed un tempo non lineare, per una elevazione della percezione sensoriale e comunicazioni indefinitamente sottili, in opposizione al mondo quotidiano diviso nel tempo, in costruzioni isolate, linguaggi sequenziali ed oggettivazioni che dobbiamo negoziare con la nostra disposizione rigida, squilibrata, in piedi.
Siamo arrivati adesso, forse, alla percezione del suono privo di intenzione, del suono che emerge dalla terra, dall’aria stessa, il suono degli esseri umani che ricordano, attentamente, la propria storia. Ora è possibile che la musica entri nel nostro mondo. Perché è proprio questo che essa desidera.







